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Matteo Renzi lascia il PD: Opportunità o minaccia per la sinistra?

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di NICO CATALANO

Si chiamerà “Italia Viva” la nuova formazione politica che sta prendendo forma in questi giorni in seguito alla “scissione” dal partito democratico messa in atto da Matteo Renzi e dai suoi fedelissimi.

Una separazione non proprio “consensuale” preceduta negli ultimi tempi da un caotico susseguirsi di smentite e conferme, sino alla dichiarazione a margine di in un’intervista rilasciata al Times, in cui lo stesso Renzi ha finalmente annunciato che era giunto il momento di lasciare il partito democratico. Saranno circa quaranta i parlamentari che seguiranno l’ex segretario, precisamente venticinque deputati e quindici senatori, una consistente pattuglia “capitanata” dai Ministri Elena Bonetti e Teresa Bellanova, nonché dal Sottosegretario Ivan Scalfarotto. Un discreto numero di eletti, pronto a diventare l’ago della bilancia della neonata maggioranza giallorossa che sostiene il governo Conte bis. Sicuramente un drappello parlamentare, destinato ad aumentare, infatti secondo alcune indiscrezioni ci sarebbero già diversi parlamentari di Forza Italia, molto interessati all’operazione, che mira a ricreare concretamente quel centro democratico, sino ai primi anni novanta egemone nella politica italiana, poi frettolosamente smantellato dalla fine della guerra fredda e dai “postumi” di tangentopoli.

Il primo obiettivo della neonata formazione, sarà quello di riuscire a formare componenti autonome nei due rami del Parlamento, gruppi che dalle prime dichiarazioni rilasciate proprio da Renzi, sosterranno il Governo presieduto dal prof. Giuseppe Conte. Nei tempi medio lunghi invece la neonata formazione, così come ha anche dichiarato l’ex sindaco di Firenze “punterà a costruire una struttura snella e post ideologica, un partito riformista che guarda a quello spazio politico rappresentato dall’elettorato del centro moderato” un’area ormai libera sia per l’offuscamento e il ridimensionamento di Silvio Berlusconi così come per la sempre maggiore centralità nel centro destra italiano di Matteo Salvini, che ha di fatto schiacciato l’elettorato moderato e liberale su posizioni più affini  alle destra estrema. Tutto ciò facilitato dai tempi odierni, da quella post democrazia descritta da Colin Crouch, in cui la politica corre velocemente sui social e le leadership contano più delle comunità politiche, i “gigli” magici più dei quadri e delle classi dirigenti, una prassi cominciata con Berlusconi, proseguita con Di Pietro, Fini, Vendola, Grillo e ora con Renzi.  Gli antichi greci, definivano in generale la crisi come un evento spesso foriero di nuove opportunità, forse questa scissione sarà utile non solo al partito democratico ma anche alla politica italiana, che da oltre un decennio vive una fase di stallo in conseguenza della contradizione tutta interna al Pd, un partito che ha perseguito la difficile ambizione di unire mondi distanti tra loro, un processo nato male e che rischia di finire ancora peggio, se non si pongono dei giusti correttivi.

Matteo Renzi segretario e poi presidente del Consiglio ha rappresentato l’involuzione della sinistra italiana, è stato il cavallo di Troia del liberismo, che ha eroso consensi e dato il colpo di grazia a quello che era diventato nel tempo il Pd, un partito vicino più alle élite che al suo popolo, una perdita di identità che ha rappresentato una delle tante cause delle vittorie del M5S e della popolarità di Matteo Salvini tra i ceti popolari.

Ma a Renzi, va dato atto di possedere e perseguire una strategia, un disegno che certo non fa rima con la sinistra in tutte le sue declinazioni, una visione che segue un preciso progetto, iniziato con il Jobs Act, lo sblocca Italia, la buona scuola, la cancellazione dell’articolo 18 sino al referendum costituzionale da lui proposto, personalizzato e perso nel 2016. Altrettanto non si può dire sia della infinita e risibile galassia di partiti e partitini di sinistra cosi come del Pd di Zingaretti, ancora balbettante su tante questioni, in un momento storico dove gli elettori preferirebbero scelte nette e coraggiose anziché lo stucchevole e ripetitivo mantra Veltroniano del “Si ma anche!”.  Sarebbe ora per il Pd di “finirla di piangere ”alla stregua di un “fidanzato lasciato”  per la scissione di Renzi, o per l’abbandono subito da parte del duo Calenda/ Richetti, ma di lavorare su un’idea nuova di sinistra futura che abbia i piedi ben piantati nel passato, così come per l’universo alla sua sinistra sarebbe il caso, invece di continuare ad inseguire sogni non realizzabili di infinite costruzioni e scioglimenti  di inutili partitini autoconservativi dello zero virgola, di fare confluire le migliori energie all’interno di un unico contenitore che possa chiamarsi Pd o magari diversamente. Forse è giunto il momento di costruire un qualcosa che abbia finalmente l’ambizione di essere egemone nella società italiana in tema di lavoro, ambientalismo ed ecologia, Renzi ha lanciato la sfida, ora la sinistra l’accolga e faccia altrettanto.

Fonte della foto: il Fatto Quotidiano