Il SudEst

Tuesday
Jan 16th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home

Sud e scuola dell’infanzia

Email Stampa PDF

di VALERIA BRUCCOLA

Tra demagogia e dati reali

 

 

La riforma della scuola, varata dalla legge 107, passata in Parlamento con il ricatto delle assunzioni epocali per azzerare il precariato, ha tenuto fuori il segmento definito 0-6, che include la scuola dell'infanzia, per il quale si aspetta ancora l'attuazione della delega richiesta dal Governo, tuttora sospese nella parte attuativa. Questa attesa, di fatto, si è tradotta con una espromissione dei docenti della scuola dell'infanzia dai piani promessi dalla Buona Scuola del Governo Renzi, iscritti in graduatorie nelle quali sono iscritti da anni, addirittura in attesa di essere assunti dopo aver vinto il concorso nel '99. Questa situazione, viste le assunzioni che hanno interessato tutti gli altri ordini di scuola, è vissuta con rabbia, comprensibile, acuita dal fatto che, a seguito di provvedimenti giudiziari, docenti con gli stessi titoli, ma fuori dalle graduatorie per motivi complessi da riassumere in questa sede sono stati via via inseriti nelle graduatorie ad esaurimento, aumentando la lizza tra varie forme di precariato generato unicamente dall'incapacità politica di gestire le assunzioni a tempo indeterminato nella scuola dell'infanzia. Al Sud, poi, la questione si fa delicata, perché le insegnanti della scuola dell'infanzia denunciano da anni la scarsa disponibilità di posti, derivane da un tempo scuola notevolmente inferiore rispetto alle regioni del Nord. La mancanza di assunzioni ordinarie e straordinarie, poi, e il mancato aggiornamento delle graduatorie, differito al prossimo anno per volere del Parlamento, ha bloccato i docenti nelle provincie del Sud Italia dal 2014, riducendo le possibilità di ottenere anche incarichi a tempo determinato dove ci sono più opportunità. Ma è veramente incapacità o c'è altro? E' evidente che la domanda sia retorica ma per dimostrarlo abbiamo fatto una piccola indagine a sostegno del sospetto che dietro la situazione appena accennata ci siano altre logiche, una palese non volontà di trattare questo delicato segmento scolastico con le dovute attenzioni, anche in considerazione dell'alto valore pedagogico della scuola dell'infanzia. Dal Portale del MIUR, infatti, chiunque può accedere ai dati che riguardano le scuole e le percentuali relative al tempo scolastico in ogni regione d'Italia. Basta incrociare tali dati e subito il quadro è chiaro: le ore scolastiche per la scuola dell'infanzia,al Sud e nelle isole, non coprono che il 19% del totale, contro il 55% del Nord. Chi vuole o ha bisogno del tempo pieno per i bambini più piccoli, quindi, si deve rivolgere alla scuola paritaria, che con l'offerta del tempo pieno arriva e supera il 30%. In presenza di richiesta, viste le mutate esigenze familiari in tutto il Paese, non soltanto al Nord, perché lo Stato non investe nella scuola dell'infanzia? Perché non lo ha fatto finora, migliorando l'offerta scolastica pubblica e, cosa comunque importante, dando risposte occupazionali a personale qualificato parcheggiato nelle graduatorie a tempo indeterminato? Come sostenitori della scuola della Costituzione, non possiamo che vedere criticamente lo sbilanciamento in favore delle scuole paritarie, che sappiamo bene partecipano alla distribuzione di fondi pubblici per volere politico, nonostante i principi costituzionali dovrebbero impedirlo. Tra l'altro, la scuola paritaria, comporta il pagamento di rette, talvolta onerose, che gravano sulle famiglie, notoriamente meno abbienti al Sud. Ci chiediamo per quanto ancora sarà sostenibile una situazione di disparità territoriale in questo Paese, soprattutto in presenza di discorsi demagogici quanto retorici sulla volontà di dare impulsi di sviluppo al Sud Italia, promessa preelettorale sempre tradita. Quale migliore occasione iniziare dalla scuola, compresa dalla scuola dell'infanzia? Il problema del tempo pieno, tra l'altro, riguarda anche la scuola primaria, che al Sud e nelle isole, sempre dati alla mano, non è mai stato attivato in maniera soddisfacente, limitando al minimo l'opportunità di scelta delle famiglie su questa modalità scolastica, costrette così a ripiegare sulla scuola privata o su misure compensative, sempre gestite privatamente, come i “doposcuola”.

Abbiamo efficacemente trovato una risposta alla domanda sopra formulata: non c'è volontà politica di gestire la scuola, il tempo scolastico e di conseguenza l'occupazione del personale scolastico in maniera adeguata e, anche se e quando sarà varato il progetto 0-6, la situazione non migliorerà di molto, dal momento che la partecipazione statale sarà residuale e la gestione delle scuole dell'infanzia attribuita alle poco floride amministrazioni del Sud.

La retorica di Stato e la demagogia politica si scontrano quindi con dati che parlano chiaramente di una “scuola alla buona”, non di una “buona scuola”!