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Quel mundialito di Montevideo: poco calcio, tanta vergogna

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di MASSIMILIANO ANCONA

Sei squadre. Per un Mondiale. Piccolo e nero. Un Mundialito, come lo chiamarono gli argentini, che a Baires due anni prima avevano ospitato e vinto il Mondiale, quello vero. Sei squadre per un torneo subito dimenticato. Con poco calcio e molti calci. Nonostante un Estadio Centenario di Montevideo rimesso a nuovo e le (rare) prodezze di Maradona, Rummenigge, Junior, Socrates, Cerezo e dell’idolo di casa, il capocannoniere Victorino (3 gol). Con diritti umani calpestati e diritti televisivi comprati da un tycoon milanese che diventerà Presidente del Consiglio. All’ombra di una dittatura fascista e sanguinaria. Aiutata da tanta propaganda. Di Stato o legata al nome di una loggia massonica segreta (la P2).




Tutto questo fu la Copa de Oro de Campeones Mundiales, il nome ufficiale della manifestazione, che si svolse in Uruguay dal 30 dicembre 1980 al 10 gennaio 1981: trent’anni fa.

L’ideò Washington Cataldi, all’epoca presidente del Peñarol di Montevideo - il club uruguagio più noto e vincente insieme al Nacional -, nonché politico assai vicino alla junta militar che governava il Paese. Lo finanziò, con l’intento di rientrare dalle spese vendendone i diritti per la trasmissione televisiva, un imprenditore di origine greca che viveva in Uruguay, tal Angelo Vulgaris, titolare di una multinazionale della carne e del bestiame battente bandiera panamense. L’obiettivo era celebrare il cinquantenario della prima Coppa Rimet, disputatasi nel 1930 proprio sulla sponda settentrionale del Rio de La Plata e vinta dai padroni di casa. Furono invitate le sei nazionali che avevano vinto almeno una volta il titolo iridato. Vi parteciparono l’Argentina, la Germania Ovest e l’Italia, oltre alla Celeste, l’Uruguay padrone di casa, che vinse la finale a spese della Brasile  (2-1). Infine l’Olanda - seconda a Monaco 1974 dopo la Germania Ovest e a Baires 1978 dopo l’Argentina -, al posto dell’Inghilterra che aveva detto: «No, grazie». Ufficialmente per incompatibilità con il calendario del campionato nazionale, che per tradizione si intensifica proprio durante il periodo natalizio. Probabilmente per protesta contro la junta di Montevideo.

Il Mundialito fu trasformato in un evento di propaganda per il regime presieduto da Aparicio Méndez, da due mesi secondo successore, dopo il feroce Alberto Demicheli, di Juan Marìa Bordaberry, autore del golpe del febbraio 1973. La repressione dell’esercito era la regola. Già nel 1976, sotto Demicheli, i detenuti uruguayani per motivi politici erano più di 6 mila su una popolazione che superava di poco i tre milioni.

Alla fine del 1980, il regime dovette affrontare due appuntamenti: il Mundialito e un referendum modificativo della Costituzione – fissato per il 30 novembre -, che avrebbe dovuto legittimarne il potere. E che invece si risolse in un inatteso flop: i “no” superarono il 57 per cento. Così alla junta Méndez non restò che quel torneo, dapprima snobbato, per riconquistare il consenso interno e un riconoscimento internazionale che ne avrebbe dovuto rompere l’isolamento politico. Quello di Montevideo, del resto, non era in quel periodo l’unico regime militare di stampo fascista del Sudamerica. C’era – tra gli altri - quello del Cile di Augusto Pinochet, salito anche lui al potere con un golpe l’11 settembre 1973. Proprio a Santiago del Cile e a Montevideo, del resto, i militari «inaugurarono» le tecniche della desaparicion (scomparsa) e dei centri di detenzione clandestini per gli oppositori che sarebbero stati utilizzati in larga scala in Argentina: 30 mila desaparecidos, 15 mila fucilati, 10 mila torturati sopravvissuti alle sevizie e due milioni di esuli, secondo le cifre ufficiali. Torture, assassini e sparizioni non si fermarono nemmeno durante la Coppa del Mondo disputatasi a Buenos Aires e dintorni nel 1978. Furono quelli «i Mondiali della vergogna», come li ha definiti e titolati il giornalista argentino Pablo Llonto in un recente saggio. Perché il calcio e le sue istituzioni – al vertice della Fifa c’era, dal 1974, Joao Havelange, uno degli esponenti del ricchissimo ceto economico che aveva consegnato anche il Brasile ai militari nel 1964 - chiusero gli occhi innanzi a quel massacro organizzato, legittimando a livello planetario la dittatura di Jorge Rafael Videla. Una dittatura spietata cui la vittoria della squadra di casa, capitanata da Daniel Passarella e guidata da Luis Cesar Menotti, diede un ulteriore consenso, allungandone il periodo di permanenza al vertice almeno fino al 1982. Cioè fino alla disfatta nella guerra con la Gran Bretagna per il possesso delle isole Falkland/Malvinas.

Il legame tra calcio e potere scandì le vicende di quasi tutti i regimi latino-americani di quegli anni. Accadde nel Paraguay di Alfredo Stroessner, in auge sino al 1989. Nella Bolivia di Hugo Banzer e Luis Garcìa Meza. Nel Brasile di João Baptista de Oliveira Figueiredo, che pure aveva vissuto il periodo peggiore tra il 1968 e il 1974 con al vertice il generale Emìlio Garrastazu Médici. Senza dimenticare il Perù di Francisco Morales Bermudez, complice interessato della (nemmeno tanto presunta) marmelada peruana: la combine che nel 1978 permise alla squadra Albiceleste di vincere di goleada (6-0) sulla Blanquirroja del portiere Ramòn Quiroga, un argentino naturalizzato, e accedere alla finale per il titolo iridato con l’Olanda. A spese del Brasile.

Calcio e potere. Dittature e vittorie. Con la Fifa di Havelange a legittimare le une e le altre. Nel Sudamerica che visse all’ombra sanguinaria del famigerato Plan Condor, un piano multinazionale per la sistematica eliminazione degli oppositori in patria e all’estero, elaborato dai regimi militari con il sostegno e la copertura della Cia (i servizi segreti degli Stati Uniti d’America), oltre all’appoggio di Henry Kissinger, segretario di stato americano (ma di origine tedesca) tra il 1968 e il 1977, durante i mandati di Richard Nixon e Gerald Ford. Non fu quindi un caso che Kissinger, premio Nobel per la pace (!) e grande appassionato di calcio, avesse avuto un posto d’onore tra gli invitati alla finale di Baires ‘78.

Due anni dopo, il regime di Montevideo volle conseguire - ospitando la Copa de Oro de Campeones Mundiales -, il successo sportivo, interno e internazionale che aveva ottenuto la junta argentina. E ci riuscì. Nonostante qualche timida protesta contro la partecipazione delle rispettive nazionali in Olanda e in Italia. Sì, proprio in Italia, dove in 41 tra tecnici e calciatori – ma alla fine furono rese note solo le adesioni dell’allenatore della Lazio, Ilario Castagner, e del difensore romanista Sergio Santarini - firmarono un documento di protesta nel quale si chiedeva che il Mundialito fosse «anche una tribuna dove si condanni la politica di repressione e fame portata avanti in questi ultimi sette anni».

Fu certo un passo in avanti rispetto al silenzio assordante che aveva accompagnato due anni prima la spedizione azzurra e quella delle altre partecipanti al Mondiale argentino. Una protesta che comunque non sortì alcun effetto. Perché il torneo si svolse sotto l’egida della Fifa di Havelange e della Federcalcio uruguagia (Auf), nonostante fosse stato concepito e organizzato da imprenditori privati. E perché tutto, ma proprio tutto, fu messo in piedi per far vincere la Celeste. A cominciare da un sorteggio pilotato che la inserì nel girone con Olanda e Italia, sulla carta le più deboli. Mentre Brasile, Germania Ovest e Argentina andarono a scornarsi nell’altro. Il torneo iniziò il 30 dicembre con il 2-0 (gol di Ramos e Victorino) dei padroni di casa sugli Orange, privi di Cruijff e Krol, e già quasi fuori dal Mondiale di España ‘82.

Il 3 dicembre debuttarono gli azzurri di Enzo Bearzot. Senza Dino Zoff, non convocato per testare le qualità di Ivano Bordon. Senza gli attaccanti Paolo Rossi e Giordano, squalificati – tra gli altri – in seguito allo scandalo delle scommesse che aveva sconquassato il calcio nazionale nel marzo precedente e provocato le retrocessioni in B di Milan e Lazio. E, soprattutto, senza Gigi Peronace, il capo-delegazione azzurro - nonché inventore del Torneo angloitaliano -, morto a 55 anni il 29 dicembre 1980 per un arresto cardiaco a poche ore dalla partenza per Montevideo. Per tutti questi motivi, oltre che per il compiacente arbitraggio dello spagnolo Emilio Guruceta Muro, che sorvolò sul (tradizionale) gioco duro e intimidatorio dei padroni di casa, e la giornata di scarsa vena di Altobelli e del suo sostituto Pruzzo, l’Uruguay segnò due volte nella ripresa. Con un rigore generoso di Morales, per fallo di Marini su Martinez, e nel finale con Victorino. Sull’1-0 ci fu la doppia espulsione di Cabrini e Moreira. A tempo scaduto, anche a Tardelli fu sventolato il cartellino rosso. «Era tutto stabilito, dal rigore al resto, per far vincere i padroni di casa» urlò Nando Martellini al termine della telecronaca mandata in onda dalla Rai. Italia vessata ed eliminata. Ma costretta a tornare in campo nel giorno dell’Epifania per l’inutile 1-1 con l’Olanda di Peters, autore del pareggio dopo il vantaggio del debuttante Ancelotti.

Uruguay in finale insieme al Brasile, che solo grazie alla differenza reti eliminò l’Argentina di Maradona. Entrambe batterono la Germania Ovest di Rumenigge, Kaltz e Hrubesh, autore della doppietta che nel giugno precedente aveva dato ai tedeschi occidentali il titolo di campione d’Europa a spese del Belgio, nel torneo organizzato (male) e giocato (malissimo) in Italia. Sia contro la Selecìon che contro la Seleçao, i tedeschi segnarono per primi (Hrubesh e Allofs). Ma sia gli argentini che i brasiliani recuperarono e vinsero. I primi solo nel finale grazie a una sciagurata autorete di Kaltz e a una prodezza di Diaz. I secondi in virtù della quaterna firmata da Junior, Serginho, Cerezo e Zé Sérgio. In mezzo l’1-1 nel superclassico del calcio sudamericano con l’unico acuto di Maradona e la risposta di Edevaldo.

Il 10 gennaio 1981 accadde quel che doveva accadere. Primo tempo senza reti. Con il baffuto portiere uruguagio Rodrìguez e il dirimpettaio João Leite Neto spettatori non paganti in uno stracolmo Estadio Centenario. Ripresa scoppiettante. Segnò Barrios. Socrates su rigore pareggiò per i verdeoro. Victorino, ancora lui, firmò la rete del successo (2-1).

Quel successo fu presto dimenticato. Cancellato dalla storia del calcio. Ovunque. Anche in Uruguay. Tranne che in Italia. Per due motivi. Il primo riguarda i legami strettissimi che la loggia massonica “Propaganda 2” (P2) di Licio Gelli, al massimo del potere tra il 1978 e il 1980, ebbe con i regimi di Buenos Aires e Montevideo. Il secondo è che grazie alla P2, l’allora tycoon milanese Silvio Berlusconi riuscì a ottenere la trasmissione nazionale delle partite di quel torneo su “Canale 5”, emittente privata di sua proprietà, rompendo così il monopolio della Rai.

Il primo riguarda i legami strettissimi che la loggia massonica “Propaganda 2” (P2) di Licio Gelli, al massimo del potere tra il 1978 e il 1980, ebbe con i regimi di Buenos Aires e Montevideo. Il secondo è che grazie alla P2, l’allora tycoon milanese Silvio Berlusconi riuscì a ottenere la trasmissione nazionale delle partite di quel torneo (eccetto quelle dell’Italia e la finale) su Canale 5, emittente privata di sua proprietà, rompendo così il monopolio della Rai.

Quanto al primo aspetto, il “Maestro venerabile” della P2 ebbe la residenza ufficiale nella capitale uruguayana: in una villa nella elegante zona Carrasco assegnatagli con decreto ministeriale dal governo golpista. Possedeva inoltre decine di appartamenti, un’azienda agraria ed era azionista del Banco Finanziario Sudamericano, come ha scritto il giornalista Mario Guarino nel libro Fratello P2 1816. L’epopea piduista di Silvio Berlusconi. E proprio lì, a Montevideo, c’era uno degli archivi della Loggia poi riportati in Italia e scoperti dai finanzieri il 17 marzo 1981 nella villa di Gelli a Castiglion Fibocchi (Arezzo). Tra gli altri, alla P2 risultarono iscritti l’ammiraglio Emilio Eduardo Massera, numero due di Videla in Argentina, nonché massimo responsabile del massacro dei desaparecidos, scomparso lo scorso novembre, e Artemio Franchi (tessera 402), vicepresidente della Fifa (dal 1974, con presidente Havelange), presidente dell’Uefa (dal ’72) e, fino allo scandalo delle scommesse del marzo 1980 che ne provocò le dimissioni, capo della Figc.

Franchi smentì sempre di far parte della Loggia. Ma probabilmente non fu solo un caso se l’Italia, dopo aver partecipato al Mondiale argentino, affrontò i campioni iridati in amichevole (2-2) a Roma il 26 maggio 1979 e l’Uruguay a Milano (1-0 il 15 marzo 1980). Senza dimenticare l’affidamento al C.t. azzurro Enzo Bearzot della guida del Resto del Mondo vittorioso (2-1) nell’amichevole contro l’Argentina, disputatasi a Buenos Aires il 25giugno 1979, un anno dopo il trionfo iridato della squadra di Menotti. E Platini, attuale presidente dell’Uefa, ricevette da Videla il trofeo in palio per l’occasione. Franchi decise anche per l’adesione al Mundialito in Uruguay. Un’adesione che fruttò alla Federcalcio 130 milioni di lire (291 mila euro attuali indicizzati con l’Istat). Senza dimenticare che lo stesso Franchi lanciò (invano) l’idea di bissare il torneo quattro anni dopo in Italia.

Ed eccoci alla questione dei diritti televisivi, da cui iniziò la scalata di Berlusconi al potere nazionale mediatico e, in seguito, politico. Il regime di Montevideo, proprio per motivi propagandistici, ebbe tutto l’interesse a che il torneo fosse visto anche e soprattutto in Europa. Secondo la versione dei fatti riportata da Pino Frisoli e Massimo De Luca (Sport in Tv), che è poi quella dello stesso Vulgaris, quest’ultimo offrì per un milione e mezzo di dollari i diritti all’Eurovisione. Una cifra troppo alta, cui seguì una controfferta di 750 mila, concordata con le tv pubbliche che la componevano. Le trattative, su quelle basi, saltarono. Così si inserì Rete Italia, società della berlusconiana Fininvest, e chiuse l’accordo in due giorni per 900 mila dollari. Secondo un’altra versione (Fratello P2 1816…), uomini di Rete Italia andarono a Ginevra e conclusero con Vulgaris l’acquisto per l’Europa per 900 mila dollari, circa un miliardo di lire dell’epoca (due milioni e 250 mila euro attuali). Il tutto per sette partite. Ovvero 150 milioni di lire l’una. Una cifra comunque alta se rapportata ai 20 milioni di lire pagati per ognuna delle 38 gare del Mundial argentino. La Rai si difese dicendo: «… Quando l’Eurovisione si è mossa il comitato organizzatore aveva già venduto i diritti. Non c’è mai stata un’asta regolare tra Eurovisione e Berlusconi». In realtà, l’accordo parve tanto più oneroso anche perché Canale 5 non avrebbe potuto trasmettere in Europa (Italia compresa) senza il satellite. Uno strumento, quest’ultimo, gestito da Telespazio, di cui aveva usufruito in Italia solo la Rai, oltre a Telepace, ma solo per trasmettere l’Angelus domenicale del Papa in America latina.

La questione - che coinvolse anche il ministero delle Poste e telecomunicazioni, quindi il governo Forlani -, si concluse a una settimana dall’inizio del torneo con un accordo tra Berlusconi e la Rai: quest’ultima trasmise in diretta le partite dell’Italia e la finale, oltre alla differita della altre quattro partite, che furono diffuse in diretta da Canale 5 (ma solo in Lombardia) e in differita in tutta Italia. Questo accordo ruppe, di fatto, il monopolio della tv di Stato. Per ottenerlo, tuttavia, furono decisive le tecniche mediatiche del Corriere della Sera e della Gazzetta dello Sport. Questi ultimi, insieme al Giornale – ora come allora di proprietà berlusconiana -, da un lato ampliarono a dismisura l’evento-Mundialito, dall’altro aizzarono l’opinione pubblica contro la Rai e il governo, «colpevoli» di non voler cedere l’uso del satellite a Canale 5. Negando così ai tifosi italiani la visione del torneo. I due quotidiani della Rizzoli, i più letti all’epoca in Italia, erano entrambi controllati dalla P2, come si scoprì qualche mese più tardi. Cioè quando negli elenchi figurarono – tra gli altri - i nomi dell’editore Angelo Rizzoli (fascicolo 0532) e di Franco Di Bella (tessera 1887, fascicolo 655), direttore del Corriere della Sera. Iscritti alla P2 erano anche Adolfo Orsello, vicepresidente della Rai, e Pietro Longo, segretario del Partito socialdemocratico italiano (Psdi), cui apparteneva il ministro delle Poste e comunicazioni Michele Di Giesi.

Di più, l’appartenenza alla P2 di due ministri (quello della Giustizia, Adolfo Sarti, e quello del Lavoro, Franco Foschi) provocò nel giugno 1981 la caduta del governo Forlani, lo stesso che infine decise di concedere l’uso del satellite a Canale 5 per la trasmissione del Mundialito.

Ma fu solo una coincidenza. Vero?