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I dodici Cesari – Ottaviano Augusto

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di MARIA PACE

Se l’immagine di Caio Giulio Cesare ha finito per rimanere come imprigionata nel concetto rigido ed astratto del Conquistatore audace e ambizioso, quella di Augusto si è in qualche modo cristallizzata in quella dell’imperatore moderato e clemente. Più ad opera di storici ed autori, in realtà, che degli eventi stessi. Incontriamo Seneca, infatti, che propone a Nerone proprio il modello del principato di Augusto.


In realtà, Ottaviano Augusto, era ambizioso quanto Giulio Cesare e, come Cesare, era un carattere dominante, capace di esercitare il dominio sugli altri e di mutare il corso di eventi e situazioni. Proprio come accadde ad entrambi, Cesare ed Ottaviano, che riuscirono a rovesciare un regime politico (la Repubblica) per istituirne un altro: il Principato.

Ma, che cosa era il “Principato”? Dal temine Princes, ossia, Primo Cittadino, titolo che gli venne riconosciuto dal Senato nella famosa seduta del 13 settembre del 27 a.C. durante la quale gli venne accordato il cognomen di Augusto. Perché famosa? Perché emerge, in quella circostanza, tutta l’ambiguità del comportamento del Princes.

Per meglio comprendere, dobbiamo fare un passo indietro e tornare a Giulio Cesare ed al processo di divinizzazione messo in atto dal Dittatore con grande impegno. Cesare, ambiva al potere assoluto, ma con il consenso del popolo e degli Dei; del consenso del popolo godeva già e di quello divino… anche… Affermava lui. Asseriva, infatti, di discendere da Venere e da Marte, ragion per la quale gli furono istituiti centri di culto mentre era ancora in vita: le sue statue furono collocate acanto a quelle di altre Divinità e gli furono consacrati diversi altari.

Ad onor del vero, bisogna riconoscere che personalmente, nulla fece, Cesare, perché gli si tributassero onori divini, ma fu iniziativa ed opera del Senato e Dione Cassio parla addirittura di una statua da cui Cesare fece cancellare la dicitura Semidio.

Alla morte del Dittatore, però, Ottaviano, non solo non ferma questo processo, ma si affretta addirittura a consolidarlo. Quale la ragione? Esaltando l’immagine di Cesare ed elevandone al massimo la figura, esaltava se stesso, quale suo erede.

Proprio in quella seduta del Senato, del 13 gennaio del 27 a.C., Ottaviano metteva ipoteca al suo potere. In quella circostanza, infatti, il Senato, dopo lungo dibattito sulla scelta del cognomen, tra Romolo oppure Augusto, sceglieva il secondo e lo consacrava Dio vivente in terra con culto nei templi assieme agli altri Dei.

Ottaviano rifiutò quella consacrazione. Per consiglio di Mecenate, afferma qualcuno… per propria convinzione, afferma qualcun altro. Però non fece nulla per impedire il sorgere di leggende intorno alla sua nascita. Una di queste leggende racconta che Azia, sua madre, lo aveva concepito una notte, nel Tempio di Apollo, dove era stata avvicinata da un serpente, (una delle trasformazioni preferito del gaudente dio della Musica) che le si era andato a distendere accanto. A testimonianza del fatto, continua la leggenda, Azia, e anche il figlio così concepito, esibivano una macchia a forma di serpente.

In realtà, i genitori di Ottaviano erano persone comuni. Ottavio, il padre, Pretore, era morto in giovane età, di morte improvvisa e la madre, Azia, figlia di Giulia, era nipote dello stesso Cesare: origini divine, dunque. Ed ecco l’ambiguità: respingeva consacrazioni divine, ma si riconosceva figlio di una madre di discendenza divina.

Quale tipo di “principato”, dunque, era quello di Augusto? Un Principato dal potere assoluto illimitato, simile a quello che quattordici anni prima si era costruito Cesare. Questa volta, però, con il consenso del Senato. Un potere assoluto illimitato e senza controllo. Ambiguo: senza successione ereditaria, era destinato a finire. Il giudizio su di lui non fu mai negativo, però: egli aveva mostrato che bastava un sol uomo capace, per assicurare un buon governo alla città

Fisicamente, non si può dire che Ottaviano fosse del tutto soddisfatto del proprio aspetto, che era: bassa statura, occhio glauco, dentatura rada, naso prominente e sopracciglia congiunte sul naso. Soprattutto gli occhi:” animati – racconta sempre Svetonio – da divino fulgore.” Ostentando superiorità quasi divina, egli desiderava che, colui il quale gli stava di fronte, abbassasse lo sguardo, poiché non sopportava che qualcuno reggesse il fulgore divino del suo.

Di salute cagionevole, si trovò più volte in punto di morte, tanto da sentirsi spinto a fare testamento o a prendere decisioni molto spesso dettate da quel suo carattere di superstizioso, che seguiva pratiche e rituali di natura irrazionale… Superstizioso come tutti i contemporanei… e come moltissima gente ancora duemila anni dopo.

Un carattere, quello di Ottaviano, che non aveva davvero nulla da invidiare al carattere di Cesare, di cui voleva essere l’erede: come Giulio Cesare era anch’egli ambizioso e determinato.

Aveva solo anni quando Cesare fu ucciso e già era assetato di potere. Come lui, fu generoso nei donativi e nelle promozioni; denaro ai soldati e alimenti al popolo: formula vincente per il consolidamento del potere. Al contrario di Cesare, però, che a prendere decisioni voleva essere da solo, Ottaviano si servì di due consiglieri: Agrippa e Mecenate.

Agrippa, compagno d’infanzia, lo affianco subito, fin dalla morte di Cesare e fu suo fidatissimo generale, fino al 12 a.C. quando morì. Di lui gli storici hanno sempre tracciato un quadro assai lusinghiero, sia come uomo che come militare. Come militare, era così capace, al contrario di Ottaviano, da dirigerne tutte le operazioni e come uomo era così apprezzato al punto che il princes gli concesse la mano della figlia e lo designò suo successore.

L’altro consigliere, prezioso soprattutto per gli affari interni dell’Impero, fu Mecenate, quello stesso, assai noto, anche ai nostri tempi, per la sua attività a protezione di artisti e scrittori. Morì soltanto quattro anni dopo. Ma, mentre la morte di Cassio non ebbe conseguenze, poiché fu sostituito dal valente generale Tiberio (il futuro Imperatore), la morte di Mecenate, lo colpì assai profondamente. Il sodalizio dei due Consiglieri con il loro princes, infatti, era così perfetto da costituire quasi un Triumvirato. Questo, anche quando i pareri non erano del tutto concordi. Come nell’episodio riportato da Dione, in cui si parla dell’intenzione di Ottaviano di ritirarsi e rimettere gli affari di Stato nelle mani del Senato e del Popolo; mentre l’opinione di Mecenate era mettere il potere in mano ad una sola persona, quella di Agrippa era di una nuova Repubblica.

Di gusti semplici e privo di qualunque eccesso, Ottaviano condusse uno stile di vita assolutamente frugale, sobrio e senza sprechi. Più movimentata, la vita sentimentale. Si sposò tre volte. Matrimoni politici, il primo e il secondo, con Claudia, figlia di Marco Antonio e con Scribonia, da cui ebbe una figlia. Di grande passione, invece, il terzo, con Livia, per la quale ripudia Scribonia.

Uomo passionale, Ottaviano mostrerà questo particolare del suo carattere proprio in occasione di queste nozze. La sposa, già incinta di cinque mesi, viene portata via al marito, Tiberio Claudio Nerone.

Figlia di Livio Druso Claudiano, Livia aveva sposato il cugino, Tiberio, avversario di Ottaviano, sconfitto nella battaglia di Filippi. All’epoca del loro incontro, Livia aveva già avuto dal marito il primo figlio, Tiberio, ed era in attesa del secondo, Druso. Preso da passione per la bella Livia, Ottaviano divorziò dalla moglie lo stesso giorno in cui lei metteva al mondo la loro figlia, Livia e convinse… o costrinse… Nerone a divorziare da Livia. E ancora di più… il giorno del matrimonio, tre giorni dopo, Nerone accompagnava la sposa, come fosse stato suo padre.


Sempre a proposito della sua natura passionale, si raccontava che. pur innamoratissimo della moglie, non disdegnasse incontri al di fuori del matrimonio. Si raccontava che numerose lettighe coperte giungessero a palazzo e poi nei suoi appartamenti. E fu accusato di servirsi di mercanti di schiavi per procurarsi donne e soprattutto fanciulle vergini, con il consenso della moglie Livia.


Molti storici, oggi come allora, però, si rifiutano di accettare queste fantasiose teorie, ritenendole soltanto maldicenze degli oppositori e considerando anche la natura e la personalità di moderato, che era tutt’altro che quella di un tiranno.


Uomo colto, si può tranquillamente affermare che Ottaviano possedesse anche qualità letterarie. Scrisse numerose opere odi Storia, Retorica e perfino una Tragedia che, non si sa per quale motivo, distrusse subito dopo averla scritta.

Morì il 19 agosto del 14 mentre era a Napoli per assistere ai Giochi. Morì in soli due giorni. Morte rapida. Troppo rapida, si disse in epoche successive, per essere naturale. E si pensò, al veleno. Oggi qualcuno discute su questo, ma allora si disse solamente: morto per malattia.