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I dodici Cesari: Otone

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di MARIA PACE

Correva l’anno 69 dell’era cristiana, un anno di estrema confusione.  L’imperatore Galba era morto e i Princes non si eleggevano più  in Senato,  ma sui  campi militari per acclamazione dei soldati. La procedura era sempre la medesima per tutti. Lo fu anche per  Salvio Otone, 37 anni, della Gens Salvia, una delle  famiglie più antiche d’Etruria. Il suo fu  il regno più breve: 95 giorni .


La questione dell’erede era sempre aperta, anche se ugioGalba aveva tentato di risolverla con l’adozione:

“Spenta la Casa Giulia e Claudia - aveva detto – provvederà l’adozione alla scelta del più degno.”

Ma Galba non aveva fatto i conti con gli intrighi, gli interessi privati, i rancori sociali, le gelosie e le sfrenate ambizioni  personali.

Regnavano disordine e confusione, perché contemporaneamente, le Legioni di Germania e Giudea, avevano eletto sul campo i loro generali: Aulo Vitellio e Tito Vespasiano.

La presa di potere di Otone fu un vero colpo di Stato, favorito dall’indugio di Galba, tormentato dal peso di una decisione importante da prendere: uscire dal Palazzo per guidare personalmente la repressione  oppure inviare truppe e contare sulla loro efficienza e fedeltà. Sappiamo che la decisione presa da Galba lo condusse alla disfatta.

Ma anche Otone si mostrò indeciso. Non era lui a prendere le decisioni, soprattutto quelle militari. Egli non era in grado di farlo., al contrario del suo antagonista, Vitellio, valente generale di un potente esercito. Non avendo la pur minima  formazione militare, egli aveva conquistato i pretoriani non con la guerra, bensì con  donativi generosi e molta prodigalità. Ed aveva nominato Proculo suo consigliere e Prefetto del Pretorio, ma, neppure questi sapeva nulla di guerre e strategie militari.

Stessa prodigalità mostrò al popolo appena fu eletto e inizialmente il popolo lo accolse abbastanza favorevolmente. Per varie ragioni: la condanna di Tigellino, inviso a tutti, il reintegro nei ranghi di molti sostenitori di Nerone, la ripresa dei lavori della Domus Aurea, ma soprattutto l’aver colmato il vuoto che la morte di Nerone aveva lasciato nel popolo. Dopo la vecchiezza e l’avarizia di cui Galba era accusato, la giovinezza e la prodigalità dell’antico compagno di bagordi di  Nerone, faceva ben sperare. La plebe e non solo: l’ascesa al trono era avvenuta a furor di pretoriani, che vedevano nel giovane e gaudente compagno di Nerone, una continuazione del regno di questi.. Era stato amico e favorito di Nerone fin dall’adolescenza poiché frequentava la corte e la famiglia imperiale e con lui aveva perfino diviso, per un certo tempo, la stessa donna, Poppea, che alla fine Nerone aveva tenuto per sé spedendolo in Lusitania. Proprio a causa di questo suo rapporto con Nerone,, gli fu dato il nome di Nerone, come dice Svetonio:

“… tra le feste fattegli, fu dal popolaccio chiamato Nerone, né egli diede segno di rifiutare”

In realtà, dopo un buon inizio, il favore della plebe andò sempre più scemando, fino a restringersi a poche persone, anche perchè la prodigalità del Princes si faceva sempre più ristretta.

Sull’esempio del suo predecessore, prodigo e dissipatore, cui si era accompagnato per quasi una vita intera e condividendone gli eccessi, si aspettavano tutti che egli continuasse ad imitarlo ed invece, egli adottò una condotta di vita austera. Ecco come si esprime Tacito:

“Contro ogni previsione… rinviati gli svaghi, messa al bando ogni dissolutezza tutto egli improntò alla maestà del potere.”

Qual era il suo aspetto?

Di aspetto effeminato, così si pronuncia Svetonio:

“… basso di statura e sbilenco era di femminea ricercatezza nelle cure del corpo…”

Se Galba gli aveva preferito Pisone nell’adozione, la ragione era stata proprio a causa di questo  suo comportamento effeminato. Un  aspetto che indicava anche una tendenza per l’omosessualità. Non ci sono dubbi che egli fosse omosessuale e che fosse stato tra i favoriti di Nerone.

La sua vita sentimentale, però, ruotò intorno ad una sola donna: Poppea, per la quale provò un vero amore e vera passione. Nonostante le intemperanze giovanili, egli non ebbe comportamenti scandalosi o sregolati.

Tutto ciò per dire che forse, il carattere di Otone era parsimonioso per natura? Svetonio assicura di no, riferendo addirittura che

“fin dalla adolescenza fu sì prodigo che  spesso fu ben picchiato da suo padre”.

Se non era di carattere parsimonioso come si spiega il suo comportamento?

Forse Svetonio e Tacito dicono il vero quando affermano che più che dall’ambizione, Otone fu spinto verso il trono dalla necessità e dal bisogno, essendo oberato di debito. Le sue tante manovre, dunque, avevano questo solo scopo e la loro riuscita fu certamente casuale, favorita dalla guerra civile e sostenuta dal rancore verso Galba che gli aveva preferito Pisone.

Che non avesse cercato il potere per ambizione, ma si sia trovato  ad affrontare una certa situazione  lo si capisce anche da una frase riportata da Svetonio:

“Che cosa ho io a che fare con grossi flauti?”

Otone riconosceva, dunque, di non essere adatto a ricoprire quel ruolo, incapace com’era  di fronteggiare le avversità e anche la paura,  E Vitellio, il suo  avversario, pare proprio che conoscesse questa sua debolezza e non si preoccupava troppo delle sue azioni.

Pavido e indeciso: due difetti che un Princes non doveva e non poteva avere. Pavido e indeciso per tutto il corso della vita e in quasi tutte le situazionii.

Non nel momento supremo.

Otone seppe morire con grande dignità. Morì suicida. Era il 4 aprile del 69. La sua morte  fu definita sublime, e di certo non fu una esagerazione, conoscendo le cause, i fatti e i particolari.

Che cosa era accaduto?

Le truppe otoniane erano state  sconfitte a Bedriaco e ancora una volta per la sua  incertezza nel prendere una decisione e finendo per prendere quella sbagliata.

L’entusiasmo dei soldati,  però, per nulla demoralizzati dalla sconfitta, insorse più forte che mai: erano pronti a riprendere i combattimenti. Quasi un delirio. Un delirio che, però, non coinvolse il Princes il quale non desiderava un nuovo spargimento di sangue e così scrisse:

“Potrei io sopportare che tanto fiore di romana gioventù, tanti eccellenti eserciti vengano ancora una volta schiantati?”

Furono molti gli storici che riportarono questi fatti e tutti concordano: non ci fu un minimo segno di paura o cedimento. Cominciò  con  un discorso sugli effetti disastrosi delle guerre civili poi si ritirò nella sua tenda per prendere  tutti i provvedimenti necessari per la salvezza dei familiari e dei sostenitori; saggiò la lama di due spade per scegliere quella più tagliente e distribuì ai servi il suo denaro,

Una domanda che ancora oggi  si fanno storici e psicologi: come è possibile che un uomo possa cambiare così drasticamente nel giro di  poche ore… le ultime… della sua vita.

Lo stesso Dione Cassio scrive:

Dopo aver condotto una vita il più infame possibile, morì nel modo più glorioso. Dopo essersi appropriato dell’impero con i mezzi più criminali, vi rinunciò nella maniera più nobile.”

Come spiegare tanta determinazione di fronte alla morte in un uomo sempre preda della paura? E come spiegare tanto altruismo verso il prossimo? Egli, infatti, fece scorrere la tutta la notte prima di suicidarsi per assicurarsi che  i suoi sostenitori fossero al sicuro.

Nel momento supremo non ha tentennato come Nerone, che si è fatto aiutare da un liberto a conficcarsi il pugnale in gola, ma si è gettato eroicamente sulla spada procurandosi una ferita tale che morirà poco dopo. Senza tentennamenti e con stoico coraggio.

Un enigma che continua ancora oggi.