Il SudEst

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Il giullare è morto, viva il re!

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di GIOIELERE CRISTOFARI

 

Quello che non gli perdonarono mai fu l’indifferenza. [Roberto Bolaño, scrittore cileno]


Il 4 settembre del 1984, André Jarlan, sacerdote cattolico della parrocchia di Nostra Signora della Vittoria, a Santiago del Cile, era in casa, a leggere la Bibbia, cercando di ignorare il rumore dei disordini che infuriavano, a pochi passi da lui, in seguito alle proteste contro il regime di Pinochet. Nonostante fosse «assolutamente ingiustificato l’uso delle armi da fuoco in rapporto ai fatti del momento», come si legge nell’informativa della Comisión Nacional de Verdad y Reconciliación, le forze di polizia iniziarono a sparare sui manifestanti che avevano risposto all’appello delle opposizioni a una protesta nazionale contro la dittatura. Andrè Jarlan continuò a leggere, finchè un proiettile trapassò il muro che aveva alle spalle e lo colpì alla nuca, lasciandolo morto sopra le pagine del Libro.

Oggi, al sacerdote ucciso da un proiettile dei carabinieri cileni, quale compenso del piombo ricevuto, è intitolato un grosso parco della municipalità di Pedro Aguirre Cerda, nella regione metropolitana di Santiago del Cile. Il 20 ottobre 2019, a distanza di trent’anni dalle prime elezioni libere dopo la dittatura di Pinochet, durante altre proteste, altrettanto sanguinose, da un cancello del parco André Jarlan pendeva il cadavere incappucciato di Daniela Carrasco, trentaseienne artista di strada, conosciuta nella capitale cilena col nome di Mimo. L’uomo che ne ha denunciato il ritrovamento, come riportato in alcuni tweet di cittadini cileni, avrebbe notato che il corpo toccava il suolo, e afferma con sicurezza di aver visto un gruppo di forze di polizia a poca distanza dal luogo. Poche ore prima, il 19 ottobre, Mimo era stata arrestata durante una manifestazione contro il presidente Piñera che, dal palazzo presidenziale, proclamava lo stato di emergenza.

Dall’ufficio del Procuratore arrivano notizie rassicuranti. La morte di Mimo, si legge nei dispacci, è avvenuta per soffocamento; la donna, a poche ore dall’arresto, avrebbe perciò acquistato qualche metro di corda e si sarebbe impiccata al cancello del parco André Jarlan, prestando attenzione a tenere ben alzate le gambe durante l’agonia, per non appoggiarsi al terreno e mandare a monte il suicidio. La polizia, si dice, chiarirà rapidamente le residue oscurità del decesso del quale è sospettata. Soltanto il coordinatore della frangia cilena di Ni una menos, il collettivo femminista conosciuto in Italia come Non una di meno, denuncia violentemente le forze dell’ordine per il presunto omicidio di Mimo: «Daniela è stata violentata, torturata, nuovamente violentata fino a toglierle la vita». Le sue parole, evidentemente, non sono verificabili, ma non c’è motivo di dubitarne.

All’orrore di una notizia del genere segue tuttavia l’infame silenzio dei media occidentali. L’Italia, che sbadiglia sulle immagini di Ilaria Cucchi e del fratello, ucciso dai carabinieri come Daniela, condividendo poi vitellescamente le affermazioni di chi liquida una morte con un’alzata di spalle, perché «la droga fa male sempre», palpita e si commuove tuttavia di fronte alla follia esistenzialista di Joker, mimo anch’egli, mentre il Sud America sembra essersi trasformato in una caotica e selvaggia Gotham. Non resta, a chi vuole, a chi può, che ricordare Mimo con un’immagine, triste e beffarda, del colorato fermento di una manifestazione di piazza, rimpiangendo, dopo una società capace di indignarsi di fronte alla sua storia, sopratutto un mondo in cui un giullare non viene assassinato perché fa paura al potere.

Si ringrazia la Pagina Alibi che ha consentito la pubblicazione dell’articolo.