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Primo commento al DDL 2313

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di SANDRO PUTIGNANO*

"SVUOTA CARCERI" O "SALVA (POCHI) RECIDIVI"?



Il 17 novembre 2010 il Parlamento ha approvato definitivamente il DDL 2313, titolato “Disposizioni relative all'esecuzione presso il domicilio delle pene detentive non superiori ad un anno”, ma conosciuto tramite i mass media come DDL “svuota – carceri”.

In sede di redazione, prima, e approvazione parlamentare poi, si è discusso sul numero di detenuti potenzialmente beneficiari di tale provvedimento.

Dall'esame comparato del testo del DDL 2313 con l'art. 656 c.p.p. e con le norme dell'ordinamento penitenziario relative alle misure alternative alla detenzione, è possibile tentare di desumere quanti, ma soprattutto quali potranno essere i beneficiari della detenzione domiciliare prevista dalla nuova disposizione di legge.

In realtà già oggi è prevista l'esecuzione presso il domicilio, in determinati casi, delle pene detentive non superiori a dodici mesi. Infatti, pur non considerando i casi di domiciliari concessi per ragioni sanitarie, per gli ultra settantenni e per la madre incinta o con prole di età inferiore a dieci anni, già oggi, il comma 1 bis dell'art. 47 ter O.P. prevede che “La detenzione domiciliare può essere applicata per l'espiazione della pena detentiva inflitta in misura non superiore a due anni, anche se costituente parte residua di maggior pena, indipendentemente dalle condizioni di cui al comma 1 quando non ricorrono i presupposti per l'affidamento in prova al servizio sociale e sempre che tale misura sia idonea ad evitare il pericolo che il condannato commetta altri reati”.

La genericità di tale ultima disposizione e il riferimento nella stessa ad una pena pari al doppio di quella prevista dal nuovo DDL sembrerebbe far ritenere quest'ultimo come un inutile duplicato legislativo. E' necessario, perciò, esaminare quali possono essere le differenze fra le due disposizioni di legge.

Una prima distinzione riguarda i soggetti ai quali il beneficio non si applica. Il comma 2 dell'art. 1 del DDL 2313 esclude espressamente tre categorie di soggetti : i condannati per uno dei delitti di cui all'art. 4 bis O.P., i delinquenti abituali, professionali o per tendenza e i detenuti sottoposti al regime di sorveglianza particolare ex art. 14 bis O.P.. Parimenti, l'ultimo periodo del comma 1 bis dell'art. 47 ter O.P. esclude dal beneficio in esame i condannati per i reati di cui all'art. 4 bis e coloro ai quali è stata applicata la recidiva reiterata ex art. 99 4° comma c.p..

Quindi, i due articoli hanno una categoria in comune, i condannati per i reati di cui al 4 bis O.P., mentre si differenziano sulle altre categorie in quanto la nuova disposizione di legge prevede due nuove categorie ostative (i delinquenti abituali, professionali o per tendenza ed i sottoposti a sorveglianza speciale), ma, sarà astrattamente applicabile ai recidivi reiterati. Quest'ultima categoria di detenuti, quindi, rappresenta l'unica a favore della quale è previsto oggi un beneficio non concedibile già con le norme esistenti.

Alla lettera d) dell'art. 1 del DDL 2313 sono, poi elencati i criteri, richiesti per la concessione del beneficio, che il Magistrato di Sorveglianza sarà chiamato a valutare nel concreto. Il Magistrato dovrà accertare : 1) che non sussista la possibilità che il condannato possa darsi alla fuga, 2) che manchino specifiche e motivate ragioni per ritenere che il condannato possa commettere altri delitti, 3) che sussista l'idoneità e l'effettività del domicilio anche in funzione delle esigenza di tutela delle persone offese dal reato.

A fronte di tali espresse indicazioni, il comma 1 bis dell'art. 47 ter O.P., al fine della concessione del beneficio ivi disciplinato richiede all'Autorità Giudiziaria solo di accertare che la misura sia idonea ad evitare il pericolo che il condannato commetta altri reati.

Quest'ultima espressione, di fatto appare riassuntiva dei tre criteri espressamente elencati alla lettera d) dell'art. 1 del DDL 2313, potendosi sostenere che la valutazione oggi eseguita dal Tribunale di Sorveglianza per la concessione della detenzione domiciliare alternativa all'affidamento in prova non si differenzia da quella che sarà la valutazione del magistrato di sorveglianza chiamato a concedere la “nuova” forma di detenzione domiciliare, però con una significativa differenza.

Infatti, mentre oggi la valutazione circa l'idoneità del domicilio non è prevista espressamente dalla legge, ma nella prassi quotidiana è lasciata alla discrezionalità del Tribunale di Sorveglianza che può incaricare le locali Forze di Polizia per le eventuali verifiche, i commi 3 e 4 dell'art. 1 del DDL 2313 prevedono espressamente che al Magistrato di Sorveglianza debba essere fornito un verbale di accertamento dell'idoneità del domicilio.

Da tale ultima considerazione sorge inevitabilmente il quesito circa l'eventuale sussistenza di un qualsiasi vantaggio nel richiedere il beneficio previsto dal nuovo DDL, per tutti i detenuti potenziali beneficiari anche dei domiciliari previsti dal comma 1 bis art. 47 ter O.P.. Per tentare di dare una risposta a tale quesito è doveroso evidenziare l'unica marcata differenza fra i due tipi di detenzione domiciliare : la procedura prevista per la concessione. Infatti, mentre la detenzione domiciliare ex comma 1 bis art. 47 ter è concessa dal Tribunale di Sorveglianza in camera di consiglio, a seguito di discussione delle parti, il “nuovo” beneficio è concesso dal Magistrato di Sorveglianza con la procedura prevista per la liberazione anticipata, cioè con procedimento de plano.

Sicuramente il procedimento in camera di consiglio ex art. 127 c.p.p. offre maggiori garanzie alla difesa e garantisce la possibilità di contro dedurre in sede di udienza a fronte delle relazioni giunte al Tribunale dal carcere e dalle Forze di Polizia. Un unico dubbio a vantaggio della procedura prevista dalla nuova disposizione di legge può sorgere in relazione ai tempi della decisione. In teoria la decisione de plano del magistrato di sorveglianza dovrebbe essere più rapida di quella del Tribunale, tenuto conto soprattutto di quelli che sono oggi i tempi intercorrenti fra una domanda di misura alternativa e la data della camera di consiglio. Tuttavia, la necessità da parte del Magistrato di Sorveglianza di attendere da parte del carcere la relazione sulla condotta tenuta durante la detenzione e il verbale di accertamento dell'idoneità del domicilio, non renderà certo i tempi molto brevi.

Occorre valutare, magari tramite studi statistici, chi sono i detenuti con pena residua inferiore a dodici mesi, e, soprattutto, perché sono ancora detenuti. Esclusi tutti quelli condannati per reati ostativi e quelli senza domicilio idoneo (si pensi alle migliaia di clandestini), rimangono solo coloro che hanno chiesto una misura alternativa ma non l'hanno ottenuta e i detenuti privi di qualsiasi assistenza legale o para legale (da intendersi con tale ultimo termine i consigli del compagno di cella più esperto).

Coloro ai quali è stata già rigettata la detenzione domiciliare ex comma 1 bis art. 47 ter difficilmente potranno godere del beneficio previsto dalla nuova disposizione di legge, tenuto conto che, come si è visto, quest'ultima richiede dei presupposti ancora più severi. I detenuti privi di qualsiasi assistenza, tali resteranno, considerato che il comma 4 dell'art. 1 del provvedimento in commento prevede che la concessione del beneficio può avvenire solo su richiesta del pubblico ministero (attendiamo perplessi) o delle altre parti.

In conclusione, in relazione ai condannati già detenuti al momento dell'entrata in vigore della nuova legge, il beneficio da quest'ultima disciplinato sarà richiesto solo dai recidivi reiterati e in poche altre sporadiche occasioni.

Passiamo ora ad esaminare cosa offre in più la nuova legge rispetto alla normativa esistente per i condannati liberi chiamati ad espiare una pena inferiore ai 12 mesi. Il comma 3 dell'art. 1 del DDL 2313 prevede la sospensione della pena per i condannati a pena inferiore all'anno fatta eccezione per coloro ai quali la pena sarebbe stata già sospesa ai sensi dell'art. 656 c.p. e salvo che ricorrano i casi previsti dal comma 9 lettera a) dello stesso articolo ( che prevede appunto i casi ostativi alla sospensione).

Dall'esame comparativo dell'intero testo dell'art. 656 c.p. con il citato comma 3 art. 1 della nuova legge emerge che mancando in quest'ultima solo il riferimento ai casi ostativi previsti dalla lettera c) del comma 9 art. 656 c.p.p., ancora una volta unici beneficiari del DDL in esame sono i condannati cui sia stata applicata l'aggravante di cui all'art. 99 quarto comma c.p.( i recidivi reiterati ).

Che sia questo gruppo di condannati l'unico beneficiario della nuova legge, se ne ha conferma anche leggendo il comma ottavo dell'art. 1 li' dove esclude l'applicabilità, rispetto al compendio normativo esistente, del solo comma 7 bis dell'art. 58 quater O.P., che vieta, appunto, ai recidivi reiterati la concessione di misure alternative per più di una volta.

Determinata la categoria di condannati astrattamente beneficiari della nuova legge, al fine di valutare l'effettivo futuro tasso di concessioni di detenzioni domiciliari occorrerà attendere le prime interpretazioni giurisprudenziali dei criteri previsti dalle nuove norme.

Sara' interessante, infatti, constatare con quanto rigore verra' interpretato il criterio dell' "idoneità ed effettività del domicilio anche in funzione delle esigenze di tutela delle persone offese " . Ad esempio un alloggio di edilizia popolare sito nel malfamato quartiere periferico della città, magari luogo di consumazione del delitto, potrà dirsi domicilio idoneo? Oppure, sara' ritenuto idoneo il domicilio abitato anche da altri familiari pregiudicati ? Si ritiene che solo un'interpretazione non troppo severa del concetto di idoneità del domicilio potrebbe rendere non del tutto inutile le norme qui commentate.

Riguardo agli altri criteri previsti dalla lettera d) del comma 2, appare quanto meno stridente che per un beneficio destinato (quasi) esclusivamente ai recidivi reiterati il giudice debba accertare l'assenza di ragioni idonee a far ritenere che il condannato possa commettere altri delitti.

In conclusione, per determinare di quanto le carceri saranno svuotate sara' necessario calcolare il numero di detenuti comunitari (quanto meno), recidivi reiterati, con pena residua inferiore all'anno, condannati per reati minori, con domicilio idoneo, per i quali si possa escludedere un'ulteriore recidivazione.

Per concludere, un commento merita anche la tecnica di redazione della disposizione normativa. Dopo tutto quanto detto, appare evidente che gli stessi identici effetti si sarebbero realizzati semplicemente abrogando i riferimenti alla recidiva ex art. 99 quarto comma c.p., introdotti in materia di esecuzione penale dalla legge 251/2005 (c.d. Ex Cirielli). L'impressione e' che il "politichese" abbia soppiantato il linguaggio tecnico giuridico nella redazione delle leggi e che, nel caso di specie, con la redazione di un testo più semplice e "onesto" l'attuale governo sarebbe stato accusato di porre in essere un dietrofront in tema di sicurezza ammettendo gli errori commessi da un precedente governo dello stesso colore politico.

Per ottenere il consenso della massa il nome da dare ad una legge spesso può essere più importante del contenuto della stessa, e di certo non si poteva correre il rischio che i media chiamassero questa nuova legge "salva (pochi) recidivi", anziché "svuota carceri".

 

 

*Avvocato, Resposanbile Centro Forense "Prospettive Legali"