Il SudEst

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La sinistra è morta, viva la sinistra!

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di MARCO SPAGNUOLO

È complicato, oggi, poter formulare un discorso connettendo i concetti di “giovani”, “futuro” e “sinistra”.

 

Soprattutto se le generazioni più giovani hanno compreso che il loro futuro li è stato negato proprio dalla sinistra. La prima operazione da compiere, per intraprendere un discorso che parta dalle lotte di oggi, è proprio eliminare la parola “sinistra” – e con essa tutto l’impianto lavorista che l’accompagna.

Il perché lo possiamo capire solo osservando le realtà politiche contemporanee – italiane e non – che in Europa i giovani hanno costruito e continuano a costruire. È da ormai trent’anni, infatti, che la diaspora tra movimenti e i principali partiti di sinistra europei si è verificata, a partire soprattutto da due questioni spinose: lavoro e repressione. Per quanto riguarda la prima, il sogno della piena occupazione – favorito soprattutto dalla figura del sindacato – non ha cessato di essere in cima alla lista dei punti all’ordine del  giorno della sinistra, mentre già dalla metà degli anni 90 diventava chiaro a tutti come questa fosse più una chimera che un progetto da affrontare. E questo fu uno dei messaggi lanciati dalla composizione sociale precaria, di genere e postfordista (forte della partecipazione di infermiere e lavoratori della conoscenza, fino alle piattaforme dei lavoratori dello spettacolo), dell’ondata di manifestazioni francesi del 1995. Da lì, e poi in seguito con i Social Forum e poi con la Carta di Nizza del 2000, uno dei punti all’ordine del giorno dei movimenti è stato proprio quello del reddito – prima “reddito minimo garantito” e poi “reddito di base incondizionato”. Anni e anni sono passati da quei giorni, e gli appuntamenti in cui si è rivendicato il diritto al reddito come diritto all’esistenza si sono moltiplicati. Ma la risposta, da sinistra, è sempre giunta come negazione perentoria o, al massimo, come derisione paternalistica. E oggi, a distanza di una trentina d’anni, all’indomani della tempesta elettorale, si rivendica improvvisamente il reddito (della cui forma non si conosce nulla).

La seconda questione spinosa riguarda, invece, le sperimentazione continue negli anni di esperienze di autorganizzazione e di democrazia diretta. Tali sperimentazioni, che partono dalla pratica squat nata prevalentemente in Germania a cavallo tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, hanno visto una loro continua evoluzione: dai classici e storici centri sociali a intere aree urbane o extraurbane (è il caso, ad esempio, dei presidi NoTav e della ZAD francese contro la costruzione di un aeroporto) occupate, riutilizzate e rese come luoghi di socialità, creatività, condivisione politica e umana oltre che di progettualità sociale. Quest’ultimo termine, entrato nel lessico dei movimenti degli ultimi anni, ha rappresentato molto in alcune città – fino a rendere quella dell’autorganizzazione una forma di autogoverno: i casi di Napoli e Barcellona, seppur con mille differenze, ne sono l’esempio più calzante.

Chi della sinistra è stato militante, chi fervente sostenitore o almeno parte, lasci un momento la propria bandiera di partito e la propria velleità identitaria. Si spogli del lessico tecnico e specializzato, ereditato a sinistra da anni di liberaldemocrazia. Ritorni bambino, rispolveri i ricordi del lungo (e quindi pesante da digerire) ’68 italiano. Perché i giovani non hanno bisogno di chi li guidi o di chi dia loro diktat – come nonni e genitori, invece, hanno fatto a testa china dagli anni ’80 – ma uno scambio intergenerazionale e il passaggio di saperi di lotta da una generazione all’altra sono un tesoro che non va lasciato sepolto assieme alle proprio passioni.

È l’ora di dare la morte al morto, ma anche di creare connessioni per consentire alla rabbia sociale che oggi striscia tra le nuove generazioni di diventare potenza di massa proprio come – e proprio diversamente da – il secondo biennio rosso italiano.