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Il congresso dei Cln del 1944

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di MASSIMILIANO ANCONA

«Assolse la decisiva funzione di convogliare le energie politiche più sane e moderne verso la soluzione pacifica della questione istituzionale, legittimando la propria presenza sul piano interno e internazionale» scrisse il giudice Michele Cifarelli, segretario del Cln barese. Mentre Radio Londra lo definì «il più importante avvenimento nella politica internazionale italiana dopo la caduta di Mussolini».

E Cecil Sprigge, inviato della Reuters, lo considerò «di grande rilievo perché il suo scopo principale sarebbe stato la questione istituzionale», affrontata per la prima volta in quella occasione e poi «risolta» con il referendum del 2 giugno 1946.

Non minore risalto attribuirono all’evento il New York Times, che ne pubblicò la mozione finale, e il Times di Londra che ne sottolineò la richiesta secondo cui «Presupposto innegabile della ricostruzione morale e materiale italiana è l’abdicazione immediata del Re, responsabile delle sciagure del Paese». Infine, il presidente americano Franklin Delano Roosevelt, riconoscendone le conclusioni, disse che «gli Stati Uniti sono ora (...) fermamente determinati a lasciare ogni decisione al popolo italiano».

Eppure, il Congresso dei comitati di liberazione nazionale (Cln) - il primo dell’Europa liberata - che si svolse nel teatro Piccinni di Bari 67 anni fa, il 28 e 29 gennaio 1944, resta un evento quasi assente nelle analisi e nel dibattito storiografico nazionale. Nonostante abbia segnato una svolta per le sorti generali dell’Italia e del Mezzogiorno e della Puglia in particolare, nei mesi trascorsi fra la caduta del fascismo (25 luglio 1943), la conseguente costituzione del governo presieduto dal maresciallo Pietro Badoglio e la crisi (ottobre 1944) del primo gabinetto di Ivanoe Bonomi. Mesi di un periodo scandito anche dall’armistizio con le forze anglo-americane (8 settembre ‘43) e dalla fuga verso Brindisi di re Vittorio Emanuele III, del figlio Umberto, della regina Elena, di Badoglio, due ministri e un numero cospicuo di generali, oltre che dalla dichiarazione di guerra alla Germania (13 ottobre ‘43).

Il Congresso dei Cln confermò Bari quale centro di riferimento della vita politica, editoriale, amministrativa e culturale del Regno del Sud. Fu inaugurato dall’orazione di Benedetto Croce e vi partecipò - tra gli altri - il conte Carlo Sforza, che sarebbe stato ministro degli Esteri con Alcide De Gasperi.

Al Convegno si giunse superando ostacoli di ogni genere perché, come scritto da Vito Antonio Leuzzi, direttore dell’Istituto pugliese per la storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea (Ipsaic), «Salvaguardare gli interessi di Casa Savoia e garantire la continuità dello Stato furono i principi ispiratori delle forze monarchico-badogliane nei 45 giorni che separano il 25 luglio dall’8 settembre», così che «la preoccupazione (...) fu quella di impedire che il popolo e le forze politiche e culturali che si erano opposte alla dittatura potessero assumere il ruolo di protagonisti».

A suffragare questa tesi, almeno tre circostanze - fra le molte altre - verificatesi nella stessa città pugliese. La prima fu l’eccidio (20 o 23 morti, una cifra ufficiale, 68 anni più tardi, ancora non c’è, e 36 feriti, fra cui il professor Fabrizio Canfora) di via Niccolò dall’Arca del 28 luglio 1943, da parte dei soldati e degli squadristi: le vittime avrebbero voluto salutare l’uscita dal carcere di Bari di alcuni antifascisti, fra i quali gli intellettuali Tommaso Fiore (che nell’occasione perse il figlio Graziano, appena diciottenne), Guido Calogero, Giulio Butticci, Guido De Ruggiero, Giuseppe Laterza (direttore della libreria omonima) e del già citato giudice Cifarelli. Quest’ultimo, insieme a Vincenzo Calace - rientrato a sua volta da una decennale persecuzione fascista, vissuta fra carcere e confino - fu tra coloro che più si adoperarono per organizzare il Congresso e per affermarne l’importanza e l’obiettivo di promuovere la mobilitazione dal basso contro l’azione antidemocratica dei prefetti e del governo. Il secondo episodio che confermò l’ostilità badogliana alle nuove forze democratiche fu il rifiuto dello stesso capo dell’esecutivo all’offerta degli antifascisti baresi di partecipare alla battaglia per la difesa della città del 9 settembre, quando il generale Nicola Bellomo e gli abitanti, soprattutto i più giovani, del borgo antico combatterono i tedeschi obbligandoli ad abbandonare il porto e a ripiegare verso Nord. Di più, proprio il 28 gennaio, giorno in cui si aprì il Congresso dei Cln, venne arrestato dagli inglesi con l’accusa (ingiusta) di essere un criminale di guerra. La parabola discendente dell’ufficiale terminerà con la fucilazione a Nisida l’11 settembre 1945 dopo un processo irregolare.

Il terzo aspetto dell’ostilità badogliana riguardò Radio Bari, «L’unica voce libera dell’Italia», la cui sede di via Putignani, dopo l’8 settembre, venne piantonata dalle forze di polizia per non farvi accedere gli esponenti del Partito d’Azione, fra i quali Cifarelli. Il divieto fu poi rimosso dal maggiore inglese Jan Greenlees (VIII Armata), che aveva ricevuto l’incarico di utilizzare l’emittente nella propaganda antitedesca. L’ostruzionismo fu anche evidente nel tentativo di cancellare il Congresso dei Cln, che si sarebbe dovuto svolgere a Napoli il 20 dicembre 1943. Ma insuperabile fu il veto degli alleati - «ispirati» dal governo italiano - e soprattutto del primo ministro inglese, Winston Churchill, che non volle mettere in pericolo «il contraente l’armistizio» e disse: «Napoli - sede logistica della V Armata britannica - è troppo vicina al fronte di Cassino».

Le proteste generali dei Cln e, in particolare, di Croce, Sforza e Cifarelli, strapparono la concessione del permesso per una seconda convocazione del Congresso: a Bari, il 28 gennaio 1944. I problemi non erano però finiti. Badoglio, infatti, servendosi del prefetto di Bari, fece pubblicare sulla Gazzetta del Mezzogiorno – l’unico quotidiano nazionale a non aver mai interrotto le pubblicazioni - del 25 gennaio un’ordinanza con cui si vietava, a causa di una «incipiente» (e mai verificatasi) epidemia di tifo, «l’ingresso in città ai viaggiatori provenienti da Napoli e sprovvisti di certificato medico». Divieto poi annullato dagli alleati. Così a Bari poterono riunirsi i maggiori esponenti sindacali, come quelli della Confederazione generale del lavoro (Cgl), ricostituitasi grazie all’appoggio del Cln barese, e dei gruppi politici antifascisti: da quelli del Partito d’Azione, composto dalle correnti liberal-socialista (Fiore, Calogero, Cifarelli, Domenico Loizzi, Aldo Capitini) e di Giustizia e Libertà (Calace), ai comunisti, che raccolsero adesioni fra gli operai, raggiungendo i 12 mila iscritti in pochi mesi; dai socialisti italiani di unità proletaria (Psiup) ai liberali di Benedetto Croce (Laterza), senza dimenticare i demoliberali, schierati su posizioni filomonarchiche, e la Democrazia cristiana, per la quale era già attivo un giovane di origine salentina, Aldo Moro, e nel cui ambito si distinse Natale Lojacono, futuro sindaco di Bari.

Il Congresso del gennaio 1944, come scritto ancora da Cifarelli, confermò che «la Puglia, pur se esclusa geograficamente dalla Resistenza partigiana (...) non rimase inerte di fronte alla tragica situazione prodottasi con il crollo dello Stato fascista».

Un merito enorme. Di cui non c’è traccia nei libri di storia.

In foto esponenti del Partito d'Azione, da sinistra: D. Loizzi, F. Canfora, M. Cifarelli, E. De Martino, F. Barbieri, M. Mayer, M. Mayer. F. Melisenda e T. Fiore