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Omissioni, verità e credibilità dello Stato nel caso Cucchi

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di SERGIO TATARANO

Fa un certo effetto lo sbandierato quanto strumentale garantismo del PdL (cui, va detto, si contrappone una visione che ormai non bada più alla forma ma solo alla sostanza, non ai mezzi ma solo al fine di togliere di mezzo Berlusconi).



La questione giustizia e l’appendice carcere rappresentano non solo l’emblema del fallimento di un governo (ma potremmo dire di un intero Paese: Leonardo Sciascia parlava trent’anni fa della giustizia come il problema più urgente, evidentemente mai affrontato di petto), ma anche l’esempio lampante di una visione classista di un aspetto fondamentale di uno stato di diritto: come sui costumi sessuali, rispetto ai quali assistiamo ad uno sconvolgimento tale per cui la destra si spaccia per libertaria (quando, in realtà, quello berlusconiano è un messaggio di un maschilismo becero e pecoreccio, da osteria) e il centrosinistra si fa relegare nel cantuccio dei bacchettoni.

Ma torniamo alla giustizia e al mondo carcere: un Paese al collasso ed un mondo parallelo tenuto nella costante illegalità; un’illegalità che, sia chiaro, non nasce con Berlusconi, ma viene da lontano. Oltre 10 milioni di processi pendenti e un sovraffollamento carcerario ormai contro qualunque principio costituzionale non possono essere risultato di inconcludenza di due anni.

Classismo, dicevo; sia chiaro, per un liberale non può valere l’invocazione di un principio vendicativo: il garantismo si pratica sia quando si parli del Presidente del Consiglio sia quando si sia dinanzi al detenuto più sventurato o persino più efferato.

Tanto per dirne una, possibile che nessuno si preoccupi di porre un freno alla pubblicazione illegale delle intercettazioni? Su questo, basterebbe applicare la legge, senza inventarsi soluzioni ad hoc.

Se invece prendiamo la vicenda Cucchi, ci accorgiamo che si tratta di uno e solo uno dei casi disdicevoli a noi noto: lo Stato ha nelle mani un cittadino che nel giro di poche ore trova la morte. Raccapricciante.

Di fronte a tutto questo, cosa si fa? Ci si divide tra difensori delle forze dell’ordine e difensori dei poveracci. Su una questione così angosciante, è giusto che la magistratura indaghi e lo faccia in fretta. Per il bene della famiglia Cucchi, della credibilità delle forze dell’ordine e della fiducia che ogni cittadino può riporre nei confronti delle istituzioni. Ma se una cosa può fare la politica è intervenire sulle riforme della giustizia.

Chi, come me, ha avuto il privilegio di partecipare per due anni di fila al Ferragosto in carcere (visita ispettiva organizzata dall’on. Rita Bernardini), ha potuto toccare con mano la pochezza di un mondo politico del tutto incapace di dare risposte serie: il sovraffollamento, la più evidente spia del fallimento, causa, molto spesso, di tensioni e di impossibilità di convivenza in un pianeta carcere che pare sempre più relegato in un mondo parallelo, dove il numero di suicidi sale vertiginosamente tra i detenuti ma anche tra gli agenti.

Nel 2009 un sovraffollamento spaventoso che a distanza di un anno non cambia di una virgola. Prendiamo il carcere di Brindisi, che pure è stato ristrutturato di recente: si è passati dai 132 detenuti del 2009 ai 176 del 2010, dato che ha vanificato l’allargamento della struttura e che non ha dunque spostato di una virgola il dramma del sovraffollamento (che anzi è peggiorato a distanza di un anno, toccando la cifra record di sempre).

Mentre si continua a parlare a vanvera di emergenza carceri, vaneggiando di costruzione di nuovi istituti di pena, nessuna riflessione viene dallo studio dei dati.

L’esempio di Brindisi può essere estremamente indicativo ed utile a cogliere la necessità di una riforma strutturale, un nuovo modello fondato sulla premialità, sulle misure alternative al carcere, sulla depenalizzazione di determinati reati, in antitesi rispetto ad un sistema attuale che produce 800-1000 nuovi detenuti al mese (di questi, la metà sono tossicodipendenti e in attesa di giudizio). In altre parole, l’attuale sistema (definito dallo stesso ministro Alfano “al di fuori della legalità costituzionale”) ha oggettivamente fallito; ora occorre studiare soluzioni coraggiose, che mirino ad un obiettivo minimale eppure ambizioso: il rispetto dell’art. 27 della Costituzione.

Per raggiungere questo obiettivo sarebbe già fondamentale partire da un’opera di verità e informazione: un esempio concreto? Quanti sanno-magari anche tra quelli che hanno guerreggiato per due anni contro l’indulto voluto dal governo Prodi- che chi sconta la pena in carcere nel 68% dei casi torna a delinquere, mentre chi beneficia di misure alternative lo fa solo nel 19% dei casi?