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Antica Roma: l’accampamento romano

Antica Roma: l’accampamento romano

di MARIA PACE

L’esercito romano in marcia  era uno spettacolo , impressionante:  colorato, rumoroso ed infinito. Vederlo avanzare, inarrestabile,  doveva essere motivo di grossi timori e preoccupazioni.

Ecco come  lo storico Giuseppe Flavio  racconta l’avanzata  verso Gerusalemme, nel 69 a. C. , della Legione X   al comando del generalissimo Tito Flavio, figlio  di  Vespasiano.

Aprivano la colonna, secondo l’ordine di marcia consueto ai romani,   ausiliari , con armatura leggera  ed arcieri , con il compito di respingere  improvvisi,  eventuali  attacchi del nemico, ma anche per esplorare boschi  circostanti adatti agli agguati.

Assieme a questi, procedeva anche  un contingente di soldati dall’armatura più pesante, alcuni di quali a piedi ed altri a cavallo.

Dietro di questi, avanzavano 10 uomini appartenenti ad ognuna delle centurie i quali, oltre al proprio bagaglio, portavano gli attrezzi per la misurazione del campo da impiantare e quindi, avanzavano i genieri cui  era affidato l’importantissimo compito di rendere agevole la marcia ed eliminare qualunque ostacolo la rallentasse, raddrizzando la tortuosità di certi percorsi, abbattendo vegetazione ingombrante,  colmando i dislivelli, ecc…

Seguivano le salmerie (bagaglio, armi, ecc..) del comandante supremo e degli altri comandanti; c’era a   protezione,  una scorta di cavalieri, numerosa e bene armata.

Avanzava in questo  punto della colonna il Console,  il comandante supremo della Legione, circondato dalla guardia personale, costituita da fanti e cavalieri scelti e seguito da un corpo di lancieri.

Veniva a questo punto  la Cavalleria legionaria, 120 cavalieri per ogni Legione, dietro i quali  seguivano i muli che trascinavano le macchine belliche: elepoli, catapulte, ecc…

Alle loro spalle marciava  l’intero Stato Maggiore, costituito dai   i Legati, ossia i Comandanti di ogni Legione e dai  Tribuni militari, sei per ogni Legione,   anche questi  scortati da soldati scelti.

Ed ecco  finalmente  comparire  l’Aquila, d’oro  o d’argento e fissata in cima all’asta con le ali aperte, che costituiva la “bandiera” della Legione; a sorreggerla  c’era un  Aquilifer .

L’aquila, il più forte degli uccelli, dominatrice dei cieli, simbolo, per i Romani,  della potenza dell’impero ed auspicio  di vittoria. L’attorniavano le insegne.

Seguivano i trombettieri e quindi il grosso della fanteria schierato su tre colonne.

In coda procedevano  i servi con  muli e altri animali da soma per  il carico dei bagagli dei soldati costituito da tende, paletti per  le tende, cesti per scavare fossati, strumenti e arnesi, macine,  vettovaglie, ecc..

Alle spalle di questi, procedevano i mercenari,  a loro volta seguiti dalla retroguardia composta da fanti e cavalieri,  in gran numero e armati fino ai denti.

Così incolonnate,  le Legioni percorrevano lunghissime distanze;  ogni soldato durante la marcia portava un peso di 30 chilogrammi:  il bagaglio ricevuto  in dotazione in cui erano compresi un cesto e una  catena,   razioni di cibo per tre giorni,  ascia e sega, una lancia e il resto dell’armamento.

Il soldato romano non era soltanto una macchina da guerra capace di uccidere e conquistare, ma, all’occorrenza  si trasformava in muratore, fabbro o qualunque  altra  specializzazione occorrente nella costruzione dell’avamposto. Durante  la lunga marcia,  infatti, veniva costruito un accampamento temporaneo, il castra aestiva, fatto di tende  da  impiantare  alla sera  e smontare al momento di abbandonare il campo.

Quando si voleva conquistare una regione, sedare una ribellione, assediare una città, l’esercito  entrava subito in azione e studiava l’operazione nei minimi particolari.  Non si lasciava mai sorprendere  dal nemico (quando accadeva non mancavano punizioni) e, come disse  Giuseppe Flavio:

“ in territorio avversario i Romani non ingaggiavano mai battaglia prima di aver costruito le difese del loro avamposto.”

Ecco, dunque, le prime operazioni giunti  sul posto:  montare un  accampamento e costruirne le difese.

Il castra o accampamento era di due specie.  Il primo, amovibile e temporaneo,  fatto di tende,  si utilizzava per uno o pochi giorni mentre il secondo, era  un campo permanente,  il castra stativa fatto di  baracche, palizzate, muri, fossati e terrapieni.

Mentre nella storia militare dei Greci l’accampamento fortificato ebbe  quasi sempre  una importanza secondaria, limitandosi essi  a sfruttare le opportunità offerte dal terreno, per i Romani  fu, invece,  un aspetto  fondamentale  di  questo peculiare  capitolo  dell’arte bellica romana.

La costruzione di un castra era sicuramente un’operazione assai laboriosa e anche complessa, ma assolveva egregiamente a due scopi:  garantiva il mantenimento della disciplina e infondeva un senso di sicurezza sui soldati anche dal punto di vista psicologico.

Generalmente, le  azioni d’impianto  di un castra venivano realizzate con qualche tempo di anticipo rispetto all’arrivo dell’esercito. Se ne occupava un  apposito contingente formato da operai e  genieri i quali per prima cosa fissavano sul terreno le tracce delle prime opere da eseguire.

Si trattava, in realtà, di persone altamente specializzate:

-Il Praefectus castrorum era il responsabile  del  materiale  da utilizzare per le opere di fortificazione ma anche della sorveglianza delle armi, ecc…

-Il Metator era colui che  studiava il terreno e cercava il posto adatto su cui  porre il campo: che fosse,  ad esempio,  vicino ad una fonte d’acqua, a campi di grano, ecc…

-Il Librator, invece studiava tutte le operazioni relative alla costruzione del campo: livellamento del terreno, taglio di boschi, riempimento di fossi, ecc…

-Il Mensor, dal canto suo, si occupava di piazzare le tende al posto giusto.

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