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"Bouvard e Pécuchet" di Gustave Flaubert

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di MARIAPIA METALLO

Emilio Cecchi ne scrisse "Una pretesa di Divina Commedia alla rovescia: l'epopea dell'intelletto che si riassorbe nella bestialità

 

 

Vi si raccontano le disavventure cui vanno incontro Bouvard e Pécuchet, due copisti che il caso e la similitudine hanno portato all’amicizia. Dopo una fallimentare esperienza come proprietari terrieri, affascinati dalle virtù del sapere, entusiasti e illusi rappresentanti del secolo del positivismo, si lanciano a capofitto nel mondo dei libri. Dalla chimica allo spiritismo, dalla filosofia alla religione, dall'agricoltura al magnetismo, dall'archeologia alla pedagogia, non esiste branca dello scibile umano che si sottragga alla loro frenesia indagatrice. Nel loro ritiro campestre i due si dedicano con entusiasmo da neofiti allo studio e alla pratica delle più disparate discipline e tecniche. L'ambizione faustiana, la passione per ogni nuova branca dello scibile umano è in loro animata dalla speranza di attingere a verità assolute che guidino il comportamento e mettano ordine nel caos. Ma la loro fiducia nell'autorità dei testi è sistematicamente sottoposta alla critica inflessibile del principio di non-contraddizione, che li espone a una delusione dopo l'altra. In effetti, la pluralità delle opinioni che dialogano in questo testo, insieme ai ripetuti tentativi di verificare le teorie alla luce di una prassi, evidenziano l'impossibilità di riunire le varie conoscenze, ipotesi, interpretazioni e pratiche in un sapere unico. Un pessimismo della conoscenza smonta e rende nullo l'accumulo di nozioni e opinioni. Nel confronto che si instaura tra i testi portatori di teorie diverse, spesso opposte o comunque contrastanti, emerge come la contraddizione stia a fondamento dei fatti e del pensiero umano. Essa, nell'esperienza dei due amici, allontana dalla verità, lascia insoluti gli enigmi, anzi ne crea di nuovi; la realtà rimane fuori, sfugge al linguaggio, alla scrittura. La decisione finale dei due, i quali nel frattempo, essendosi inimicati tutto il villaggio con le loro stravaganze e polemiche, vivono nell'isolamento riservato dalla società ai folli, sarà quella di trascrivere passaggi della scrittura altrui, dapprima «tutto quello che gli capitava sotto mano», poi facendo una «classificazione», scegliendo sia «esemplari» dei vari stili che «perle» con cui redigere una «storia universale», un «monumento» da cui risulti l'uguaglianza di tutto, del bene e del male, del Bello e del brutto, di ciò che è insignificante e di ciò che è caratteristico. Nella finzione letteraria essi si sobbarcano lo stesso lavoro, abbastanza incomprensibile per via della sua qualità maniacale e pedantesca, svolto negli anni dallo scrittore. Questo è infatti uno dei libri più personali e profondi che Flaubert abbia scritto. Nella constatazione che un'immensa, incrollabile stupidità, un'armatura di luoghi comuni, di frasi fatte, di credenze e ideologie accettate, coprisse la sostanziale nullità del mondo, egli vedeva una sola speranza: riuscire a tenere insieme il mondo dei fatti costruendo con il rigore estremo della scrittura, una rete sospesa sul nulla del significato. Ma Bouvard e Pécuchet però sfuggono di mano al loro creatore. Prendono sul serio non solo i luoghi comuni, ma le scienze, la filosofia, la religione, la politica, le tecniche. Si applicano a esse con accanito furore, e le spingono fino alla loro verità ultima: alla loro incapacità di dare risposta al mistero del mondo. E quando, alla fine, ritornano all’atto puramente meccanico della copiatura, rivelano anche l'illusione di Flaubert di tenere insieme il mondo con la scrittura.