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La prima guerra mondiale tra retorica e censura

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di MARIO GIANFRATE

Archiviate le polemiche di due anni fa sulle celebrazioni del novantesimo anniversario della Grande Guerra – celebrazioni sì, celebrazioni no – è opportuno riportare il dibattito al suo alveo naturale – quello storiografico, sottraendolo a un uso politico spesso fuorviante e funzionale a interessi di parte.

Intanto va subito chiarito, come ha sostenuto nella circostanza sulle colonne della “Gazzetta” Vito Antonio Leuzzi, che la data del 4 novembre 1918 rappresenta la data dell’Armistizio, della fine cioè del conflitto che si tradusse comunque in quella che papa Benedetto XV definì “una inutile strage” che costò all’Italia 650.000 morti e oltre un milione e mezzo tra feriti e mutilati. E che aprì la strada a una grave crisi economica – crescita della disoccupazione, inflazione galoppante, scioperi – che creerà le condizioni per l’avvento del fascismo al potere.

Non quindi esaltazione della “vittoria”, peraltro “mutilata” per dirla con D’Annunzio – senza per questo disconoscere il valore che caratterizzò l’impresa – ma ricordo dei tanti giovani che, in un radioso mattino di maggio – per usare la retorica del tempo – partirono per il fronte con il precetto militare in mano e un pugno di fichi secchi in tasca. Partirono che non avevano vent’anni e, come ha scritto Remarque, “non hanno avuto il tempo di invecchiare”.

Accanto a una storia di piccoli e grandi eroismi vi è una “storia coscienziale delle classi subalterne durante la Prima Guerra Mondiale”,come la definiscono Forcella e Monticone in “Plotone di esecuzione”, di coloro cioè che rigettavano la logica per la quale era loro supremo dovere combattere e morire “sul campo della gloria e dell’onore”, di coloro che in definitiva rifiutavano l’idea stessa della guerra perché privi di idealità patriottiche e risorgimentali o semplicemente perché avevano paura. Ma, al fronte, è rigorosamente mostrare paura, soprattutto “in faccia al nemico” come specifica il freddo linguaggio burocratico militaresco: quando i fanti italiani, i fanti contadini del Meridione uscivano dalle trincee per essere falciati dalle mitragliatrici nemiche in un improbabile assalto secondo la discutibile strategia d’attacco di Cadorna, se qualcuno dei soldati manifestava titubanza o cercava di imboscarsi per paura, alle loro spalle gli ufficiali e i carabinieri, protetti nei camminamenti, sparavano loro addosso. Una verità, quest’ultima, celata fino agli anni settanta dalla retorica impressa dal fascismo – il culto della guerra, dei morti, degli eroi – e denunciata soprattutto dal film “Uomini contro” di Francesco Rosi, tratto da “Un anno sull’Altipiano” di Emilio Lussu.