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Anarchia dell'immigrazione

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di DONATO SANDRO PUTIGNANO

 

La settimana precedente a quest’ultimo Natale è stata caratterizzata da significative novità intervenute in un campo giuridico altamente caotico, quello del diritto dell’immigrazione.

Con sentenza n. 359, depositata il 17/12/2010, la Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale l’art. 14 comma 5 quater del testo unico sull’immigrazione, così come modificato dall’ultimo “pacchetto sicurezza” del governo Berlusconi, nella parte in cui non dispone che l’inottemperanza all’ordine di allontanamento sia punita nel solo caso che abbia luogo senza giustificato motivo.




L’attuale governo, nell’ottica di una legislazione emergenziale, in passato riservata ai mafiosi ed oggi destinata ai clandestini, aveva di fatto escluso l’applicabilità, in relazione al reato di inottemperanza all’ordine di espulsione, di uno dei basilari principi del nostro sistema penale, sintetizzabile con il brocardo latino “ad impossibilia nemo tenetur”.

Tornerà, quindi, a non essere più punibile il clandestino impossibilitato a lasciare il nostro Paese in quanto privo dei mezzi necessari a raggiungere il proprio paese d’origine. Nel caso specifico giudicato dalla Corte, la donna era stata rintracciata nel sottoscala di uno stabile, dove abitava, luogo abbandonato, privo di servizi e riscaldamento, nonostante una temperatura di molto inferiore allo zero.

E’ evidente come tale decisione possa astrattamente applicarsi in migliaia di casi, con la conseguente irrisolta permanenza dello stato di marginalità e illegalità che caratterizza il soggiorno degli immigrati clandestini nel territorio italiano.

Tale già caotica situazione si è aggravata ulteriormente dal 24/12/2010, quando, con la scadenza del termine per il recepimento della direttiva comunitaria n. 115/2008, quest’ultima è di fatto divenuta applicabile da parte del giudice italiano. I punti di incompatibilità tra la direttiva europea e l’attuale legge italiana sono molteplici : invece dell’immediato accompagnamento alla frontiera o, in alternativa, di una detenzione in un centro per espulsione, secondo la UE allo straniero clandestino dovrà essere assicurato un periodo da 7 a 30 giorni per l’allontanamento volontario dall’Italia; il divieto di reingresso nel nostro Paese per uno straniero già espulso non potrà superare i cinque anni (la legge italiana oggi ne prevede 10); in caso di ricorso giudiziario, l’espulsione dovrebbe essere sospesa (blocco oggi non previsto).

La diretta efficacia delle disposizioni comunitarie ha già creato il caos negli uffici amministrativi e in quelli giudiziari con le prime pronunce di annullamento di ordini di espulsione emanati in contrasto con le nuove regole e con le prime conseguenti assoluzioni per il reato di inottemperanza all’ordine di espulsione.

Prima che il caos normativo sfoci in un caos sociale, occorrerebbe lucidamente affrontare e risolvere i limiti dell’attuale normativa sull’immigrazione.

La politica della “tolleranza zero” in tema di immigrazione è fallita poiché sconfitta dalla oggettiva attuale impossibilità di identificare un essere umano senza la collaborazione di quest’ultimo.

L’immigrato sbarcato sulle coste italiane non ha oggi alcun interesse a fornire le proprie esatte generalità o i propri documenti, perché sa che così facendo non godrà di alcun beneficio in cambio. Così, di conseguenza, non vi potrà essere mai alcuna espulsione coattiva, mancando l’individuazione certa dello Stato di appartenenza, e non essendo in alcun modo utile a tal fine la lunga reclusione del clandestino nei “bestiali” centri di identificazione o nelle nostre stracolme carceri.

Occorre, quindi, pensare ad una soluzione utile prima ancora che tollerante, repressiva, ideologica o popolare. Cosa potrebbe convincere l’immigrato extracomunitario ad arrivare in Italia con regolari documenti, magari a bordo di un volo aereo, di certo più economico dei “mortali” viaggi della speranza a bordo di un gommone o nella cella frigorifera di un autotreno ?

Forse basterebbe offrirgli la libertà di cercare lavoro legalmente per un periodo determinato, anche solo di tre mesi. A fronte della concessione di tale chance, non pare sbagliato imporre allo straniero qualche onere, quale quello di comunicare un domicilio ove farsi trovare reperibile in determinate ore, quale quello di seguire un corso di italiano e uno di diritto, quale quello di farsi identificare a mezzo di impronte digitali e rilievi biologici (DNA).

All’esito dei tre mesi, lo straniero che avrà trovato un lavoro e che avrà seguito le regole potrà avere il permesso di soggiorno, quello che pur rispettando le regole non sarà riuscito a trovare lavoro potrà riprovarci, magari l’anno seguente, mentre i trasgressori potranno facilmente essere accompagnati fuori dal nostro territorio in quanto efficacemente identificati.

L’illusione di poter anche solo frenare gli spostamenti degli essere umani dettati dall’istinto di sopravvivenza è gravemente fallace, così come da condannare è l’irresponsabilità di chi non scorge nel caos e nell’assenza di regole la vera minaccia per i più deboli.

Foto presa dal blog di Nadia Consalini.com