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Un attentato anarchico al teatro Diana di Milano

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di MARIO GIANFRATE

Tra gli arrestati un Pugliese

Milano, 28 marzo 1921. Sono quasi le 23 quando, al Teatro Diana , sta per avere inizio il terzo atto dell’operetta “Mazurka blu” di Franz Lehar. Improvvisamente un potente boato provoca scompiglio nella sala: l’esplosione di un ordigno apre una larga breccia su di una parete, tra le prime file e la “fossa” degli orchestrali




La scena è apocalittica: si vedono corpi saltare in aria, insieme a strumenti musicali e poltrone. Una bambina di cinque anni che i genitori hanno portato con loro, viene sbattuta e ritrovata – priva di vita – a una decina di metri.

Il bilancio delle vittime è pesante: 21 i morti, una ottantina i feriti.

L’attentato ha una matrice anarchica; vuol rappresentare in qualche modo una risposta alla violenza fascista che ormai dilaga incontrastata, con la copertura più o meno velata, delle forze di polizia, e che, invece, offre proprio agli squadristi il pretesto per giustificare nuove spedizioni criminose, e alla polizia di dar corso ad altre repressioni.

La reazione non si fa attendere: è appena trascorsa un’ora dallo scoppio della bomba che i fascisti entrano in azione. Lanciano, a loro volta, alcune bombe contro la nuova sede del quotidiano socialista l’Avanti!, in Via San Gragorio causando gravissimi danni, e danno fuoco alla redazione del giornale anarchico Umanità Nova, in Via Goldoni.

Gli autori dell’attentato, nel frattempo, inseguiti dalla polizia che esplode, anche, numerosi colpi di rivoltella, si dileguano, disperdendosi nel buio.

Nel giro di poche settimane saranno tutti individuati e arrestati. Si tratta di anarchici individualisti che – sosterranno nel corso del dibattimento processuale – obiettivo dell’azione dinamitarda non era il teatro, né, tantomeno, si volevano colpire gli spettatori, ma l’albergo soprastante nel quale avrebbe dovuto trovarsi – ma erano stati male informati – il Questore Gasti. Lo ritenevano responsabile dell’arresto – ingiusto – di Malatesta e Borghi.

La bomba, infatti, era stata collocata all’esterno e non dentro il teatro.

Tra i diciannove imputati rinviati a giudizio – molti dei quali saranno condannati a pene detentive di 15 anni - c’è, anche, un pugliese: Federico Ustori, di Canosa. Sarà tra gli assolti.