Il SudEst

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Malasanità: Morire a 14 anni

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di LUIGINA FAVALE

Per aneurisma cerebrale si intende una dilatazione di un vaso sanguigno, solitamente arteria, con la conseguente rottura della stessa che causa quindi perdita di sangue.

 

Conseguenze che possono essere devastanti se i termini, che prevengono il decesso, legati ai fattori di tempestività dell'intervento medico e alla professionalità dei centri ospedalieri, non vengono messi in atto.

Questo è accaduto pochi giorni fa a Roma, dove una ragazzina di soli 14 anni non ha avuto il soccorso immediato di fronte all'aneurisma che l'ha colpita.

La ragazza si reca a scuola come di consueto ma avverte un dolore lancinante alla testa; perde conoscenza; arriva al primo ospedale in codice giallo dopo un'ora di traffico romano. Il " Sandro Pertini " la "accoglie" diagnosticando ( si fa per dire) uno stress da scuola.

mi  pare che questa parola sia molto di moda ormai: stress !

Ma i dolori della ragazza sono insopportabili e le insistenze della madre convincono i medici a sottoporre la quattordicenne ad una tac.

Aneurisma cerebrale!

Corsa al "Bambin Gesù" per intervento neurochirurgico. Ma nel frattempo trascorrono tre ore.

Il dolore si trasforma: morte.

La tempestività dei soccorsi? Sconosciuta.

La procura della regione Lazio, i Nas , il ministro della salute, l'avvocato della famiglia indagano sull'accaduto. Qualcuno, si spera, deve pur essere punito per negligenza. Non si può morire a 14 anni perché c'è la convinzione che soffriamo tutti di stress.

Questo è l'ennesimo caso di malasanità in un Paese in cui il diritto alla salute viene garantito dallo Stato, è Pubblico !

E' inconcepibile che una madre debba insistere per avere una diagnosi o peggio che debba pretendere di avere la lungimiranza di capire che la propria figlia non è stressata ma sta male. Male da morire !

Ospedali in cui le file  e le attese nei "pronto soccorso" sono lunghissime,dventanoi ormai uno scenario quotidiano; dottori che guardano in faccia il paziente e che scrivono una diagnosi senza un chek up approfondito, che in base all'età sono in grado di fare una stima dello stato di salute di chi giunge per un malore, sono tutti "sintomi" di un sistema evidentemente malfunzionante.

Il caso della quattordicenne è uno dei tanti, tantissimi che sentiamo quotidianamente e che di sicuro, purtroppo non sarà l'ultimo.

E' vero che sbagliare è umano, ma cari lettori, non posso credere che in un pronto soccorso, in un ospedale delle capitale ma come nel resto dello stivale, non esiste un protocollo che metta il paziente nella condizione  di essere preso in considerazione e di essere visitato completamente al fine di escludere o di individuare una patologia.

Non ci sono processi che ti riportano in vita figli, genitori o parenti dopo decessi per incuria o per errore, non esiste risarcimento economico che possa compensare una ferita tanto profonda, non c'è un sistema di perdono che possa far stare bene chi deve accompagnare alla sepoltura una persona che esce da casa con la spensieratezza di soli 14 anni e ci ritorna ad occhi chiusi.

Nulla cambia ciò che accade

. Ma almeno una volta, se è vero che dall'esperienza si trae un insegnamento, io chiedo a nome di tutti i nostri lettori, di tutti i cittadini italiani e di tutti i malati bisognosi di cura, che si possa trovare un sistema di protocollo uguale in tutti i centri ospedalieri, in ogni pronto soccorso della nazione al fine di ottemperare al meglio alle richieste dei pazienti e dei familiari.

Io mi auguro che scrivere di malasanità non serva ad alimentare il senso di sprezzo che abbiamo nei confronti di questi episodi ma sia monito per chi deve assolvere a determinati problemi e che possa aiutare a stimolare un sistema forse troppo contratto in vincoli burocratici che poco hanno a che fare con le emergenze e le necessità.