Il SudEst

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Rapporto Svimez: Il sud si spopola

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di NICO CATALANO

Un’emergenza mentre la politica dorme


Il Mezzogiorno d’Italia si sta spopolando, si impoverisce e nel contempo arretra economicamente sempre più rispetto alle Regioni del Nord del nostro Paese e dell'Europa. La conseguenza di tutto questo è che negli ultimi quindici anni, precisamente nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017 hanno fatto le valige e sono andati via dalle regioni del sud oltre due milioni di persone, è il dato sconvolgente che emerge dal rapporto “L'economia e la società del Mezzogiorno” redatto da Svimez (Associazione per lo sviluppo industriale del Mezzogiorno).

Queste statistiche dei flussi migratori, rese pubbliche nei giorni scorsi, dimostrano come l’emigrare dalla Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna è diventato un fenomeno di massa, connotato dalla stessa intensità e frequenza del secondo dopoguerra o degli anni del boom economico.

Inoltre il numero di persone che emigrano dal Sud per andare a lavorare o a studiare al Centro Nord e all’estero è maggiore di quello degli stranieri immigrati che scelgono di vivere nelle regioni meridionali. Addirittura nel solo 2017 hanno lasciato il meridione oltre 132 mila cittadini, più del 60% di essi è rappresentato da giovani, un terzo dei quali laureati, un fenomeno che in diversi centri rurali delle regioni del mezzogiorno, ha praticamente fatto scomparire dalle piazze e dalle strade intere generazioni.

In un’ Italia che nel suo complesso non cresce economicamente, dove il Sud arranca sempre di più e di conseguenza aumenta il divario economico e sociale tra questi territori con il resto del Paese, lemergenza emigrazione che interessa le regioni meridionali, determina una perdita di popolazione, soprattutto giovanile e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di immigrati stranieri, questi ultimi modesti nel numero e spesso caratterizzati da basse competenze.

Questa dinamica è la causa soprattutto nel Mezzogiorno sia di un preoccupante spopolamento, che interessa i piccoli centri sotto i 5mila abitanti, particolarmente riscontrabile in alcune aree interne di Calabria e Basilicata ma anche nel Salento, così come della pericolosa recessione in cui sta ripiombando l’intero meridione. Difatti, l’emigrazione al nord di giovani meridionali in formazione o con elevate competenze alimenta l’accumulazione di capitale umano in quelle regioni oltre ad una perdita economica secca per il sud pari a circa 2 miliardi l’anno a cui si sommano i circa 3 miliardi di euro derivati invece dalla migrazione studentesca.

Tutto questo, in un quadro in cui il Mezzogiorno da sempre rappresenta sia il mercato primario di sbocco per l’industria settentrionale ma anche la destinazione del risparmio meridionale, impiegato per finanziare gli investimenti meno rischiosi e più redditizi del settentrione.

Un meridione sempre più interessato da fenomeni come l’alto tasso di  disoccupazione, precarizzazione del lavoro, l’abbandono scolastico e la contrazione del sistema universitario oltre che da una sempre più dilagante povertà assoluta, facilitata da un forte indebolimento del sistema del welfare, incapace di supportare le fasce meno abbienti della popolazione, basti pensare all’altissima percentuale  delineata  dalla “migrazione sanitaria” dovuta alle centinaia di migliaia di meridionali,che vanno a curarsi negli ospedali del centro nord.  Meno diritti sociali, meno benessere diffuso e soprattutto minore percezione di sicurezza e stabilità economica, tutte cause dell’odierna malattia del mezzogiorno, quello spopolamento generato dall’immigrazione giovanile.

Mentre la politica Italiana, ormai sempre più distante dalla realtà, discute e litiga sull'autonomia differenziata, un progetto spacca-Italia, che mira ad assecondare il desiderio delle regioni del nord più ricche di separarsi da chi invece è meno ricco, questa cruda fotografia del Meridione messa in evidenza da Svimez dimostra altresì quanto sia sbagliato pensare di risolvere i problemi del sistema Italia in chiave regionalistica. Non servono contentini o provvedimenti elemosina ma un piano strategico di investimenti pubblici di sistema che tenda ad accantonare le grandi opere a favore di progetti come il potenziamento dei trasporti pubblici sostenibili, il contrasto al dissesto idrogeologico, al degrado e all’abbandono dei centri storici, tutti investimenti capaci di generare occupazione all’insegna del rispetto per l’ambiente.

Fonte della Foto: Il Fatto Quotidiano