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Marinetti e il Manifesto tecnico della letteratura futurista

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di MARIAPIA METALLO

Come Marinetti avrà a dire “Il Futurismo si fonda sul completo rinnovamento della sensibilità umana avvenuto per effetto delle grandi scoperte scientifiche”; in questo modo egli stabiliva una precisa connessione causa-effetto tra sviluppo delle tecniche e modernizzazione della lingua.
Tale programma d’innovazione linguistica si basava su una serie di punti già esplicitata con il Manifesto tecnico della letteratura futurista:


- distruzione della sintassi e disposizione dei sostantivi a caso;

- uso del verbo all’infinito;

- abolizione dell’aggettivo, dell’avverbio e della punteggiatura;

- uso di doppi analogici per i sostantivi.

In questo modo, abolendo avverbi e aggettivi, Marinetti vuole distruggere la sintassi (che rallenta e complica la comunicazione), esaltando l’essenzialità del sostantivo che possiede l’assoluto predominio nella gerarchia del discorso e, duplicandosi, acquista una propria indispensabile densità in grado di rendere il turbinio della vita moderna.

Sull’uso dei sostantivi doppi egli afferma:

“Ogni sostantivo deve avere il suo doppio, cioè il sostantivo deve essere seguito, senza congiunzione, dal sostantivo a cui è legato per analogia”. Nascono così i termini emblematici della cultura futurista: UOMO-TORPEDINIERA, DONNA-GOLFO, FOLLA-RISACCA, PIAZZA-IMBUTO, PORTA-RUBINETTO.

O, ancora, quanto dichiara in merito all’uso dell’aggettivo: “Bisogna considerare gli aggettivi come segnali ferroviari o semaforici dello stile, che servono a regolare lo slancio, i rallentamenti e gli arresti della corsa, delle analogie. Io chiamo aggettivo semaforico, aggettivo-faro o aggettivo atmosfera l’aggettivo separato dal sostantivo, isolato anzi da una parentesi e diventato così una specie di sostantivo assoluto, più vasto e più potente di quello propriamente detto”.
Quest’accostamento di referenti diversi e di sfere sensoriali diverse (suono, colore, odore, movimento) è per i futuristi una necessità che si realizza in un nuovo modo di interpretare la realtà. Nasce così il dinamismo, anzi, il vitalismo sfrenato della narrativa futurista. “Mistici dell’azione” così Marinetti definiva i futuristi. Si tratta dunque di una poesia per fare, una poesia che è sempre sul punto di farsi, una poesia che è sempre e solo presente, anche se è indirizzata al futuro (utopia, figurazioni simboliche, l’assoluto che supera il tempo e lo spazio). Una poesia anche politica, ma di una politica che guarda alla guerra, alla prima linea, alla violenza, alla velocità e all’estremismo. Una poesia intesa come azione o come propaganda alla vigilia dell’azione e quindi come retorica, arte del dire per convincere e per spingere a fare. Dunque, la poesia futurista è pensata per essere declamata, per essere letta ad alta voce, in piazza o in un teatro, dove la forte emozione è preludio di un gesto imminente. I futuristi adottano una struttura sintattica superficiale nella quale ogni argomento arriva all’improvviso, come a seguito di un’esplosione.

Ogni discorso pertanto diventa possibile perché non è più censurabile e può essere svolto simultaneamente: attraverso la poesia si possono rendere simultanei sentimenti che quasi sempre erano stati nella forma poetica precedente distanti e divisi. La simultaneità, concetto elaborato dalla pittura prefuturista, mette insieme parole e significati come combustibile di una poesia che aspira a essere fuori di sé, a essere altro: l’azione politica, il suo concreto e il suo astratto, la Guerra e la Rivoluzione come feticcio o divinità, come Totalità in vista di una nuova nascita.