Il SudEst

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"Amore amaro", il nuovo album di Maria Mazzotta

Redazionale

Una delle voci più apprezzate del panorama della world music internazionale

Il tour partirà il 13 da Napoli e il 15 da Malgrat (Barcellona, Spagna) e toccherà più di 10 nazioni europee

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Crack Banca Popolare di Bari : fotografia di un Paese mediocre

di NICO CATALANO

Il 31 gennaio scorso, Marco e Gianluca Jacobini, padre e figlio, rispettivamente ex presidente ed ex direttore generale della Banca Popolare di Bari prima del commissariamento disposto dalla Banca d’Italia lo scorso 14 dicembre, sono stati arrestati in seguito alle indagini della Procura del capoluogo pugliese sulla cattiva gestione dell’istituto di credito. Ai domiciliari con i due Jacobini è finito anche Elia Cercelli, responsabile della funzione Bilanci della banca, mentre per l’ex amministratore delegato Vincenzo de Bustis è stato disposto il provvedimento di interdizione per un anno dalle funzioni di amministratore delegato di società nell’ambito del settore finanziario e bancario.
Da quanto emerso dalle indagini condotte dal procuratore aggiunto dott. Roberto Rossi e dai sostituti procuratori dott. Federico Perrone Capano e dott.ssa Savina Toscani risulterebbe ammontare a nove il numero delle persone indagate. Secondo l’accusa, sarebbero colpevoli di falso in bilancio, falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza, tutti reati che avrebbero portato in breve tempo la popolare di Bari vicino ad un crack di circa due miliardi di euro.  L’istituto di credito in grave crisi gestionale ed economica da diverso tempo era stato già salvato dal fallimento grazie all’intervento provvidenziale sia del governo ma anche del fondo di garanzia bancario. Infatti, prima del commissariamento, la banca popolare aveva accumulando perdite in bilancio per qualche centinaia di milioni di euro e di conseguenza azzerato il valore delle azioni acquistate dagli oltre 70 mila soci della popolare di Bari, quasi tutti piccoli risparmiatori.

Due le operazioni finanziarie finite sotto la lente di ingrandimento della magistratura, la prima riguarda i “facili” finanziamenti erogati dalla banca barese ad un imprenditore di Varese poi andato in fallimento vicino all’onorevole della Lega Nord Giancarlo Giorgetti. La seconda è l’acquisto avvenuto nel 2014 della Tercas di Teramo, una banca commissariata, in evidente dissesto. Quest’ultima operazione ha di fatto caricato i bilanci della Popolare Bari di crediti tossici, rivelatasi in seguito impossibili da smaltire. A tutto ciò si sommano i finanziamenti di imprese a rischio, tra le quali il gruppo Fusillo, fallita lo scorso settembre e debitore verso la popolare per oltre 100 milioni.  Crediti mai riscossi e che mai potevano essere incassati dalla popolare ma che di fatto venivano posti nella parte attiva del bilancio al fine di gonfiare l’esercizio. Tutte operazioni che hanno portato la banca sull’orlo del fallimento, per evitare la liquidazione oggi l’istituto dovrà trovare circa un miliardo e mezzo, denaro garantito in parte dal Fondo interbancario di garanzia e in parte dallo Stato.

Ma se da un lato la magistratura ipotizza la messa in atto da parte degli ex amministratori dei reati di falso in bilancio nonché di ostacolo all’ attività di vigilanza bancaria da parte delle istituzioni preposte, dall’altro canto ci sarebbe da indagare anche sulla poco attenta vigilanza da parte della Banca d’Italia e della Consob rispetto a queste operazioni finanziarie poco attente o “corsare”.

D’altronde gli Jacobini per quasi due decenni sono stati i padroni incontrastati della finanza e del credito bancario nel capoluogo pugliese, acclamati e riveriti da tutti: politici, direttori di giornali, accademici, intellettuali, imprenditori, persino dalla chiesa cattolica. Questa vicenda mette a nudo tutta la mediocrità che attanaglia una città come Bari e il nostro sud in generale, sempre piano zeppo di sudditi pronti a chinarsi acriticamente davanti al potente di turno per poi prendere le dovute distanze tramite parole di fuoco in caso di caduta in disgrazia di chi un tempo era da tutti considerato un vero deus ex machina.

Mentre decine e decine di piccoli risparmiatori assieme ai tanti dipendenti della banca vivono giorni di angoscia viene spontanea la domanda: dove si trovavano negli anni passati tutti questi egregi signori che oggi tanto hanno da ciarlare sulla vicenda della banca popolare di Bari?
Fonte della Foto: L’Espresso


Coronavirus, conoscere per scongiurare la paura

di BARBARA MESSINA

L’ inizio del 2020, anno palindromo, che secondo la tradizione mediorientale doveva essere prospero e fortunato, inizia invece nel peggiore dei modi per il colosso cinese.

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Nella terra degli orchi

di MICHELANGELA BARBA

 

Lo chiamano “Bosco verde", come se fosse un luogo delle fiabe. Invece, è stato appurato, era la terra degli orchi.

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Verdi e il Genio Vitale della Senilità

di VINCENZA D'ONGHIA

Milano, alba del 30 Gennaio 1901. Due preti, due candele e una croce accompagnano un feretro verso il Cimitero Monumentale secondo le disposizioni del defunto, uno dei più grandi uomini di tutti i tempi: Giuseppe Verdi. Si era spento a 87 anni il 27 Gennaio, alle tre meno dieci del mattino nell’appartamento dell’Hotel Milan, dove risiedeva quando si recava a Milano, mentre una folla composta vegliava le sue finestre dalla strada coperta di paglia affinché lo stridore delle carrozze non disturbasse la silenziosa agonia del Maestro. Verdi era stato colto presumibilmente da emorragia cerebrale, quella che la medicina di un tempo definiva apoplessia, il 21 gennaio e non aveva mai ripreso conoscenza, ma il suo cuore generoso, schietto e combattivo si era ostinato a battere coraggiosamente per altri sei giorni. Del resto, gli ultimi anni della vita di Verdi erano stati anni di non comune attività per un anziano del suo tempo.  Otello era andato in scena con enorme successo il 5 Febbraio 1887 alla Scala e mentre già si tentava di convincerlo a comporre un’opera comica, il Maestro tornò alla sua tenuta di S. Agata per dedicarsi alla sua vasta azienda agricola e alla gente della sua terra. Il 6 Novembre di quell’anno fu inaugurato infatti l’Ospedale di Villanova d’Arda, costruito e completamente allestito a spese di Verdi, il quale, tra le altre cose, si occupava dei contadini che agevolava negli affitti e nelle condizioni di lavoro, introducendo innovative macchine agricole e avveniristici sistemi di irrigazione. Sono anni in cui l’istinto sociale di Verdi e la sua profonda ma silenziosa generosità che detestava ringraziamenti e celebrazioni, trovano una piena espressione. Il 18 Ottobre 1889 il Maestro acquista un terreno alla periferia di Milano per costruire la Casa di Riposo per Musicisti, inaugurata nel 1902, quella che amava definire “la sua opera più bella”, un modello di assistenza agli anziani ancora oggi. Ne segue scrupolosamente i lavori, affidati all’architetto Camillo Boito, fratello di Arrigo e autore della novella Senso, da cui Luchino Visconti trarrà un meraviglioso film, e redige personalmente lo statuto chiamando affettuosamente i suoi colleghi indigenti “signori ospiti” e lasciando in eredità per il loro sostentamento i proventi dei diritti d’autore. Tuttavia, Verdi era un uomo per cui lavoro significava vita e la sua vita era la musica, perciò accettò la sfida di comporre il Falstaff su libretto del fedele Arrigo Boito, il giovane scapigliato che nel 1863 aveva pubblicato un’ode contro l’opera italiana il cui altare definiva bruttato come un muro di lupanare, ma che poi, con la maturità, aveva compreso la grandezza e la modernità di Verdi e, vincendone la naturale diffidenza e il carattere burbero, ne era diventato un collaboratore devoto e affezionato. Con rinnovato entusiasmo ed un impeto insolito per un quasi ottantenne scrive a Boito all’indomani della decisione di intraprendere Falstaff: “Che gioia! Poter dire al pubblico: Siamo qui ancora!!A noi!” Dopo aver diretto, nel 1892 alla Scala, in occasione di una commemorazione in onore di Rossini, la preghiera del Mosè, si trasferì a Milano con la moglie Giuseppina Strepponi agli inizi del 1893, per seguire le prove del Falstaff, andato in scena il 9 Febbraio, colpendo tutti con la sua inesauribile energia. Vale la pena dedicare qualche parola all’ultima opera di Verdi, secondo tentativo di un’opera comica dopo il fiasco di Un Giorno di Regno, in quel tragico 1840, funestato dalla perdita, in meno di due anni, dei figlioletti Virginia e Icilio e della giovane moglie Margherita Barezzi. Il Maestro sosteneva di aver finalmente scritto il Falstaff “per sé” e non solo “per il pubblico” ed è facile intuire che in quel grottesco e tenero personaggio che non vuole arrendersi agli anni che passano ereditato dalle Allegre comari di Windsor di Shakespeare, c’è tutta l’ironica, cinica e disincantata riflessione sulla vita di un saggio vegliardo che può permettersi di farsi beffe di sé stesso e del mondo che lo circonda e, al tempo stesso, riversare quel che resta delle sue illusioni nell’amore giovanile delicato e innocente di Fenton e Nennetta. Falstaff è la sublimazione del percorso artistico di Verdi, un percorso lunghissimo iniziato con il Bel Canto per poi arrivare a rinnovare costantemente il Melodramma con idee musicali audaci ed incisive e un profondo senso del Teatro unito ad un livello di introspezione psicologica dei personaggi mai raggiunto prima. Le lettere di Verdi a Boito risalenti al periodo della composizione del Falstaff ci mostrano un uomo talmente vivace, entusiasta e animato dalla gioia di vivere e lavorare che non ci sembra azzardata l’idea del collaboratore di proporgli un Antonio e Cleopatra da Shakespeare, all’epoca tradotto per la Duse. Il progetto non fu mai realizzato e di questo sicuramente ci rammarichiamo in quanto privati della possibilità di conoscere fin dove si sarebbero spinti l’estro creativo e la capacità di affrontare nuovi linguaggi del “Grande Vecchio” del Melodramma Italiano. Ciò nonostante, il Maestro non si fermò nei suoi ultimissimi anni: tra il 1895 e il 1897 compose il Te Deum e lo Stabat Mater e continuò a seguire le sue opere a Roma e a Parigi, lamentandosi talvolta dell’incompatibilità tra uno spirito indomito e un corpo che cominciava a sentire il peso degli anni: “Non sono ammalato, ma sono troppo vecchio!! Passar la vita senza poter far nulla! È duro assai!”. Straordinariamente longevo per la sua epoca, Verdi aveva visto negli ultimi anni andarsene ad una ad una le persone care della sua vita: l’amica Clarina Maffei, il suo unico allievo Emanuele Muzio, Giulio Carcano, Opprandino Arrivabene, per arrivare, il 14 Novembre 1897 alla compagna di una vita, la moglie Giuseppina, che si spense a Sant’Agata in seguito ad una polmonite. È questo il primo forte colpo che lascia il Maestro in uno stato di prostrazione tale da non essere in grado di reagire al dolore ed alla solitudine che si tramutano in quella malinconia cupa e struggente cui aveva dato vita anni prima con l’Ella giammai m’amò, cantato da Filippo II nel Don Carlo, forse la più bella meditazione in musica di tutti i tempi. Furono la presenza  costante e l’affetto di Boito, di Maria (Filomena) Carrara, la piccola cugina adottata bambina dai Verdi e amata come una figlia, e di Teresa Stolz, la grande cantante che fu una delle figure femminili più significative nella vita del Maestro e che dedicherà gli ultimi anni della sua vita a prendersene cura (morirà infatti nell’Agosto del 1902), a rendere più sereno il periodo successivo alla morte di Giuseppina. Sempre coerente con il suo disprezzo per gli onori e le manifestazioni esteriori di gloria, nel 1900 rifiuta il Collare dell’Annunziata e non permette che il Conservatorio di Milano porti, lui vivo, il suo nome: lo avevano rifiutato quando era un giovane studente di Busseto, non dovevano fregiarsi del suo nome ora che era destinato all’immortalità. Non stupisce dunque che il Maestro avesse disposto per sé funerali anonimi e quasi furtivi nella nebbia dell’alba senza mettere in conto l’immenso amore che lo circondava e che si espresse nella folla enorme che accompagnò la sua salma e quella di Giuseppina dal Cimitero Monumentale alla Cripta della Casa di Riposo il 26 Febbraio mentre Toscanini dirigeva il Và pensiero sull’ali dorate, quel primo giovanile inno che aveva saputo conquistare le moltitudini con il suo linguaggio che va dritto al cuore e parla all’anima aldilà della nazionalità, del grado culturale e del vissuto di ciascuno.

Dott.ssa Vincenza D’Onghia

Immagine I: Il monumento al Maestro Verdi veglia sulla sua “opera più bella”, la Casa di Riposo per Musicisti a Milano

Fonti Bibliografiche

1)       Tintori G., Storia della Musica-I grandi compositori: Verdi, Ugo Mursia Editore s.r.l., Milano 1983

2)       Verdi G., Autobiografia dalle Lettere, a cura di Aldo Oberdorfer, nuova edizione curata da Marcello Conati, BUR, Milano 2001

3)       Marchesi G., Verdi “D’amor sull’ali rosee”, Grafiche Step editrice, Parma 2009

4)       Muti R., Verdi, L’Italiano, a cura di Armando Torno, BUR, Milano 2018

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