Il SudEst

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La giostra di Avetrana

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di MENANTE

C’è un efficace proverbio pugliese “’U preise cchiù lu ruzzeleisce e cchiù fiete” (il cantero più lo agiti e più puzza) che si confà perfettamente alla ormai insopportabile vicenda di Avetrana E’ vero che c’è libertà di telecomando, ma è pur anche vero che certi programmi televisivi ( e tra questi, purtroppo, anche qualcuno della Rai) insistendo in maniera abnorme su un fatto di cronaca nera, finiscono col violentare i telespettatori coinvolti, loro malgrado, in una vicenda la cui straordinarietà non può essere dilatata all’infinito.



Avetrana, piccolo centro agricolo in provincia di Taranto, da più mesi è diventato l’ombelico del mondo; i personaggi che vorticano intorno all’assassinio della piccola e incolpevole Sarah sono diventati protagonisti di uno sfibrante reality, con colpi di scena veri falsi e presunti. Per cui un contadino reo confesso si tramuta, nell’opinione pubblica, di volta in volta, in orco, in padre premuroso, in marito succubo della moglie, in stupratore necrofilo, in occultatore di cadavere, in indefesso lavoratore dei campi, in ingenuo, in furbo, forte, debole, sprovveduto, mistico e in tanto e tanto altro ancora. Quasi la stessa cosa avviene per gli altri comprimari, mentre emerge tutta una serie di professionisti dell’ospitata televisiva che ci imbottisce di ipotesi e supposizioni. E tutti si ritagliano la loro fetta di popolarità. Dall’avvocato di provincia che a furor di popolo diventa penalista di fama nazionale per un caso fortuito, quello di essere stato indicato come “avvocato d’ufficio”; ai tanti psicologi, criminologi, consulenti e opinionisti vari che sparano le loro pillole, o meglio palle, di saggezza. E tutti, chi più chi meno, intascano, se non danaro, certamente visibilità. Per noi telespettatori, invece, c’è il rischio del rimbambimento se non decidiamo di cambiare programma.