Il SudEst

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Annibale

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di MARIA PACE

L’immagine che ci torna agli occhi, parlando di Cartagine e il primo nome che ci torna in mente è senza dubbio quello di Annibale.


Di lui così disse Cornelio Nepote, storico romano:

“Non si può negare che Annibale è stato tanto superiore in capacità, a tutti gli altri comandanti, quanto il popolo romano ha superato in valore tutte le altre nazioni. Tutte le volte, infatti, che in Italia è venuto a scontrarsi con esso, sempre ne è uscito vincitore. E se in patria l’invidia dei suoi concittadini non avesse debilitato le sue forze, sembra certo che avrebbe potuto vincere i romani.”

Ma chi era Annibale? Annibale Barca, figlio del comandante Amilcare Barca e nemico giurato di Roma ?

In realtà non è facile… anzi è difficile , poter dare un sicuro giudizio su questo personaggio, sulla sua indole, sul carattere, come è difficile parlare delle sue imprese, tanto sono numerose ed eccezionali.

Nato a Cartagine nel 247 a.C. morì suicida a Libyssa nel 187. Fu un grande  Condottiero, passato alla storia per le sue vittorie durante la seconda guerra punica e le sue audacissime strategie di combattimento. Concepì, infatti, e mise in atto, un audace piano bellico per invadere l’Italia e raggiungere Roma, con 200.000 mila uomini, e 37 elefanti.

Il passaggio delle Alpi, da lui  compiuto, è certamente una delle imprese militari più memorabili del mondo antico e la scelta del valico dovette essere laboriosa e sofferta.

Tito Livio parla di “vie agevoli”; in realtà non si conosce bene quale sia stata. Con precisione si sa soltanto che, dopo la discesa delle Alpi, Annibale incontrò il popolo dei Celti Taurini, nell’attuale Piemonte. Recenti ricostruzione di quell’impresa, suggeriscono la salita attraverso il Colle dell’Autares e quello dell’Arnas, nelle Valli di Lanzo, in Piemonte e la discesa invece, in prossimità del comune di Usseglio. Era la fine di ottobre e Annibale raggiunse la Pianura Padana prima dell'inverno.

Secondo altre ipotesi il passaggio sarebbe avvenuto invece attraverso il Colle del Gran San Bernardo, transitando attraverso la Val di Cogne e raggiungendo i Colli Bardoney o dell'Ariettaz, entrambi con sbocco il Val Soana.

Dei sessantamila che avevano attraversato i Pirenei, quasi 50 000 tra fanti e cavalieri e tutti i 37 elefanti (di cui, secondo Polibio, solo uno riuscirà a sopravvivere all'inverno, per poi morire l'anno successivo durante la discesa in Etruria), riuscirono ad arrivare nella Pianura Padana. Sconfiggendo tribù montane, difficoltà del terreno e intemperie, Annibale aveva compiuto una delle imprese militari più memorabili e geniali del mondo antico.

Raggiunta la Pianura Padana, Annibale dette inizio all’avanzata nel territorio italico, scontrandosi e sconfiggendo i Romani guidati dal console Publio Cornelio Scipione, prima in un’epica battaglia presso il Ticino e  nel dicembre dello stesso anno sul fiume Trebbia, con una tattica di accerchiamento che anticipò in qualche modo la   celebre battaglia di Canne, che gli permise… pur tra mille difficoltà, di acquartierare le truppe per trascorrere l’inverno ed aspettare la primavera per riprendere le ostilità.  Un periodo, però, di grandi difficoltà ,trovarsi nelle paludi dell’Arno, per un popolo abituato ad altre latitudini. Qui perse molte delle sue truppe a causa dei gravissimi i disagi e delle malattie e qui, egli stesso perse un occhio. Giunta la primavera,  riprese l’avanzata in Etruria , sempre seguito dalle Legioni romane, devastando e e saccheggiando il territorio e facendo cadere nelle sue famosissime trappole ed imboscate,   le truppe del console Gaio Flaminio, fino alla battaglia sul Trasimeno, dove, favorito dalla nebbia,  inflisse loro una grande sconfitta..

Se in un primo momento, non era riuscito, come  sperava,  a suscitare nelle popolazioni italiche la rivolta contro Roma, nè ad ottenere  la loro collaborazione, la grande abilità tecnica e militare dimostrata e le strepitose vittorie,   gli offrirono l’opportunità   di minare il sistema di alleanze di Roma con i popoli dell'Italia meridionale.

Un grande esercito romano, nel frattempo, costituito da otto Legioni e comandato dai consoli Paolo e Varrone,   lo raggiunse nei pressi di Canne e qui ebbe luogo la celebre battaglia.  Annibale attirò il grosso delle Legioni romane in una trappola., riuscendo ad accerchiarle ed a distruggerle quasi completamente; le perdite di Annibale furono circa 6.000 uomini contro i 45.000 tra legionari, senatori, ecc…e i 10.000 prigionieri. romani.

Dopo la battaglia di Canne, Annibale e il suo esercito soggiornarono ancora per altri undici anni in Italia, senza subire serie sconfitte e dimostrando il suo indiscusso valore. I fatti che seguirono sono noti a tutti: Annibale non riuscì, pur tentando in ogni modo, ad attirare  i suoi nemici  in  altre grandi battaglie campali e i Romani, dal canto loro, adottarono quelle tattiche di logoramento che avevano fatto guadagnare al console Quinto Fabio Massimo il soprannome di “Temporeggiatore”,  dispiegarono, nel contempo,  sul campo un numero sempre più elevato di Legioni per controllare il territorio e recuperare lentamente le posizioni perdute..

Subito dopo le sue strepitose vittorie, Annibale inviò a Cartagine il fratello Magone, per illustrare i brillanti successi raggiunti e richiedere rinforzi, ma i dirigenti della città, preoccupati per la situazione in Spagna, si limitarono ad inviare un piccolo contingente di cavalieri.  Rimasto da solo, Annibale   dovette subire qualche sconfitta, per cui   cercò alleanze e tentò di estendere il suo dominio sull’Italia meridionale, ma continuò con alterne vicende, fino all’arrivo degli aiuti dalla madre patria. Era il 207 a.C.

Il fratello minore, Asdrubale, stava, intanto, marciando dalla Spagna   verso l’Italia. Stava attraversando le Alpi, quando Annibale fu informato del suo arrivo.  Si trovava  sul Bruzio e mosse immediatamente verso nord, cercando di ricongiungersi con un l’esercito cartaginese che stava discendendo l'Italia agli ordini del fratello.  In realtà, i Romani erano riusciti ad intercettare i messaggeri inviati da Asdrubale e quindi Annibale, all'oscuro dei suoi piani,  rimase fermo in Apulia; intanto, Asdrubale, sconfitto,   veniva ucciso e la sua testa, gettata nell'accampamento di Annibale.

Annibale decise a questo punto di ritornare nelle montagne del Bruzio dove rimase praticamente bloccato e da dove  tentò di  difendere le sue ultime posizioni, senza, però,  riuscire ad impedire la caduta di Locri. I comandanti romani,  ancora intimoriti dalla sua impressionante reputazione, rinunciarono ad attaccarlo[.

Anche i fratello Magone aveva fallito in Liguria e con le vittorie di Cornelio Scipione in Africa, giunse l'ordine da Cartagine di ritornare in patria. Era l'autunno 203 a.C. Annibale dovette abbandonare l'Italia portando con sé i suoi veterani e i volontari italici disposti a seguirlo, ma. in realtà, consapevole che la sua lunga campagna nella penisola era fallita.

Il ritorno di Annibale in Africa dette vigore alla resistenza della popolazione cartaginese e rinsaldò il suo morale, ridando forza al partito della guerra  e  Annibale ricevette nuovamente il comando delle truppe disponibili: un misto di milizie cittadine e dei suoi veterani e mercenari trasferiti dall'Italia.

Era il 201 c.C.   e dopo un'inutile conferenza di pace con Scipione, Annibale si scontrò con lui a Zama; la battaglia fu aspra e sanguinosa   e si concluse con la vittoria di Scipione e dell’alleato Massinissa.

Annibale aveva appena 46 anni e dopo un periodo di inattività, salì al potere; da uomo politico tentò una riforma dello Stato per incrementare le entrate fiscali, ma la gelosia nei suoi confronti era tale da accusarlo di aver tradito gli interessi di Cartagine quando era in Italia, evitando di conquistare Roma quando ne aveva avuto la possibilità. Denunciato, il grande condottiero preferì l’esilio volontario e come disse Cornelio Nepote:

“… l’invidia di molti poté sconfiggere la virtù di uno solo”

Si rifugiò prima a Tiro e poi ad Efeso, dove re Antioco, dopo una sconfitta meditava di consegnarlo ai Romani e da dove fuggì   a Creta. E qui emerge anche il suo lato sottile ed astuto.   I Cretesi non volevano lasciarlo più partire, a meno che non lasciasse nel loro tempio principale l'oro che aveva con sé, come offerta votiva. Egli finse di acconsentire. Consegnò un grosso quantitativo di ferro appena ricoperto da un sottile strato d'oro e trafugò invece le sue barre, fondendole e nascondendole all'interno di statue che egli portava sempre con sé e che i Cretesi gli permisero di portar via.

Da Creta passò subito in Armenia, poi in Bitinia e fu qui che si concluse la sua straordinaria parabola:   a Lybissa, dove re Prusia stava per consegnarlo ai Romani e dove il grande condottiero scelse la morte, pur di non cadere vivo nelle mani del nemico. Qui si diede morte prendendo il veleno contenuto nel castone di un anello.

Le sue ultime parole, secondo Tito Livio furono le seguenti:

"Quanto sono cambiati i Romani, soprattutto nei costumi, non hanno più neanche la pazienza di aspettare la morte di un vecchio, su allora, liberiamoli da questo lungo affanno".Era il 183 a. C.

Questo, il grande condottiero, il soldato dotato di grandi capacità tattiche e strategiche, capace di   tenere posizioni per oltre 15 anni con il suo piccolo esercito di veterani, isolato in territorio nemico; queste, le straordinarie qualità dimostrate durante la sua carriera militare.

Ma chi era l’uomo Annibale Barca?

Era un uomo cresciuto con l’ideale fisso di lottare eternamente contro Roma, figlio di quell’Amilcare Barca che gli fece giurare, ancora bambino, che mai sarebbe stato amico di Roma… (benché questo episodio sia oggi messo in dubbio dagli storici moderni.)

Eletto, a soli ventisei anni, (ne aveva passati diciassette lontano da Cartagine con il padre), comandante sul campo dai suoi soldati e confermato dal governo a Cartagine, dopo due anni trascorsi a completare la conquista dell'Iberia, si era sentito pronto ad affrontare Roma.

Chi era, dunque, l’uomo Annibale Barca?

I giudizi non sono tutti lusinghieri. Alcuni sono decisamente severi. C’è chi ne descrive solo i vizi, ma anche chi non tralascia le virtù, come Tito Livio il quale di lui dichiara:

“Aveva grande audacia nell'affrontare i pericoli, massima la sua prudenza negli stessi, da nessun disagio il suo corpo poteva essere affaticato, né il suo coraggio poteva essere vinto…”

E poi aggiunge:

«Queste sue virtù trovavano un uguale corrispettivo nei difetti: disumana crudeltà, una perfidia più che cartaginese, niente di vero o santo, nessun rispetto per la religione, nessun timore per gli dei, nessuno per il giuramento…certo che nei suoi confronti prevalse, tra i Cartaginesi, la fama di avaro, tra i Romani, quella di essere crudele. »

Appiano, poi, non si fa scrupolo di affermare:

“ I Cartaginesi non hanno rispetto né per accordi né per giuramenti... Le azioni perpetrate da Annibale stesso in guerra con stratagemmi e spergiuri… anche contro i suoi stessi alleati, distruggendo le loro città e massacrando   i loro soldati al suo servizio, richiederebbe troppo tempo per essere elencate.. Quale trattato, quale giuramento non hanno calpestato sotto i piedi?”

Più positivo il giudizio   dello storico greco Polibio, peraltro, nel suo tentativo di risultare il più obiettivo possibile nel criticare Cartagine e la sua gente, finendo per dare poco credito alle accuse contro di lui   e addirittura scagionarlo, adducendone anche le motivazioni, nonostante che egli facesse parte della schiera dei clienti degli Scipioni, acerrimi nemici del cartaginese, ne loda le qualità di condottiero:

« Nessuno potrebbe non approvare il modo di comandare, il valore e la forza dimostrati da quest'uomo, se considerasse la lunghezza di questo periodo, e facesse attenzione alle battaglie grandi e piccole, agli assedi, alle defezioni delle città, alle difficoltà delle situazioni e inoltre alla grandezza dell'intero piano e della sua attuazione per il quale, avendo Annibale combattuto per sedici anni senza interruzioni contro i romani in Italia, non lasciò mai le sue truppe allontanarsi dal campo di battaglia: invece tenendole unite sotto il suo controllo come un bravo timoniere, fece attenzione affinché uomini così numerosi non si sollevassero contro di lui o gli uni contro gli altri anche se impiegò soldati che non solo non appartenevano allo stesso popolo ma addirittura a razze diverse… »

E’ assai difficile, dunque, giudicare il vero carattere, l’indole, di questo grande condottiero e non solo per merito o demerito personale, ma anche per l’ascendente che ebbero su di lui i diversi consiglieri che si alternarono al suo fianco ma anche a causa delle situazioni di fronte alle quali si veniva a trovare e verso cui era costretto a prendere determinate decisioni, come il dover, ad esempio, abbandonare a se stessa una città e lasciarla in mano a soldati saccheggiatori, o il dover violare qualche trattato e altro ancora.

E’ indubbio, però, ed anche inevitabile, che vi sia stata una voluta distorsione dei fatti. I soli scritti che riguardano Annibale, provengono dalle fonti di questi storici romani che in lui vedevano il più grande nemico di Roma. Accuse tendenziose e propagandistiche, dunque.

In realtà, Annibale, era così temuto ed odiato, che era difficile restare obiettivi nel giudizio. L’accusa di perfidia si può spiegare con quella sua tattica di guerriglia che così tanto spaventava i romani, abituali all’ordine ed allo schema; quanto alla crudeltà, i romani non erano, veramente, da meno e il loro costume   rispecchiava esattamente le consuetudini belliche dell’epoca, confermate dal gesto brutale di Claudio Nerone con la testa di Asdrubale lanciata nel campo cartaginese.

E come disse Napoleone, nessuno generale fu mai più audace, sorprendente e ardito di Annibale.  Considerato uno dei più grandi condottieri di tutti i tempi e il più grande dell’antichità, di lui si esaltano, oggi, le qualità strategiche militari, ma si analizzano anche quelle politiche  e  i pareri concordano riguardo l’errata percezione che egli ebbe delle esatte caratteristiche dello stato romano. Sorretto dal suo sogno di liberare i popoli dal giogo romano, probabilmente si aspettava una maggiore adesione al suo “progetto di liberazione” da parte dei popoli assoggettati e non comprese, invece, quanto solida fosse la struttura politica di Roma.

Tuttavia, con il tempo,   il ricordo delle sue imprese fecero di lui un personaggio mitologico ed epico, dotato di principi di coerenza, moralità e soprattutto incorruttibilità,   fino alla fine dei suoi giorni.