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La scissione del Pd

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di LAVINIA ORLANDO

In tanti hanno urlato allo scandalo ed additato la mossa quale ennesima ed inutile scissione a sinistra o, ancora peggio, scelta di puro comodo, finalizzata a

far pesare maggiormente, in seno al nuovo governo, la propria presenza. In realtà, la decisione di Matteo Renzi di fuoriuscire dal Partito Democratico e di fondare una nuova formazione politica, denominata Italia Viva, per quanto possa generare, almeno ad una visione parziale, le criticità appena elencate, affonda le proprie radici in ben altre considerazioni.

Che Renzi fosse un corpo quasi totalmente estraneo ad una sinistra c.d. tradizionale è considerazione chiara sin dalle prime decisioni politiche poste in essere dall'ex  Sindaco di Firenze. E, si badi bene, tale considerazione non ha nulla a che vedere con scelte lessicali ed organizzative poco ortodosse rispetto a quanto la storia socialista ci abbia abituati. Al di là della Leopolda, in luogo di una tradizionale conferenza, o dei moderni social network, al posto dei congressi, o delle comparsate in show nazional-popolari, invece che monologhi all'interno di programmi c.d. d'élite, Matteo Renzi ha caratterizzato, sin da subito, le sue politiche con scelte neoliberiste lontane anni luce da decisioni che possano definirsi, anche se solo vagamente, di sinistra.

Del resto, se così non fosse stato, non ci sarebbero stati i tanti endorsement a favore del già Presidente del Consiglio – e non solo nel periodo del massimo fulgore – da parte del fior fiore degli esponenti di finanza ed imprenditoria italica ed oltre, per non parlare della vicinanza con Berlusconi ed alcuni dei suoi esponenti e dell'alleanza con Denis Verdini.

Tra i provvedimenti più chiaramente liberisti non si può non citare la riforma del lavoro, c.d. Jobs Act, mentre tra le scelte più criticate dal comparto dei lavoratori pubblici spicca la c.d. Buona Scuola, per non parlare della riforma costituzionale la cui bocciatura ha determinato le dimissioni di Renzi dalla Presidenza del Consiglio – dimissioni che rappresentano, bisogna dargliene atto, uno dei rari casi di mantenimento della parola data da parte di un politico.

La leadership di Renzi ha generato un forte sbilanciamento verso il centro del Partito Democratico, che comunque, sia prima che dopo di lui, non è che si sia fatto promotore di provvedimenti così tanto di sinistra – basti pensare al decreto sicurezza ed al decreto migranti, due tra le ultime ciliegine del governo Gentiloni (opera, soprattutto, dell'allora Ministro dell'Interno, Marco Minniti), che, obiettivamente, di sinistra poco o nulla avevano.

In ogni caso, la figura dell'ex Sindaco di Firenze, nonostante l'exploit delle elezioni europee nel 2014 col superamento della soglia del 40% che farebbe impallidire perfino il più forte tra i Salvini, o, pensando al passato, tra i Berlusconi, è sempre parsa estremamente controversa, da un lato avvicinando ai democratici una fetta di elettorato che mai e poi mai avrebbe votato a sinistra – e che, di fatto, pur esprimendo preferenza a favore del Pd, viste le proposte democratiche, non percepiva di votare a sinistra -  dall'altro allontanando parte dello storico elettorato democratico, da allora rimasto a casa, vista l'assenza di alternative numericamente appetibili, o addirittura finito a votare Cinque Stelle.

È per questo che chiunque abbia descritto la “scissione” renziana esclusivamente come una mossa tattica, volta alla ricerca di maggiore potere, potrebbe sì averci visto lungo – ma lo sapremo solo più in là nel tempo - ma non ha valutato con attenzione tutto il pregresso, che rende la scelta di Renzi e di chi ha deciso di seguire i suoi passi una sorta di atto dovuto.

E sempre per quanto sopra elencato, è del tutto fuori luogo definire la nascita del nuovo partito come l'ennesima scissione a sinistra, dato che, come visto, in tutta la vicenda, di sinistra pare esserci ben poco.

Al di là della contraddittorietà che ha caratterizzato l'odierna scelta di Renzi rispetto alle tante critiche che aveva riservato ai suoi ex compagni di partito fuoriusciti negli anni passati dal medesimo Pd per fondare altri movimenti e realtà più o meno elettorali, l'unica circostanza che lascia alquanto dubbiosi è la tempistica seguita dall'ex Segretario nel procedere alla separazione: per quanto fosse nell'aria già da molto tempo, la decisione di porla in essere all'indomani della nascita di un governo, che ha visto, tra l'altro, Renzi medesimo quale deus ex machina, nell'inedita accoppiata con Beppe Grillo, indurrebbe effettivamente a pensare ad una scelta di potere, volta a far valere il proprio peso, attraverso Ministri e Sottosegretari di area, in seno agli organi governativi a ciò deputati, oltre alle scelte parlamentari.

Fermo restando che il tutto sarà meglio comprensibile nei prossimi mesi, non resta che da comprendere se la nascita della nuova realtà renziana sia in grado di scompaginare gli equilibri politici nell'area centrista e nella destra moderata – partendo da Forza Italia - fungendo da collettore in grado di divenire ad una nuova – con le dovute e differenti proporzioni - Democrazia Cristiana.

Di converso, il Partito Democratico non ha ora più alcun alibi: depurato dalla componente più liberista e cattolica, non dovrebbe avere da oggi in poi alcuna difficoltà a rappresentare istanze più vicine a quelle che il popolo di sinistra auspicherebbe, iniziando a segnare una netta linea di demarcazione col passato.