Il SudEst

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Cronaca semiseria del Risorgimento

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Il brigantaggio post-unitario (IV)

Leggo su un testo scolastico in uso nelle Regie Scuole italiane – de gelminiana gente regnando -: “L’impresa dei Mille culmina con la liberazione dell’Italia Meridionale”.

Due obiezioni: come fanno i “Mille” – che, lo abbiamo assodato con scientificità storica, erano più di mille – a liberare l’Italia Meridionale se il processo unitario, al momento dell’impresa, è ancora in corso e, quindi, l’Italia non esiste dal punto di vista giuridico?





 

 



Secondo: ma a Garibaldi glielo ha chiesto “Qualcheduno” di liberare l’Italia Meridionale? Prima di partire all’attacco, lancia in resta, come il prode Anselmo, ha forse consultato per conoscerne il parere i coltivatori diretti di Ruvo di Puglia? Si è informato se il postino delle Regie Poste di San Marco in Lamis era d’accordo a far le scarpe ai Borboni? Ha tenuto in debito conto le istanze dei senza terra del Metapontino? O ha tenuto solo in debito e basta?

A queste domande Garibaldi avrebbe dovuto rispondere; sono, invece, rimaste inevase: uguale a Berlusconi.

Anzi, a Bronte, alcuni contadinotti sindacalizzati che, presentando il conto chiedevano la distribuzione delle terre ai cafoni, dovettero ricorrere alle cure del dentista – per pagare le parcelle proletarie dovettero chiedere il mutuo in banca, indebitandosi ulteriormente – o rivolgersi al chirurgo plastico che, non disponendo delle loro foto – figurati se i contadini avevano il tempo di farsi fotografare – eseguì gli interventi ricostruttivi a memoria rendendo molti di loro irriconoscibili alle stesse famiglie di appartenenza.

“Perché tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”, afferma argutamente Tancredi, nipote del principe Salina, latifondista siciliano reso famoso da Giuseppe Tomasi di Lampedusa con il suo Gattopardo.

Nei confronti dei rivoltosi del piccolo paese ai piedi dell’Etna deve quindi escludersi ogni forma di repressione da parte di Bixio e Garibaldi – da non confondere col duo Bixio-Cherubini, autori di canzonette tra le quali la celebre Mamma -. Anzi, per fronteggiare le legittime richieste dei disoccupati che, pacificamente, manifestavano chiedendo “Pane e lavoro”, “Pane e terra”, il Governo savoiardo elargì immediatamente, dictum facto, Tullio Pane, celeberrimo interprete della melodia classica napoletana, e un posto ai bisognosi, senza badare a spese. A ben centocinquanta contadini, dopo un processo sommario come quello subito da Gesù Cristo – da qui, l’espressione riservata ai braccianti sfruttati, di “poveri Cristi” -, processo conclusosi, naturalmente, con il loro massacro, Bixio garantì il “posto”.

  • Dove?

  • Sottoterra! Al riparo dalle intemperie, un posto intimo, caldo.

Il brigantaggio post-unitario – pur sollecitato da una parte del clero e dai nostalgici del vecchio regime borbonico – affonda le sue radici nella miseria e nel disagio sociale che travolgono le regioni meridionali dopo l’occupazione piemontese.

Se ai bei tempi di Franceschiello – Francesco II il Borbone, re delle due Sicilie – i braccianti di Cerignola – a mo’ di esempio – mangiavano pane e cipolla, quando capitava, con il succedersi dei governi padano-carroccioli continuano a mangiare pane e cipolla, quando capita, ma, in aggiunta, devono obbligatoriamente pagare le tasse – normativa tutt’ora in vigore, valida per i contribuenti italiani, eccezion fatta per gli evasori regolarmente esonerati dal pagarle – e “fare il soldato”. Al danno, la beffa!

Ora, pagare le tasse su una grotta umida e lercia, infestata da topi e serpi, dove i contadini vivono ammassati in promiscuità – uomini, donne, bambini, qualche gallina spelacchiata o una capra – che al Catasto risulta della tipologia “A” – abitazione di lusso – solo perché la grotta, non disponendo di porta, ha l’ingresso che si affaccia su un panorama di sterpaglia, pietre ammassate, pozzanghere melmose e fetose… bèh, tutto ciò, nella modesta logica contadina, è inaccettabile.

Come lo è, ancor di più, “l’andare a fare il soldato”, “servire la Patria”, per il giovincello, poco più che un “caruso”, che si consuma, giorno dopo giorno, nelle miniere di Trabia Tallarita.

 

 

 

*Riduzione da: Mario Gianfrate, L’Elmo di Scipio, Edizioni dal Sud, Bari, 2009