Il SudEst

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Paolo Borsellino, venticinque anni dopo

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di NICO CATALANO

Sono passati  25 anni da quel tragico 19 luglio 1992, precisamente   57 giorni dopo Capaci, quando un'altra strage, stavolta a Palermo causata dall’esplosione di una Fiat 126 imbottita di materiale deflagrante, sotto la casa della madre del giudice  Paolo Borsellino in via Mariano d'Amelio,  uccideva lo stesso magistrato assieme a tutte le donne e gli uomini della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.    L’Italia colpita a morte dalle stragi di inizio anni 90 è un Paese   ancora ubriacato dal clima disimpegnato e frivolo  tipico degli anni 80, anni di plastica  in cui cominciano ad emergere le conseguenze sociali, politiche ed economiche portate dalla fine della guerra fredda,  in cui prendono forma dinamici mutamenti nell'economia e nella società civile a cui però non corrispondono le azioni una classe politica che evidentemente non è più all'altezza di governare tali fenomeni, con il debito pubblico che aumenta smisuratamente  mentre alle elezioni politiche dell’Aprile 1992 una nuova forza populista, interclassista e trasversale ideologicamente emerge nel panorama politico nazionale : la Lega Nord di Umberto Bossi; intanto  un pool di giovani magistrati della procura di Milano comincia a mettere in luce l’enorme corruzione italiana, quella forma illecita   assunta a normalità  non solo dalla politica ma per comodità anche dall’intera società italiana, fenomeno  che successivamente sarà conosciuto come “tangentopoli” .

 

 


Un sistema tangentizio e non solo tramite il quale, i poteri non costituiti o meglio “occulti” determinati dagli intrecci tra alta finanza, economia, politica e anche criminalità  organizzata avevano utilizzato fino ad allora per condizionare importanti gangli decisionali dell'apparato statale, approfittando della situazione  di  "Stato ingessato" in cui versava il nostro Paese, dovuto dal particolare clima di guerra fredda perpetuo instaurato dal dopo guerra mondiale e derivante da Yalta, quindi  con l’impossibilità  di ricambio e alternanza della classe politica,  in un quadro politico bloccato che determinava purtroppo una pubblica amministrazione fortemente burocratica, ipertrofica e spesso mal funzionante.

Una  zona grigia di centri decisionali extraparlamentari privati ed occulti,  un vero e proprio  Stato parallelo e illegale è quello contro cui si scontrarono i giudici Falcone e Borsellino, quando  sia   le condanne nel  maxi processo ad importanti esponenti di  Cosa Nostra  nel Gennaio 1992  diventarono definitive  e al tempo stesso,  aumentava il timore proprio da parte di quell’intreccio “grigio” che "mani pulite" potesse mettere a nudo proprio  traffici, accordi illeciti e crimini legati a quel mondo affaristico criminale che andava ben oltre la Sicilia e alla “mafia” portò alla reazione violenta di Cosa Nostra affiancata da apparati deviati dello Stato.

“Stagione delle stragi”  fu chiamata, quella breve ma tumultuosa fase storica compresa tra il 1992 e il 1993 funestata da bombe e stragi effettuate in Sicilia e non solo : a Roma,  Firenze e Milano;

un progetto volto a destabilizzare lo Stato, attraverso una nuova strategia della tensione, da perseguire attraverso il compimento di  attentati e atti terroristici  con il beneplacito di servizi segreti “deviati” e di apparati statali collusi, un periodo buio di cui  mancano ancora  importanti tasselli  per conoscere la verità e i suoi letali protagonisti.

Tante sono le verità occultate, così come le menzogne riferite a quel periodo, ancora oggi, in un Italia profondamente cambiata in cui le attuali guide di Cosa Nostra, invisibile, modificata e ramificata  non ammazzano più e agiscono in ben altri pericolosi contesti.

Non bastano i 34 presunti appartenenti al clan Brancaccio arrestati  e un maxisequestro di beni per milioni di Euro  alla famiglia  Riina effettuati in una brillante operazione della DDA proprio in questi giorni per cancellare le lacune delle indagini dei processi sulla strage di via D'Amelio, i molti depistaggi  avvenuti, il mistero dell'agenda rossa e le tante domande che dopo anni non hanno ancora avuto risposta da parte di uno Stato che al netto delle commemorazioni, dei ridondanti discorsi pronunciati dai politici, degli eventi, dei palchi e delle fiction televisive ancora nasconde in modo vergognoso verità forse ritenute dalle  istituzioni inconfessabili ma che per rispetto e credibilità delle stesse andrebbero rese finalmente pubbliche e trasparenti.

Istituzioni, quelle del nostro Paese, che ogni qualvolta, ostacolano in questi contesti l’emergere della verità, uccidono nuovamente persone come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e le tante vittime innocenti di mafia, di terrorismo e di uno Stato spesso colluso e colpevole.