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Il Qe di Draghi 2.0

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di SIMONE DEL ROSSO

Mario Draghi, presidente della Banca Centrale, ha annunciato il Quantitative Easing 2.0, in occasione della sua penultima conferenza stampa di giovedì 12

settembre, prima del termine del suo incarico previsto a fine ottobre. Il nuovo Qe prevede una nuova immissione di liquidità nel sistema finanziario di 20 miliardi al mese, una riduzione dei tassi di interesse sui depositi bancari, nuove condizioni favorevoli per incentivare il credito alle imprese da parte delle banche, l’introduzione di una modifica delle forward guidance.

Il Qe è una politica monetaria espansiva che consiste nell’acquisto di titoli pubblici e privati, ad esempio i Btp italiani, al fine di immettere liquidità nel sistema bancario, ovvero, aumentare la quantità di moneta in circolazione, per favorire gli investimenti e i prestiti a famiglie e imprese. Tutte le operazioni della BCE sono finalizzate al raggiungimento di due obiettivi: mantenere stabile il livello dei prezzi e mantenere un livello di inflazione inferiore, ma prossimo al 2%. In sostanza, la Bce deve garantire che l’euro non perda valore. Il Qe è stato uno dei principali strumenti di politica monetaria adottati negli ultimi anni, per rilanciare l’economia, a seguito della grande crisi economica e finanziaria del 2008, che aveva provocato una drastica riduzione della liquidità in circolazione. La dimensione complessiva del primo Qe è ammontata a 60 miliardi di euro al mese.  Gli acquisti sono stati effettuati sul mercato secondario, ovvero quello in cui si scambiano i titoli che sono stati emessi sul mercato primario, e inizialmente sarebbero dovuti proseguire fino alla fine del mese di settembre del 2016.

Il Qe si basa su un semplice meccanismo di domanda e offerta. Acquistando dei titoli, ad esempio il Btp, il prezzo sale perché aumenta la domanda. Se il prezzo sale, il rendimento, cioè la differenza tra quando ho guadagnato e quanto mi è costato l’investimento, scende.

Se i rendimenti dei Btp italiani scendono, allora il denaro che il nostro Stato deve agli investitori che ci hanno prestato i loro risparmi e che l’Italia ha utilizzato per finanziare la spesa pubblica, diminuisce. E di conseguenza ci sarà un miglioramento delle condizioni della nostra economia e lo spread scenderà. Inoltre, l’aumento della liquidità e la riduzione dei rendimenti, che sono i tassi di interesse, favoriscono gli investimenti e i finanziamenti. Questo si traduce in un incremento della ricchezza delle famiglie e può riflettersi in una maggiore crescita dei consumi.

In questi anni di crisi, il Qe ha avuto un impatto positivo sugli spread in tutta l’Eurozona, rappresentando uno strumento di sostegno e di difesa dalle speculazioni del mercato sui titoli di stato, per i Paesi europei più fragili ed indebitati. In più, le politiche dei tassi bassi hanno consentito agli Stati europei di risparmiare diversi miliardi e finanziare le proprie spese.

Tuttavia, il Qe sarebbe stato ancora più efficace se accompagnato da tempestive ed efficaci manovre di politica fiscale, politica economica ed industriale, dal completamento delle riforme strutturali e dal risanamento dei bilanci dei Paesi periferici dell’eurozona al fine di consentire il recupero della competitività di queste economie e l'eliminazione degli squilibri macroeconomici. Tali provvedimenti, però, sono di competenza dei singoli Paesi dell’Unione e dipendono dalle politiche economiche dei governi nazionali.

La mancanza di un sincronismo tra politica fiscale e monetaria ha portato ad effetti collaterali negativi dello stesso Qe. Infatti, se l’economia reale non cresce, scarseggiano investimenti e domanda interna di consumi. Di conseguenza, le banche si sono trovate a gestire enormi quantità di liquidità che non sono riuscite ad investire, determinando una contrazione degli utili bancari. In più, i principali tassi di interesse sono stati a più riprese ridotti sotto lo zero, divenendo negativi. Di fatto, rendendo più complicata la caccia ai titoli con rendimenti appetibili.

Nel marzo 2016, la Bce ha incrementato gli acquisti mensili di titoli di Stato da 60 a 80 miliardi e introdotto aste per finanziamenti a lungo termine alle banche, finalizzati ad un aumento del credito nei confronti delle imprese. Ma i risultati non sono stati significativi come ci si aspettava.

La Bce ha poi ridotto a 60 miliardi il programma di acquisto titoli, mantenendo un orientamento espansivo della politica monetaria. Un ulteriore riduzione c’è stata da gennaio a settembre del 2018, da 60 miliardi di euro a 30 miliardi, per poi chiudere il Qe. Negli ultimi nove mesi, la Bce ha comunque mantenuto i tassi di interesse ai livelli del Qe, operando in continuità.

L’annuncio di giovedì ha subito avuto un impatto positivo sui mercati, con l’abbassamento degli spread europei ai minimi storici. I principali beneficiari sono stati i Btp, che hanno visto i rendimenti a 10 anni scendere a un nuovo minimo storico a quota 0,75% con lo spread sceso sotto quota 140 punti come non accadeva da maggio 2018.

Il nuovo programma di acquisti prevede un ammontare tra i 15 e i 20 miliardi al mese da abbinare ad una riduzione ulteriore dei tassi di interesse. Il programma non ha una scadenza determinata e durerà finché sarà necessario per rinforzare l’impatto accomodante della politica sui tassi.

Per quanto riguarda gli altri provvedimenti che Draghi lascerà in eredità a Christine Lagard, la Bce ha deciso di abbassare i tassi sui depositi, dal precedente -0,40% al -0,50%. Il tasso sui depositi è l’interesse che le banche percepiscono sui loro depositi presso la banca centrale. Il tasso è negativo dal giugno del 2014 e se è negativo, il denaro costa meno, ma le banche ottengono meno ricavi. La Bce ha anche annunciato le nuove aste di finanziamento per le banche al fine di sostenere il credito a famiglie e imprese.

Infine, Draghi ha introdotto una modifica delle forward guidance (Fg). Le Fg sono comunicazioni pubbliche che periodicamente la BCE effettua per influenzare le aspettative dei mercati sui futuri livelli dei tassi di interesse sul costo del denaro. La Bce potrebbe rendere le indicazioni prospettiche più incisive, per indicare ai mercati le intenzioni sull’andamento dei tassi e quindi portare i mercati ad anticipare le prossime mosse.

Draghi ha sottolineato che “il pacchetto di misure proposte riflette un’inflazione che continua ad essere al di sotto dell’obiettivo del 2% e le informazioni in arrivo indicano una debolezza dell’economia dell’Eurozona più protratta, importanti rischi al ribasso e un’inflazione debole”. Il Governatore ha, poi, precisato che c’è stata unanimità da parte del consiglio direttivo sul fatto che la politica di bilancio dei singoli Paesi dovrebbe divenire il principale strumento di stimolo all’economia dell’Eurozona.

Tale affermazione non è affatto banale. Infatti, la presenza di molti tassi di interesse negativi, gli impatti sui titoli europei dei dazi commerciali USA-Cina, il calo della produzione industriale della locomotiva tedesca, stanno aprendo le porte per una fase molto complicata per l’Eurozona.

Ecco perché nell’ultima settimana, già prima dell’intervento di Draghi, è stato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella a mettere in guardia l’Italia e l’UE delle complesse sfide che ci attendono, auspicando una riforma del Patto di Stabilità, che consenta ai singoli Paesi di avviare dei piani di investimenti a sostegno della crescita e dello sviluppo, cioè il ritorno a politiche neokeynesiane messe in soffitta dalla tradizione monetarista europea e dalle politiche liberiste e di austerità dell’ultimo decennio.