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Cronaca semiseria del Risorgimento

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Gli artefici del risorgimento(III)

di MARIO GIANFRATE

I tre maggiori artefici del Risorgimento italiano furono quattro. Come i tre Moschettieri di Dumas: Athos, Portos, Aramis e D’Artagnan. Uno dei citati dev’essere un intruso. Gli “artefici” offrirono, ognuno da par suo, un apporto diverso ma decisivo alla causa dell’Unità d’Italia, e tendente verso una sola meta, un unico obiettivo: scacciare lo straniero dal suolo che aveva dato i natali a Cesare Augusto e a Virgilio, a Dante e a Manzoni, a Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. E a Pasqua con chi vuoi. Un Regno…




 

 


- Una Repubblica!

- Chi ha parlato?

- Io, Mazzini!

- Stai zitto, tu, comunista!

- No, io sono liberal-democratico, chieda a La Malfa…

- Zitto, comunista!

- ‘A Mazzì, avete visto come siamo combinati male?

… Un Regno non più di Sardegna o delle Due Sicilie, non più Pontificio – oggi più che mai! – o Lombardo Veneto…

  • Chi abbaia?

  • ‘O cane! A cuccia!

… ma il Regno d’Italia sotto la guida lungimirante del primo artefice – in via gerarchica – del Risorgimento, Sua Maestà Vittorio Emanuele III, imperatore d’Albania e dell’Africa Orientale.

  • Vittorio Emanuele II, ‘gnurant! Hai sostenuto anche tu gli esami di Storia Patria a Reggio Calabria?

Il quale Vittorio Emanuele II, in verità, occupato nella ricerca dell’ago nel pagliaio in compagnia della figlia del fattore – sono di dominio pubblico le propensioni del Sovrano per le attività fisico-sportive in ambiente naturale – si scomodò, piuttosto scocciato, per le petulanti sollecitazioni di Cavour che lo invitava a darsi una mossa prima che quell’anarchico di Garibaldi completasse da solo il lavoro. Appuntamento a Teano per prendere in consegna, senza rilascio di ricevuta, le terre conquistate da Garibaldi. Dall’episodio Shakespeare trarrà elementi per la sua commedia Tanto rumore per nulla.

Secondo artefice – l’ordine, da questo momento, è alla rinfusa, è Giuseppe Mazzini, padre e vera anima del Risorgimento italiano che, con la sua opera instancabile, educò i giovani agli ideali di libertà e di indipendenza, alla base della sollevazione popolare contro il dominio asburgico. Alla causa progettuale fu determinante il contributo della Giovine Italia, associazione da lui fondata. Meno lo furono le spedizioni insurrezionali dal Nostro organizzate che si trasformarono in clamorosi fiaschi. Non gliene andò bene manco una! Fallirono tutte! Ma furono queste sfortunate azioni finite nel sangue che esaltarono sui libri di storia, il valore di Carlo Pisacane e delle Sorelle Bandiera e che indussero più di un tifoso a ipotizzare il cambio dell’allenatore.

Latitante perché repubblicano, morì nella clandestinità, come un qualsiasi membro delle Brigate Rosse.

E se non clandestinamente ma in un contesto di ovattato esilio, renderà l’anima al diavolo – da coerente anticlericale – il terzo astro luminoso che brilla nel firmamento risorgimentale a indicare ai posteri la retta via che il sommo Dante, distratto come al solito, avea smarrito perdendosi in una selva oscura con una tale donna Beatrice, donna di malaffare.

Di Giuseppe Garibaldi, eppino per gli amici, e secondo padre del Risorgimento, si è già dissertato diffusamente: venditore di candele in Argentina, con il sopraggiungere del progresso e l’invenzione della luce elettrica, fu investito dalla crisi del ’29 e tentò con altri lavoretti, compreso quello del lavavetri all’incrocio della Quinta Strada di new York. Proclamatisi gli Stati Uniti d’America la patria della libertà, con tanto di statua con annessa fiaccola, ne divenne paladino. Non della statua, della libertà. Fattisi crescere i biondi capelli che gli cadevano sulle spalle – i Sioux lo scambiarono con la reincarnazione di Custer, il generale dai capelli d’oro – iniziò la sua carriera di paladino della libertà, una specie di cavaliere della tavola rotonda come Sir Lancillotto, cav. Silvio da Milanello, Brancaleone da Norcia e Jacopone da Todi: ovunque ci fosse una guerra da combattere o una donna da salvare, lui era lì, pronto a impugnare la sciabola e distribuire piattonate e fendenti a destra e a manca. La popolarità di Peppino raggiunse ogni antro e meandro della terra, i giornali conservatori gli dedicarono titoli roboanti in prima pagina: Il Generalissimo, L’eroe dei due Mondi, Il Campionissimo - no, quello era Fuasto Coppi – mentre i socialcomunisti, nelle elezioni del 1948 si presentarono con una lista che, per contrassegno, aveva la testa di Garibaldi. Regolarmente decapitata dai democristiani.

Come tutti i grandi si ritirò – tra noi e noi possiamo dirlo: lo relegarono – a Caprera dove…

  • Mise su un allevamento di capre.

  • Scontato!

  • Caprera, capre…

  • E se lo avessero esiliato a Capri?

  • Avrebbe allevato caprini! O Pappini Di Capri!

… dove trascorse i suoi ultimi amari giorni di vita nel ricordo di Anita e della lunga sfilza di donne che avevano allietato la sua esistenza.

Ultimo degli artificieri…

  • Quale artificiere! Quello non sa nemmeno come si usa la pistola caricata a salve!

… degli artefici, Camillo Benso conte di Cavour. Terzo padre del Risorgimento…

  • Ma quanti padri ha questo diavolo di Risorgimento! Mettiamoci almeno uno zio.

  • Zio Cavour, va bene? Dunque zio Cavour ordì trame, tessette… tessè tele…

  • Con zia Penelope!

… predispose strategie per realizzare le aspirazioni liberali, salvaguardando nello stesso tempo l’istituto monarchico.

Sul Risorgimento, giornale da lui fondato e diretto da Indro Montanelli, sollecitò più volte Carlo Alberto – titubante e dubbioso da far concorrenza ad Amleto, tanto da essere appellato “Re Tentenna” – a concedere la Costituzione e a rimettere in libertà Silvio…

  • Il Presidente???

… Silvio Pellico e Pietro Maroncelli, rinchiusi allo Spielberg.

Camillo Benso conte di Cavour fu l’Andreotti dell’epoca, un innovatore e un precursore della politica moderna: per convincere i francesi a sottoscrivere gli accordi di Plombières, si servì di una escort fiorentina che batteva… Il bucato! Ricorderanno tutti che, un tempo, materassi, coperte e lenzuola si battevano con il battipanni! XChe c’è di male! La dama, Virginia di Castiglione, aveva sconfinata ascendenza su Napoleone III, sensibile alle ragioni della politica e, ancor di più, alle grazie della fanciulla.

Pochi mesi dopo la raggiunta Unità d’Italia, Cavour esalò l’ultimo respiro senza manco il tempo di brindare alla conclusione del processo unitario. Diversamente da Andreotti che, dopo aver assistito alla raggiunta unificazione del territorio italico, assisterà anche alla sua decomposizione.

 

 

 

*Riduzione da: Mario Gianfrate, L’Elmo di Scipio, Edizioni dal Sud, Bari, 2009