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Riforma giustizia, ovvero l'ennesimo obbrobrio del Governo

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di LAVINIA ORLANDO

La tanto annunciata, necessaria ed epocale riforma della giustizia "made in Arcore" è stata finalmente presentata. Nonostante non serva assolutamente a risolvere le reali problematiche dei processi in Italia (ad esempio, l'eccessiva lunghezza e l'inefficienza), secondo l'esecutivo è una riforma storica e, una volta tanto, bisogna dargliene atto. La proposta di legge rappresenta il manifesto programmatico di una classe politica, consapevole del marcio che la caratterizza, ma arroccata saldamente al potere e pronta a difendere i propri posti di rilievo, in barba ai più elementari principi dello Stato di diritto.


È lo stesso premier, col suo eloquio strabordante, a chiarirlo, forse senza neanche rendersene conto, precisando che, se tale legge fosse già stata vigente, non ci sarebbe stata Tangentopoli e non sarebbero caduti né il suo primo governo, né quello di sinistra del '98. La confessione circa le reali intenzioni dell'esecutivo non poteva essere più lampante: secondo quella che è la cantilena berlusconiana, ripetuta oramai da decenni, la magistratura è eccessivamente invasiva nei confronti della politica, dunque occorre arginarla, perché la politica deve essere libera di fare tutto ciò che meglio crede ( dal momento che è legittimata dal popolo), sicché i giudici vanno posti sotto il controllo del Governo e della maggioranza parlamentare. L'esatto contrario dell'art.104 della Costituzione che sancisce l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da ogni altro potere (ed, infatti, la riforma è costituzionale). Roba da far rigirare Montesquieu nella tomba!

Ma cosa prevede la riforma nei suoi punti cardine? In primis, si stabilisce la separazione delle carriere di giudici e p.m., il che vuol dire concorsi diversi, nessun passaggio dalla magistratura inquirente a quella giudicante e due CSM differenti, composti in egual numero da giudici togati e non togati (questi ultimi, di nomina parlamentare). Ed ecco la prima incrinatura rispetto al principio di indipendenza della magistratura: il CSM si occupa, tra le altre cose, di promozioni, trasferimenti ed assegnazioni dei magistrati, ma, ci si chiede, il fatto che sia composto per metà da esperti eletti dal Parlamento non comporterà un'ingerenza di quest'ultimo rispetto alle carriere dei giudici? Viene meno, in sostanza, il governo autonomo della magistratura.

Ulteriore nodo si rinviene nell'edulcorazione dell'obbligatorietà dell'azione penale, dal momento che il p.m. dovrà esercitarla, "secondo i criteri stabiliti dalla legge", sarebbe a dire, dalla maggioranza parlamentare, che chiarirà le priorità nel perseguire i reati, ad esempio (volendo proprio essere maligni), ponendo in secondo piano reati "a forte appannaggio parlamentare", come la corruzione.

Viene, altresì, reintrodotta la inappellabilità delle sentenze di proscioglimento, già dichiarata incostituzionale nel 2007, andando così a menomare ulteriormente i poteri del p.m., che potrà proporre appello verso le sentenze di proscioglimento rese in primo grado "nei soli casi stabiliti dalla legge".

Sono, inoltre, da sottolineare l'introduzione della responsabilità civile dei magistrati e la relazione annuale del Guardasigilli sullo stato della giustizia, sull'esercizio dell'azione penale e sull'uso dei mezzi di indagine (relazione la cui importanza non va sottovalutata, dal momento che, se si considera che la carriera dei magistrati dipenderà dalla politica, ci si domanda quanto essi riusciranno a mantenere autonomia rispetto al dictat dell'esecutivo).

L'effetto globale è quello di penalizzare il potere giudiziario, colpevole di aver svolto correttamente le funzioni che la legge gli attribuisce, a garanzia dello Stato e dei cittadini. Si tratta sì di una riforma epocale, ma per i pochi che sono al potere, mentre i comuni cittadini risulteranno doppiamente penalizzati, sia perché le reali problematiche della giustizia non verranno minimamente risolte, sia perché la cricca-casta al potere sarà sempre più salda ed intoccabile.