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Cronaca semiseria del Risorgimento

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La spedizione dei Mille (II)

Il sogno per secoli agognato di un’Italia “Unita, libera e indipendente” non si sarebbe avverato senza l’impresa garibaldina dei “Mille”. A essere sinceri, di una simile azione intraprendente sul piano strategico e militare, ne necessiterebbe una seconda, però, all’inverso: partenza da Quarto con arrivo a Legnano per cercare di mettere insieme i cocci di un’Italia “disgiunta, a libertà condizionata e teledipendente”.



 

 


Lo Stato Risorgimentale, riconoscendo il valore e lo sprezzo della vita con cui i volontari dalla “camicie rosse” – no, on. Berlusconi, non erano agenti del partito comunista…Oh, ma è proprio fissato, questo! – avevano combattuto. E, quindi, volle rendere tangibile il riconoscimento al loro sacrificio attraverso la concessione di un vitalizio – una pensioncina – riservato a coloro che presero parte alla epica impresa militar-popolare. Quando però fu stilato l’elenco dei mille garibaldini che con le loro gesta e il loro sangue contribuirono in misura determinante all’unità d’Italia, le domande presentate per l’inclusione nel registro degli aventi diritto, sfiorarono i tremila. In pratica, si era rinnovato il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, già avvenuto milleottocento anni prima a opera di un Galileo. Oggi si moltiplicano – e si triplicano – solo i prezzi al consumo.

Naturalmente il nuovo Governo volle approfondire la questione, redigendo con maggiore scrupolo un secondo elenco, epurato dai falsi volontari raccomandati da politicanti corrotti e monsignori incorruttibili.

I “Mille” si ridussero, a seguito degli accertamenti, a 1.600. Ancora troppi! La matematica – come si sa – non è un’opinione e, quindi, i “Mille” non possono essere milleseicento. Si rese necessaria una ulteriore indagine per individuare gli effettivi intervenuti all’impresa dei “Mille” e, finalmente, con la pubblicazione sul supplemento al numero 266 della Gazzetta Ufficiale del 12.11.1878, l’elenco dei “Mille” si assottigliò a 1.087 nomi.

Nella lista figuravano, tra gli innumerevoli padani, benedetto Cairoli da Pavia, che diventerà presidente del Consiglio, il parmense Domenico Variolato e Ippolito Nievo da Padova, tra i maggiori scrittori dell’800. Per un approfondimento del ruolo avuto dai “leghisti” nella lotta per l’unità d’Italia, si rinvia alle memorie di un ministro lombardo-veneto in carica, con annessa trota, stipendiato da Roma ladrona.

Ma ecco la cronaca di quella giornata meravigliosa del 5 maggio, che segnò l’inizio dell’impresa dei “Milleottantasette” – giusto per non escludere gli 87 ignorati, finanche dalla Storia ufficiale – che scrissero una delle pagine più belle del Risorgimento.

I volontari si diedero appuntamento al “Rifugio del Reduce ognorato” – il proprietario era parente di uno degli 87 trascurati – a Quarto. La modesta frazione di Genova, provvista però di porto, sin dalle prime ore del mattino fu invasa dalle centinaia di patrioti che affollarono – prima della partenza verso un destino ignoto, almeno per 87 di essi – le osterie, le bettole, le cantine, le taverne. Sembrava di trovarsi nel bel mezzo del Raduno Annuale degli Alpini. E a Quarto, assurto improvvisamente agli onori della Storia, i quarti, le quartine, i mezzolitri e i litri non si contarono. Furono svuotati fusti, botti e damigiane sicchè si intercedette presso il parroco locale per sollecitare un intervento del solito Galileo perché rinnovasse il prodigio di Cana.

Salparono, alfine, le Camicie Rosse – un bergamasco che indossava la camicia verde fu lasciato a terra, anzi fu buttato a mare – ebbre di esaltazione patriottica e di vino genovese, ostinati nello scacciare lo straniero dal suolo e dal sottosuolo italico.

Che poi, più che straniero, il Borbone era più che altro napoletano. E pure simpatico. Proprio nu bello guaglione!

Sul piroscafo che solcava invitto le acque mediterranee, si cantavano a squarciagola gli inni della riscossa e della battaglia… “Nu sem alpin, ce piase el vin…”, mentre, di fronte a tanta audacia, Peppino Garibaldi si commosse fino alle lacrime – l’ubriacatura era nella fase “piangente” -, abbracciando Nino Bixio scambiato per Lilì Marlene.

Chiese, indi, da bere a un caporale di giornata che, posandogli la mano sulla spalla, ebbe l’ardire di dire confidenzialmente al Generale: “Tra noi graduati!”. Il prode era nientedimeno che il principe Antonio De Curtis, in arte Totò, che trovandosi in servizio militare a Cuneo, volle unirsi alla spedizione come barbitonsore.

L’estenuante viaggio sul mare fece sbollire l’euforica baldanza alcolico-patriottica degli ardimentosi, ma, quando le Camicie Rosse sbarcarono a Marsala, fu la fine! Non fecero in tempo, i valorosi , a uscire dalla sbronza di Quarto che si ritrovarono nella sbronza di Marsala. Successe il finimondo. Nei combattimenti che ne seguirono, le impavide Camicie Rosse, a causa degli effetti deleteri dell’abuso di alcool, vedevano doppio – quelli con gli occhiali, quadruplo - . Per cui le forze in campo apparivano squilibrate. Il rapporto era, infatti, di uno contro due. Nel marasma generale e nella confusione totale di Calatafimi – i garibaldini non riuscivano a percepire se quello infilzato con la spada era un coscritto borbonico o il suo doppio – che Garibaldi, per imprimere il suo marchio alla Storia, pronuncerà la solita frase lapidaria e telegrafica nella solennità del momento: in un silenzio tombale – Bixio, allenatore in seconda, aveva richiesto il Time Out – echeggiò: “oh, Nino, qui si fa l’Italia o si muore!”.

Una sonora pernacchia scosse i petti degli intrepidi! Sicuramente di origine borbonica. E, poiché, dice Eduardo, “con un pernacchio si può fare la rivoluzione”, fu quello, il pernacchio della riscossa!

Le lunghe ombre della sera scesero pudiche sul campo di battaglia – grondante di gloria garibaldina – velando di scuro i corpi dei morti. I feriti, invece, tra lamenti e bestemmie, invocavano un goccio di “cordiale” per alleviare i dolori, gradito anche il Rum, originale di Cuba, però!

Iniziò così – più o meno, meno o più – il lungo cammino verso l’unità d’Italia che, ai giorni odierni, ha avviato un processo inverso in direzione della sua scomposizione in stati e staterelli governati dalla Stella Madre nascente e imperitura monarchia Padana – Parmigiano padano, attenti alle contraffazioni!

*Riduzione da: Mario Gianfrate, L’Elmo di Scipio, Edizioni dal Sud, Bari, 2009