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Il piano casa perde il suo appeal?

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di RAFFAELE AGOSTINACCHIO*

L’Amministrazione finanziaria, in una delle sue ultime circolari “esplicative” sulla normativa del cosiddetto “piano casa” in merito all’applicabilità delle detrazioni del 36% e del 55%, pone il problema non solo sulla convenienza o meno nel sostenere le spese per l’adeguamento dei nostri immobili, ma pone il problema sulla corretta applicazione delle norme fiscali in merito.


Numerose richieste di chiarimenti sull’applicabilità delle detrazioni del 36% e del 55% sugli interventi di ampliamento eseguiti dal cd. “Piano Casa”, hanno trovato risposta tutt’altro che favorevole al contribuente.

L’Agenzia delle Entrate con la Circ. Ministeriale 4/E del 04 gennaio 2011, ha ribadito una soluzione di tipo “restrittivo” nel quadro di applicazione delle detrazioni sopra menzionate non considerando che di sovente i lavori di ampliamento di una abitazione sono contestuali ad interventi di ristrutturazione e/o di risparmio energetico. Quindi ad una norma ad oggi di per sé già restrittiva, si aggiunge anche la impossibilità di cumulo di agevolazioni che, a mio avviso, fanno perdere tutto il suo “appeal”.

Facciamo un passo indietro. Le detrazioni del 36% per gli interventi di ristrutturazione edilizia e le detrazioni del 55% per gli interventi di riqualificazione energetica prevedono gli interventi di demolizione e ricostruzione con la stessa volumetria e sagoma. Il “piano casa” prevede la possibilità di effettuare ampliamenti o ricostruzioni di edifici, in deroga ai piani regolatori locali sulla base di specifiche norme regionali.

Sembrerebbe parlare delle stesse tipologie di interventi. Invece . . . . .

Precedenti circolari del Ministero hanno precisato che nelle ipotesi di demolizione e ricostruzione con ampliamento, la detrazione non spetti in quanto l’intervento si considera, nel suo complesso, una nuova costruzione, di contro nel caso in cui la ristrutturazione avvenga senza demolizione dell’edificio esistente e con l’ampliamento dello stesso, la detrazione compete solo per quelle spese direttamente imputabili agli interventi avvenuti sulla parte di immobile esistente, in quanto l’opera di l’ampliamento si configurerebbe come nuova costruzione.

Tutto quanto premesso, l’Agenzia delle Entrate ribadisce che i criteri indicati con le precedenti risoluzioni valgano anche per gli interventi riferibili al cd. “piano casa”, in quanto le disposizioni deroganti gli strumenti urbanistici locali, non possono influire sull’applicazione di norme fiscali di carattere nazionale, in quanto “imperante” sulle normative locali (Regione, Provincia, Comune)

Alla luce di tutto ciò, ci si chiede quali e quante problematiche non solo interpretative, ma piuttosto applicative sorgeranno durante la concreta attuazione di tali agevolazioni in quanto si dovrebbero imputare le spese alle diverse tipologie di interventi per poi determinare a quali si possono applicare le detrazioni ed a quali no.

Una procedura così complessa in fase di rendicontazione sembrerebbe di difficile applicazione, così come in fase di controllo.

Sarà alquanto difficoltoso per il verificatore determinare se il contribuente abbia interpretato le norme a proprio favore o nella maniera adeguata con evidente aumento del contenzioso e degli oneri a carico dei contribuenti.

Per il cittadino “scaltro” risulterebbe molto più semplice e meno oneroso chiedere all’impresa esecutrice dei lavori una “sottofatturazione” con l’evidente risultato di un risparmio immediato d’imposta (IVA) da un lato, ed un minor reddito tassabile dall’altro.

Tutto quanto ad evidente danno per le casse dell’Erario.



*Commercialiste e revisore legale in Bitonto