Il SudEst

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CETA, anche i parlamentari dicono no!

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di NICO CATALANO

Ha portato i suoi benefici la mobilitazione indetta dal comitato stop CETA giovedì 21 settembre a seguito dell’entrata in vigore del trattato in tutto il territorio dell’Unione Europea, procedura imposta da Bruxelles con la formula  della “maniera provvisoria”  cioè senza il via libera dei rispettivi Parlamenti degli stati membri, infatti martedì scorso la protesta avviata questi giorni da parte delle tante associazioni agricole e di promozione sociale supportate da numerosi cittadini ha portato al Senato all’ennesimo slittamento della ratifica del CETA che sembra non approderà più a Palazzo Madama, anche se resta aperta la possibilità che dopo l’approvazione della legge di stabilità la ratifica del trattato venga riproposta nell’estremo tentativo di farla passare prima delle elezioni politiche che si terranno nella prossima primavera, ma il fatto del tutto nuovo e positivo al tempo stesso è la costituzione di un vasto fronte parlamentare contrario al trattato, concretizzatosi in un intergruppo parlamentare che supera già il numero di cinquanta rappresentanti appartenenti a tutti i partiti, onorevoli e  senatori che dopo avere ascoltato le ragioni di coltivatori, cittadini e ambientalisti hanno deciso di impegnarsi nel promuovere una più ampia discussione nei territori sul tema e ragionare sull’opportunità di opporsi concretamente a strumenti commerciali come il CETA proprio per il  bene del nostro Paese.


Il CETA famigerato trattato commerciale tra l’Unione Europea e il Canada che mette a rischio gli standard di sicurezza alimentare conquistati dai popoli Europei negli anni e rispettati nel nostro Paese dalla buona applicazione delle pratiche di tecnologia alimentare, prassi rispettose dei consumatori, della biodiversità naturale, del benessere degli animali e dei lavoratori.

L’accordo in questione non  tutela sia le nostre aziende agricole così come le varie tipicità agroalimentari Italiane e rischia di compromettere gravemente la nostra salute perché non garantisce i diritti dei consumatori;

infatti le leggi che in Canada regolano la produzione di alimenti, l’etichettatura e gli standard di sicurezza alimentare, sono diverse e notevolmente inferiori a quelle in vigore nell’UE peraltro quella armonizzazione delle stesse norme verso un minimo comune denominatore previsto nell’accordo, accetta di fatto lo spostamento verso il basso delle regole di produzione e degli standard sulla sicurezza alimentare, ad esempio con il trattato ci verrebbero imposti a noi consumatori Europei estrogeni, ormoni della crescita e interferenti endocrini nelle carni, l’uso di cloro nel lavaggio della carne di pollo, una liberalizzazione degli OGM, un utilizzo come anticrittogamici, insetticidi e diserbanti  di principi attivi provenienti dalla chimica di sintesi fuori commercio e proibiti da anni nel nostro Paese perché ritenuti nocivi per la salute umana e pericolosi per l’ambiente oltre alla presenza di un’etichettatura ancora meno trasparente di quella vigente, tutte azioni che oggi rappresentano frodi alimentari, quindi pratiche illegali e che con l’approvazione definitiva del CETA rischiano invece di diventare legali.

Inoltre non vanno sottovalutati  i rischi che accompagnano gli arbitrati internazionali relativi alla gestione dei contenziosi tra Stati e privati, ad esempio una norma sull’etichettatura emessa da uno Stato per garantire la sicurezza ai consumatori o per obbligare a rispettare l’ambiente potrebbe invece  essere denunciata come un danno agli investimenti di una multinazionale procurando di fatto una vera e propria diminuzione della sovranità degli Stati e un ulteriore regalo alle multinazionali a cui complice il processo di globalizzazione la politica sta letteralmente consegnando  il potere di decidere anche cosa produrre e consumare.

In questa fase di applicazione provvisoria del trattato i singoli Paesi Europei possono decidere di non ratificare l’accordo che, in tal caso, decadrebbe in tutta Europa, per questo basterebbe  la bocciatura in un solo Paese per bloccarne l’applicazione definitiva,  il Belgio e la Francia si stanno muovendo in tale direzione, infatti  il primo ha chiesto alla Corte Europea di Giustizia di verificare se il CETA viola  i principi costitutivi della stessa Unione Europea mentre la Francia invece ha istituito una apposita Commissione nazionale per valutarne gli impatti prima di esaminarlo nelle sedi parlamentari e questa commissione ha evidenziato che la ratifica del trattato porterebbe gravi rischi sia per la salute dell’uomo così per la salubrità dell’ l’ambiente, sarebbe opportuno che anche l’Italia agisse in tal senso tramite una netta e ferma bocciatura istituzionale ad un accordo iniquo e pericoloso per l’intero impianto di uno stato democratico.