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“L’Inferno in gola”: 95 anni fa si spegneva Giacomo Puccini

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di VINCENZA D'ONGHIA

Il 26 Ottobre 1924 il Comune di Pescaglia, nella Valle del Serchio, organizzò una giornata di celebrazioni in onore di Giacomo Puccini nella graziosa frazione di Celle, da cui proveniva la dinastia di musicisti della quale egli era l’ultimo esponente. Il destino volle che il compositore chiudesse là, dove tutto aveva avuto inizio e dove aveva villeggiato da bambino, una sorta di “viaggio della memoria” tra i ricordi della giovinezza intrapreso in quegli ultimi mesi, con la Festa di Santa Croce a Lucca a Settembre e il desiderio, mai esaudito, di rivedere i brani per organo che aveva composto da ragazzo al prezzo di  60 centesimi l’uno, per un giovane allievo di Porcari. Tuttavia, l’uomo serio e dallo sguardo assente seduto accanto alle pompose autorità sul piccolo palco posto davanti alla dimora dei suoi avi, che si sforza di apparire sereno in una posa di gruppo nelle fotografie conservate presso il museo del piccolo borgo, era un uomo provato e sofferente, consapevole di stare per affrontare la prova più difficile della sua vita, quella contro una terribile malattia.


Dal Marzo di quell’anno, infatti, Puccini, fumatore sin dalla prima adolescenza di sigarette e sigari, accusava dolori alla gola, una tosse insistente e una progressiva raucedine. Alla prima ipotesi di un legame tra la sintomatologia e l’estrazione di un osso d’oca dall’ipofaringe l’anno precedente, si passò ad una diagnosi di “affezione reumatica” da trattare con rimedi naturali e cure termali che non produssero alcuna regressione del quadro clinico, mentre il compositore, impegnato con il terzo atto di Turandot, diventava sempre più inquieto. Una visita di Sybil Seligman in Agosto sembrò risollevargli il morale ma sarà proprio la pragmatica amica inglese la prima a sospettare che i disturbi del Maestro rappresentassero qualcosa di molto grave. L’insorgenza di dolore all’orecchio, disfagia e di tumefazioni del collo tali da impedire la chiusura del colletto della camicia, spinse a un consulto con il Prof. Camillo Torregiani, pioniere dell’endoscopia di Firenze, il quale diagnosticò un “papilloma estrinseco della laringe” delle dimensioni di una noce, una neoplasia dell’orificio laringeo a rapida metastatizzazione linfatica, all’epoca considerata incurabile. Il 2 Novembre Puccini fu visitato nello studio di Torregiani da Addeo Toti e Giuseppe Gradenigo, illustre riformatore dell’Otorinolaringoiatria italiana, che lo affidò alle cure del luminare belga Louis Ledoux, tranquillizzandolo con parole affettuose. Quello che i tre medici dovettero comunicare al figlio Antonio era di ben altro tenore: il padre aveva un cancro “galoppante”. In quei giorni Puccini scrive al librettista ed amico Giuseppe Adami: “Questo mio mal di gola mi tormenta, ma più moralmente che per pena fisica. Andrò a Bruxelles da un celebre specialista. Partirò presto. Mi opererò? Mi si curerà? Mi si condannerà? Così non posso più andare avanti. E Turandot è lì. Al ritorno da Bruxelles mi metterò al lavoro.” Parole di un uomo ancora disperatamente attaccato alla vita ed al lavoro, nonostante tutto.

Il 4 Novembre Puccini, il figlio Antonio e Carlo Clausetti di Casa Ricordi partirono per il Radium Institute di Bruxelles. L’avanzato stadio tumorale e il diabete diagnosticato già dai tempi dell’incidente automobilistico del 1903 e sempre sottovalutato da Puccini, amante della cucina elaborata e dei dolci, costrinsero Ledoux a optare per una tecnica chirurgica meno invasiva di quella consueta, evitando lo svuotamento laterocervicale. La fase di radioterapia esterna, che oggi definiremmo neo-adiuvante, fu ben tollerata dal Maestro: la tosse ematica era cessata, usciva a pranzo e cena, riceveva visite e assistette persino al una recita della Butterfly al Teatro La Monnaie. Tuttavia, la prospettiva della seconda fase della terapia lo tormentava. “Radio esterno per ora, -scriveva- poi spilli di cristallo nel collo e buco per respirare, anch’esso nel collo. Non lo dica però né ad Elvira (rimasta a Milano perché non stava bene), né a nessuno. Questo buco, con un cannello di gomma o d’argento non lo so ancora, mi fa orrore.” Fase che non tardò ad arrivare: lunedì 24 Novembre, fu eseguita una tracheostomia in anestesia locale con novocaina, seguita da un’incisione sotto l’osso ioide attraverso la quale fu isolata la neoplasia e vi furono inseriti   7 aghi radioattivi da lasciare in sede per una settimana, un intervento durato 3 ore e 40 minuti e complicato da imponenti sanguinamenti. Alimentato con un sondino naso-gastrico e impossibilitato a parlare, Puccini scriveva su di un taccuino “Mi sento come se avessi delle baionette in gola”. Per placargli la sete, gli bagnavano le labbra con garze imbevute di Champagne. Nei giorni successivi, sembrò profilarsi un progressivo miglioramento tanto che il 27 Ledoux affermava “Puccini s’en sortira” (Puccini ne uscirà) ma alle 18 del 28 Novembre, mentre sedeva in poltrona, Puccini ebbe un attacco cardiaco e perse conoscenza. Il dottor Ledoux si affrettò a rimuovere gli aghi dalla laringe del paziente ormai in preda alle aritmie e all’emorragia. Puccini scriveva le sue ultime parole disperate “Sto peggio di ieri, l’inferno in gola e mi sento svenire, acqua fresca”, “Elvira, povera donna, finita”. Dopo una notte di agonia, assistito dal figlio Antonio e da Fosca, figlia del primo marito di Elvira e amata da Puccini come sua, il Maestro si spegneva alle 11,30 di Sabato 29 Novembre, con il cordoglio unanime di tutto il mondo. Accanto al letto, sul comodino, gli appunti per Turandot, sui quali aveva tentato di lavorare fino alla fine.

Al di là dell’innegabile e immensa popolarità di Puccini, è essenziale comprendere, a distanza di 95 anni, che cosa ha rappresentato la scomparsa di un artista strappato via dalla malattia ancora nel pieno della sua forza creativa e che, nel 1911, all’indomani de La Fanciulla del West, scriveva a Clausetti “Rinnovarsi o morire? L’armonia di oggi e l’orchestra non sono le stesse[…]Io mi riprometto, se trovo il soggetto, di far sempre meglio nella via che ho preso, sicuro di non rimanere nella retroguardia”. Sicuramente la perduta opportunità di sapere fin dove si sarebbe spinto, nella sua volontà di innovazione, il compositore che seppe rielaborare le strutture della tradizione italiana con coraggiosi procedimenti armonici vicini alle sperimentazioni europee del suo tempo, e come avrebbe avvicinato quest’ ultime al contatto con il pubblico. A tale proposito, mi sembra doveroso concludere con le parole del musicologo Michele Girardi: “Ed è un rimpianto ulteriormente accresciuto dall’analisi del “frammento-Turandot”, lascito tale da indurmi ad affermare che Puccini aveva raggiunto un risultato prezioso, messo a disposizione dei musicisti italiani del riscatto venuto dopo gli anni bui della dittatura a sperimentare nuove soluzioni tanto traumatiche quanto necessarie (da Maderna a Berio, a Bussotti e Nono): avvicinare l’opera italiana- contro l’alienazione contemporanea, la crisi post-bellica e le nascenti retoriche patriottarde- alla grande musica contemporanea europea.”

Dott.ssa Vincenza D’Onghia

Immagine I: Una delle ultime immagini di Puccini in vita: al centro di una foto di gruppo durante la visita a Celle di Pescaglia nell’Ottobre del 1924

Fonti Bibliografiche

1)       Berti A., Reperti pucciniani e organisti di Porcari. Cronaca di un ritrovamento, da Giacomo Puccini Organista, a cura di Fabrizio Guidotti, Centro Studi Giacomo Puccini, Olschki Editore, Firenze 2017

2)       Budden J., uelQPuccini. His life and works, Chap. 12, Oxford University Press 2002. Trad. Italiana a cura di Gabriella Biagi Ravenni, Carocci Editore, Roma 2008

3)       Puccini G., Epistolario, a cura di G. Adami, Milano, Mondadori, 1928, 1982

4)       Seligman V., Puccini among friends, Chap.IV, The Macmillan Company, New York, 1938

5)       Marchese-Ragona, R., Staffieri A., Gli ultimi giorni di un grande compositore, in Pazienti Celebri. Malati O.R.L. nella storia e nell’arte, Atti del 95° congresso nazionale della Società Italiana di Otorinolaringologia e Chirurgia Cervico-Facciale, Torino, 21-24 maggio 2008, a cura di Dino Felisati e Giorgio Sperati, Torino, 2008, pp. 247-258

6)       Spina N., La frattura di gamba di Giacomo Puccini: dolenti note tra le dolci melodie di Madama Butterfly, G.I.O.T. 2008; 34:216-223

7)       Girardi M., Turandot: l’ultimo esperimento di Puccini, da Giacomo Puccini. L’arte internazionale di un musicista italiano, Venezia, Marsilio, 1995