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L'incerto avvio del Conte bis

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di LAVINIA ORLANDO

Mentre un solo parzialmente nuovo governo sembrerebbe pronto a partire, con tutta una serie di riserve che aumentano man mano che si va innanzi con consultazioni e convocazioni, immagini e vicende del precedente esecutivo non possono non ritornare in mente, ancora più evidenti alla luce del filtro determinato dagli avvenimenti successivi ed, in particolar modo, dagli attuali sviluppi.



Così, riavvolgendo il nastro della politica italiana a poco più di anno fa, spicca la notevole evoluzione che ha riguardato la figura di Giuseppe Conte, sulla cui abilità politica, almeno nei primi mesi di governo, nessuno avrebbe scommesso più di tanto.

In particolare, un'immagine tra tutte è passata alla storia: Conte, seduto sullo scranno da Premier nella Camera dei Deputati, in occasione della sessione avente ad oggetto la fiducia al nascente governo giallo – verde, intento a chiedere al Vice premier Luigi Di Maio, quando ancora i Cinque Stelle occupavano il Parlamento da autentici vincitori delle elezioni del 2018, l'autorizzazione, prontamente negata, ad inserire nel proprio discorso uno o più punti, che forse mai conosceremo.

All'epoca, la scena appena descritta destò scalpore, perché restituiva l'immagine di un Primo Ministro ostaggio delle due forze politiche designanti. Non molto tempo è, tuttavia, trascorso, prima che la situazione mutasse.

L'affermato avvocato cassazionista e docente di diritto privato che si faceva dettare i discorsi dallo studente fuori corso di giurisprudenza Luigi Di Maio si è lentamente trasformato, forse più per demeriti dei leader dei Cinque Stelle e della Lega che per le sue oggettive capacità, in una figura più autorevole: se era partito, ad inizio giugno dello scorso anno, come garante semplicemente formale del contratto posto alla base del governo del cambiamento tra i più farlocchi della storia repubblicana, è successivamente divenuto, soprattutto grazie al delirio di onnipotenza che ha colpito il leader della Lega Salvini e che lo ha condotto ad uno dei più ridicoli autogol che la politica italiana ricordi, dapprima in un maestro di eleganza, in grado di non dare la solita impressione di restare spasmodicamente legato alla poltrona e, successivamente, con il nuovo incarico ricevuto dal Presidente Mattarella, in un abile politico, capace più di tutti di mantenere l'incarico di Premier apparentemente senza eccessivi sforzi e patemi d'animo.

Tra chi considera il bicchiere mezzo vuoto e chi mezzo pieno, resta una chiara considerazione: nessuno all'interno della nuova maggioranza si dimostra pienamente contento e totalmente convinto dell'esecutivo alla cui costruzione si sta lavorando in questi giorni.

Fin quando mancava un serio ragionamento pubblico sul programma, anche semplicemente per cenni e punti superficiali, la discussione si manteneva su scaramucce di basso rilievo inerenti i futuri incarichi di governo ed il solo accenno contenutistico continuava ad essere rappresentato dal taglio dei parlamentari, una tra le principali bandiere grilline, ancora dipinto come la soluzione di tutte le italiche problematiche – non considerando l'enorme riduzione di rappresentatività che i cittadini subirebbero all'interno delle istituzioni nazionali. Quando si è poi giunti all'aspetto contenutistico, la discussione si è sicuramente elevata, ma ha determinato l'esatta rappresentazione di quanto il Movimento Cinque Stelle ed il Partito Democratico siano ancora distanti.

Spicca, infatti, la sostanziale incoerenza di fondo che vizia la nascita del nuovo governo: si potrebbero riempire pagine e pagine, non semplicemente con gli insulti volati tra il Movimento Cinque Stelle ed il Partito Democratico, ma con le innumerevoli divergenze programmatiche che si sono sempre frapposte tra le due forze in parola, tanto da rendere del tutto surreale anche la semplice ipotesi, ora in fieri, della nascita di un dialogo tra le stesse.

Va comunque dato atto alle forze in campo di aver scongiurato, almeno per il momento, il protrarsi di un esecutivo a trazione leghista o una rapida consultazione elettorale che avrebbe certamente condotto ad una vittoria a mani basse della Lega di Salvini, il quale, tuttavia, giunge alla fine di quest'esperienza con le ossa più rotte tra tutti. Per la prima volta, dopo anni ed anni di dominio mediatico ed astute mosse politiche, il Capitano, colpito da certo delirio di onnipotenza, non è stato in grado di cogliere la portata delle sue mosse o, forse, ha sottovalutato i suoi interlocutori/avversari, mai immaginando che grillini e democratici avrebbero potuto governare insieme. Fatto sta che, dopo aver presentato una mozione di sfiducia in danno del suo Premier, averla successivamente ritirata, pur di non passare per fautore della caduta del governo e lasciando a Conte – ma quando oramai gli italiani avevano compreso il gioco del leader della Lega - il compito di dimettersi, essere ritornato sui passi, offrendo disponibilità per il prosieguo dell'esperienza di governo, addirittura garantendo a Di Maio il ruolo di Primo Ministro nel caso di un governo giallo – verde bis, è giunto al paradosso di definire Conte come un traditore, decidendo di non recarsi, in rappresentanza della Lega, alle consultazioni, ma dimenticando il piccolissimo particolare di essere stato l'unico ed autentico fautore dell'attuale crisi e conducendo la Lega, per la prima volta dopo tanti anni, ad un calo nei sondaggi, dimostrando che c'è pur sempre un limite all'indecenza.

Per il resto, una seria valutazione sul nuovo esecutivo, ammesso che venga realmente in luce, non può che attendere qualche elemento in più.