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Home Cultura Cultura 25 giugno 1857, Pisacane e la fallace illusione di Sapri

25 giugno 1857, Pisacane e la fallace illusione di Sapri

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di MARIO GIANFRATE

La grave crisi economica che caratterizza il 1848, dovuta soprattutto ai cattivi raccolti e al perdurare di un lungo periodo di carestia,

 

 

con il conseguente rincaro dei generi di primo consumo e l’aumento della disoccupazione dovuta alla crisi di riflesso dell’industria, ma, anche,  il diffondersi degli ideali di libertà e di giustizia in seguito alla Rivoluzione Francese, mettono in discussione l’equilibrio del quadro politico europeo.

Conflitti e rivolte scoppiano in ogni parte del vecchio continente, spesso represse brutalmente nel sangue dalla polizia e dagli eserciti dei governi reazionari.

In Italia, l’azione diplomatica di Cavour è riuscita, al Congresso di Parigi del 1856 a porre, di fronte alle potenze europee una “questione italiana”, evidenziando come la Penisola fosse percorsa da fremiti rivoluzionari e, quindi, da una situazione esplosiva a causa del dominio austriaco, papale e borbonico.

E che l’analisi dello Statista piemontese fosse arguta e corretta, trova conferma, innanzitutto, nella strategia rivoluzionaria di Mazzini – espressione politica e culturale alternativa alla posizione cavouriana: la contrapposizione tra il libertario repubblicano e il liberale monarchico trova un momento di tregua nel considerare obiettivo primario l’indipendenza dal dominio austro-ungarico – e, in seguito, nel dilagare di sollevazioni, spesso ordite dallo stesso fondatore della Giovine Italia.

In questo quadro politico sinteticamente esposto, si inserisce l’opera e l’azione di Carlo Pisacane, l’ex ufficiale napoleonico emigrato in Francia nel 1847 e rientrato in Italia l’anno successivo per combattere in Lombardia contro l’esercito austriaco e a Roma, nel ’49, a fianco di Garibaldi col quale ebbe, peraltro, vivaci contrasti.

Egli elabora una concezione classista della rivoluzione che lo separa dal Mazzini: la rivoluzione non può essere borghese ma deve avere un carattere popolare e, quindi, socialista. Ma c’è, ancora, un secondo elemento di disaccordo con il patriota ligure: entrambi sono convinti che l’insurrezione debba partire dal meridione d’Italia, essendo – nel giudizio di Pisacane – il Regno delle Due Sicilie più fragile è più attaccabile; ma, malgrado ciò, Mazzini concentra al Nord la sua attenzione e a indirizzare in tale direzione, la propria azione propagandistica e sovversiva.

La preparazione di una iniziativa meridionale, progettata da Pisacane  ha una lunga gestazione per i dissidi che sorgono, in particolare, tra Pisacane e Fanelli, su tempi e modi della spedizione su Sapri. Fanelli è persuaso che i tempi non siano ancora maturi e la stessa organizzazione della insurrezione è deficitaria. Prevale, però la posizione di Pisacane e, rotti gli indugi che, comunque, frenano l’azione rivoluzionaria, il 25  giugno del ’57 la spedizione dei 300 patrioti si dirige a Sapri, nel salernitano.

Ed è proprio in questa drammatica e coraggiosa impresa che s’infrange il sogno della “rivoluzione socialista” propugnata da Pisacane e che, finalizzata a creare condizioni di uguaglianza, di giustizia e di libertà, faceva leva sul movimento contadino, quale soggetto di una rivoluzione possibile,.

In realtà, quando i patrioti giungono nel centro campano per sobillare la rivolta di classe, vengono affrontati, non solo dalle truppe borboniche, ma dagli stessi contadini che ritenendoli, evidentemente, dei banditi, partecipano al loro massacro.

Tragico l’epilogo per lo stesso Pisacane che, avvilito, vede svanire la sua aspirazione ad una società più giusta e più umana: ferito, si uccide per evitare la cattura.