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DIBATTITO/ Difesa della cultura, quale?

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di ANDREA RUSSO

Due settimane fa, in collegamento in diretta su Annozero in prima serata, Riccardo Scamarcio è apparso come grottesca figura di giovane e combattivo "rivoluzionario" portavoce del codazzo di registi, attori e altri addetti ai lavori del "cinema italiano" in protesta per difendere il proprio settore dai tagli del governo cattivo al Fondo Unico per lo Spettacolo.



Dopo aver intepretato la parte di bellimbusto sciupafemmine in "Tre metri sopra il cielo", film che ha contribuito a rovinare come minimo un'intera generazione di adolescenti italiani, l'attore andriese si è potuto riciclare come ribelle piacione e mediatico, per il solo fatto di essere reduce da un ruolo in un film sessantottesco ("Il Grande Sogno" di Placido) e per aver mostrato poco velate simpatie per Nichi Vendola.

Difficile allora non dubitare dal primo momento dell’onesta di “artisti" di tal fatta, che scimmiottano le proteste di chi sta molto peggio di loro (precari ecc.) per poi, una volta riavuto l'ossigeno (denaro pubblico), tornare a calcare le passerelle del festival del cinema di Venezia o di Cannes, loro vero habitat naturale lontanissimo dai luoghi della sofferenza e dell'incertezza economica di milioni di persone comuni; magari cianciando nelle interviste anche di lotta per la scuola e l'università pubblica (farlo non costa niente, va di moda e può nascondere goffamente l'egoismo dei propri intenti). E questa sarebbe la famosa "ricostruzione di un'opposizione sociale"!

Tali pseudoartisti, facenti parte degli apparati ideologici e massmediatici di sistema (nel suo settore "di sinistra"), che dicono di protestare "in difesa della cultura” da tempo contribuiscono ampiamente al processo di occidentalizzazione culturale a mezzo massmediatico. Quando va bene, sono i protagonisti infiniti di decine di stucchevoli fiction sull'amore e di film sentimental-melensi, grondanti i peggiori stereotipi della vita della middle-class economicamente agiata e socialmente edonista; per cui non si capisce dove stia la "superiorità morale" di chi trasmette a milioni di famiglie o adolescenti gli stessi principi (messa in mostra di corpi statuari, sessualità da baraccone, tradimenti e disgregazione familiare, frasi da baci perugina ecc.) di qualsiasi trasmissione Mediaset (tronisti, veline ecc.) o film della banda Moccia-Muccino-Lucini, con l'aggravante che qui la forma politically correct che accoglie il contenuto è molto più subdola dell'altra (che è apertamente sguiata e caricaturale). Le finalità "politiche", poi, sono sempre disastrose (e tanti dei "vecchi maestri" del cinema defunti, dai neorealisti a Pasolini, hanno smesso di rivoltarsi nella tomba): manca ogni volontà di indagine spietata della realtà; i drammi sociali (pochi), gli eventi storici passati e quelli recenti sono il pretesto per fare della mitologia romantica e agiografica "sinistrese" (si veda ad esempio il trittico presentato a Venezia nel 2009, "Baaria"-"Il Grande Sogno"-"Cosmonauta") a mo’ di campagne elettorali nostalgiche per i “partiti amici”.

Bisogna quindi fare a pezzi il significato che costoro hanno affibbiato all'idea di "difesa della cultura". La cultura è prima di tutto conoscenza, che dovrebbe essere resa accessibile a tutti come strumento di elevazione materiale oltre che spirituale. L'arte ed il sapere in generale dovrebbero permettere la libera espressione delle individualità attraverso l’affinamento dei sentimenti e dei pensieri di ogni essere umano. Rendere la cultura fattore di emancipazione e trasformazione positiva della realtà, contro la riduzione del “prodotto culturale” a merce riprodotta in serie che viene attuata dal capitalismo nell’economia e nei rapporti sociali (frantumati e deteriorati dal consumo individualistico), è l’anelito che non solo il militante politico, ma anche l’intellettuale e l’artista dovrebbero avvertire, attraverso prese di posizioni disinteressate e scelte pratiche coerenti.

Tutta la “gente che conta” del baraccone intellettuale annesso alla sinistra politica italiana (giornalisti, scrittori, opinionisti) e in questo caso i cineasti, lautamente ricompensati dai proventi dell'industria cinematografica e con danaro anche pubblico (l'arte è più libera quanto più è autoprodotta!), chiama invece “cultura” la pura retorica fine a se stessa, usata come arma per ostentare con disprezzo la propria superiorità verso le classi inferiori del popolo italiano, demonizzate come ritardate ed elettrici di Berlusconi, invece di essere rese destinatarie di un messaggio di emancipazione. Proprio per questo, e non è un caso, i loro fans più fedeli sono quelli del ceto medio semicolto con la puzza sotto il naso, che dal punto di vista politico riversa tale deforme visione nell’antiberlusconismo cieco e menopeggista. Fra l’altro, premesso che certamente la tv berlusconiana e commerciale in senso lato è stata il primo veicolo (parallelamente a quanto avvenuto in tutti i paesi sviluppati dell’occidente) per iniziare il popolo italiano alla teledipendenza e ai disvalori del consumo, non scordiamoci che la sinistra politica ha fatto pure di peggio neoliberalizzando a tutti i livelli il paese negli anni ’90 con le privatizzazioni e lo smantellamento dello stato sociale; ed è stata la prima ad colpire (con le leggi sull'autonomia di Berlinguer ’96-‘97) l’istruzione pubblica che è l’argine principale (e sempre più debole) all’omologazione dei comportamenti unita all’inaridirsi del pensiero, in una realtà economica che spinge di fatto tutti alla competitività e al successo individuale in negazione di ogni etica e solidarietà fra le persone, aggravando molto di più gli effetti del “lavaggio del cervello” televisivo.

Il pericolo dietro l’angolo è dunque nei vaniloqui di questi neoaristocratici engagé, colmi di “sogni”, di suggestioni da reportage scandalistico sui “rapporti di coppia” e altri viaggi mentali per piccoloborghesi. Averne coscienza e metterli finalmente in condizioni di non nuocere (loro, ma anche i loro padrini politici ed i loro ipocriti supporters degenerati) è una buona condizione di partenza per liberare la cultura dagli orpelli e dalle mistificazioni e ripensarla come mezzo di umile sensibilizzazione (e di riscatto!) delle classi popolari in Italia.