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25 luglio 1943, il crollo del fascismo e le incertezze del re

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di MARIO GIANFRATE

L’ordine del giorno presentato da Grandi, presidente della Camera dei fasci e delle corporazioni, al Gran Consiglio del fascismo, nella seduta notturna del 25 luglio 1943 che, con i voti favorevoli della maggioranza, sfiducia Mussolini, offre a Vittorio Emanuele III° il pretesto legale per dimissionare il Duce e dar corso alla fase di transizione post-fascista. Ma, se l’obiettivo del re, incerto, titubante e timoroso, è chiaro – liberarsi del dittatore e salvaguardare il traballante istituto monarchico – confusa e contraddittoria appare la sua condotta; così, rifiutando l’idea di un governo di larghe intese, alla base della iniziativa di Dino Grandi che, a ragione, acquisisce piena consapevolezza di essere stato strumento di un disegno che, dopo l’uso, lo relega in posizioni del tutto marginali, incarica il maresciallo d’Italia, Pietro Badoglio, di formare il nuovo Governo.


Scelta, quella del sovrano, che si rivelerà fallimentare per l’inadeguatezza del personaggio – peraltro tra i più compromessi con il fascismo e tra i più corrotti – e che decreterà in maniera decisiva le sorti infauste della stessa monarchia.

Badoglio – osteggiato finanche dalle correnti moderate dell’antifascismo che ritengono la scelta del re la meno opportuna – non solo confermerà, nel suo proclama, che “la guerra continua” malgrado le pressioni avanzate a Vittorio Emanuele da Bonomi secondo cui – come sostiene Nicola Tranfaglia – il Patto dell’Asse con la Germania nazista rappresentava “l’alleanza tra due rivoluzioni”, tra “due regimi” che, con il crollo del fascismo poteva essere ricusata senza essere considerato tradimento, ma non proietta neppure la visione aperta dalla nuova fase politica in direzione di un progetto di costruzione di uno Stato democratico, proponendosi, invece, il mantenimento dell’apparato burocratico e militare repressivo-fascista per garantire la continuità dello Stato monarchico.