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Alberto Rubini: "il mio teatro amatoriale"

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di ALESSANDRA GRASSO

Una mattina di settembre mi sono trovata a ripercorrere con Alberto circa cinquant’anni di teatro.

Ogni spettacolo di cui mi parlava lo comunicava con una gioia particolarmente affascinante proprio di chi il teatro l’ha vissuto con il cuore.

Una delle cose che mi ha sorpreso di Alberto è il suo modo d’interagire: improvvisamente i ruoli si erano ribaltati, lui intervistava me e io raccontavo la mia vita.


Curiosa come situazione, soprattutto quando sei abituata a intervistare o a raccontare cronisticamente determinati contesti a cui certo non importa nulla della tua vita.

Invece il rapporto che il Alberto aveva impostato nei miei confronti era quello di un confronto, come dire, una “chiacchierata con la nuova generazione”.

L’intervista inizia quasi spontaneamente come se in realtà fosse solo una semplice conversazione dialettica tra due individui di generazioni lontanissime tra di loro.

Alberto perché proprio il teatro e non, per esempio, il cinema?

ho iniziato a recitare fin da bambino nella stazione del mio paese improvvisando scenette divertenti per gli amici. Durante gli anni questa mia passione per l’improvvisazione è cresciuta grazie anche all’appoggio di mio fratello Ugo (attualmente direttore del C.U.T a Bari) con il quale nel 1968 ho fondato la mia prima compagnia teatrale, “gli amici dell’arte”. Inoltre sono una persona molto timida, il teatro mi ha permesso di mettermi in gioco, di superare questa mia difficoltà e se vogliamo anche di esprimermi in modo spontaneo e diretto, nel teatro mi sento libero, mentre nel cinema c’è una regola fondamentale, il tempo.”

Qual è il personaggio che ha interpretato meglio?

sicuramente i personaggi che ho interpretato con piacere erano all’interno di, Enrico IV e Berretto a Sonagli di L.Pirandello e Corruzione a Palazzo di Giustizia di Ugo Betti.

Il teatro è stato da sempre capace di essere un luogo autentico dove si dibattono e si agitano le domande fondamentali dell’essere umano, lei cosa ne pensa?

certo, il teatro è stato da sempre il palcoscenico da cui emergono i problemi e i disagi dell’essere umano, ma non è l’unico ruolo che il teatro interpreta.

Quest’ultimo è anche un luogo dove si fa cultura, si tramandano storie, leggende, in cui si discutono, attraverso i personaggi, le dinamiche storiche e sociali dell’uomo. Il problema è che oggi il teatro ha perso questa funzione, viene definito da molti solo come un luogo di svago,questo tipo di visione mi rattrista.

Signor Alberto, quali sono stati i suoi ultimi lavori?

Bhè, sicuramente “Variazione Enigmatiche” di Eric Emmanuel Schmitt, recitata all’interno dell’anfiteatro di Ponente. In seguito abbiamo realizzato altre repliche ad Altamura, Palo del Colle, Toritto e Grumo Appula. L’ultima replica è stata realizzata all’interno del teatro “Duse” di Bari dal 9 all’ 11 Giugno 2009.

Inoltre, ho partecipato alla commedia “Le Ultime Lune” di Furio Bordon, rappresentata all’interno della scuola elementare “Cianciotta” a Bitetto e replicata a Grumo, Locorotondo, Monopoli, Palo del Colle. Infine questa commedia è stata rappresentata il 14 giugno 2009 allo Sheraton di Bari con l’Eurorchestra da Camera diretta dal maestro Francesco Lentini.”

E i suo prossimi spettacoli?

A breve andremo in scena con il monologo teatrale di Baricco: “Novecento”.

Ha partecipato al film “l’amore ritorna” di Sergio Rubini, suo figlio: come ha vissuto il ruolo di attore?

-Un piccolo sorriso- “quando Sergio mi disse che mi voleva nel suo film ho accettato subito. Sergio mi disse che qui i ruoli cambiavano sia a livello personale sia in quello cinematografico: lui era il regista, quindi mio padre, e io l’attore, quindi suo figlio. Questo scambio di ruoli, infondo mi divertiva. Quando invece mi hanno chiamato per interpretare la mia parte sul set ero agitatissimo, in quanto mi trovavo di fronte a dei grandi del cinema italiano, le mani mi tremavano, la voce mi tremava. Ho iniziato a recitare con gli occhi di questi ultimi puntati su di me. Devo dire che è stato emozionante. Ma sono comunque legatissimo al mio teatro amatoriale.-sorride.

La nostra conversazione è durata più di due ore e per me riassumere quest’ultima in poche frasi coincise è stato un grande lavoro.

Ho notato in Alberto una grande umiltà e disponibilità all’ascolto, difatti il nostro discorso in seguito è sfociato in un dibattito sulla società e sulle nuove generazioni.

Alberto mi ha fatto una domanda che credo sia giusto riportare in questo articolo, e che forse rientra anche nella sua sensibilità di “artista amatoriale”.

Come sono i giovani oggi, cosa cercano?

Dal mio punto di vista, una domanda molto complessa che implica il coinvolgimento di molti contesti sociali.

Ho risposto dicendo che i miei coetanei possiedono una grande intelligenza ma anche un passività e un grande disinteresse per le dinamiche sociali che li circondano .

Questo è grave ma, tuttavia risulta spiegabilissimo: questa società possiede dei ritmi esasperanti, dove o sei una macchina e riesci a stare dietro a tutto questo sistema globalmente e tecnologicamente avanzato, oppure sei fuori, non sei considerato. La situazione è ancora più grave quando questa società non ti da nemmeno l’opportunità di inventare, perché è come se ti dia l’idea che tutto è già stato inventato, tutto sia già stato stabilito, e tu sei solo un individuo come tanti che non può cambiare le cose e renderle migliori di quello che sono. D’altro canto, a mio parere, questa non è una giustificazione: lasciare che gli eventi scorrano da soli, senza nemmeno un intervento concreto.

L’arte per esempio è un ottimo mezzo di comunicazione e se vogliamo, anche di cambiamento.

L’anima creativa riesce ad andare oltre, a trovare delle soluzioni anche quando sembra che non ce ne siano.

Fondamentalmente il teatro è questo: un palcoscenico in cui il personaggio può respirare, parlare di sé, comunicare agli altri quelli che sono i problemi e i disagi dell’essere umano. La cosa affascinante è che qui, per spiegare tutto questo, abbiamo tutto il tempo del mondo…