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Laicità dello Stato: un'illustre sconosciuta

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di LAVINIA ORLANDO

Vista e considerata l'assoluta incertezza che caratterizza le sorti di Parlamento ed esecutivo italiani, con lo scandaloso mercimonio e contemporaneo trasformismo di cui le principali forze politiche stanno in queste ore dando ampio sfoggio, come mai negli ultimi anni, un punto sembra accomunare i medesimi partiti di cui

 

 

 

sopra, a parte le finalità assolutamente personalistiche che determinano le singole decisioni e prese di posizione di ciascuna forza: una regressione, ora anche  pericolosamente verbale, rispetto al principio di laicità dello Stato.

Citazioni bibliche, invocazioni ai Santi, riferimenti alla Madonna e continui rimandi ad entità soprannaturali di chiara matrice cristiano – cattolica sono, difatti, diventati una costante nell'ambito del registro linguistico di politica e parlamentari italiani.

Tale peculiarità, nonostante fosse evidente già da tempo, è venuta inequivocabilmente in luce al Senato, durante la discussione che ha seguito le comunicazioni del dimissionario Presidente del Consiglio Conte ed ha giustamente scatenato le ire di chi, Costituzione alla mano, ritiene che determinati concetti ed invocazioni dovrebbero restare ben lontani da entrambi i rami del Parlamento italiano.

L'articolo 7 della nostra Carta Fondamentale non lascia adito a molti dubbi, affermando che “lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”. Ciò implica, tra i vari corollari e stando alla giurisprudenza della Corte Costituzionale, equidistanza ed imparzialità della legislazione rispetto a tutte le confessioni religiose, divieto di discriminazione tra i differenti culti e non confessionalità dello Stato, intesa come divieto di trasformare in legge gli obblighi morali discendenti dalla religione cattolica.

Chiunque, anche all'esito di una sommaria rivisitazione dei processi di formazione o di rigetto di proposte di legge, potrebbe ben comprendere le notevoli difficoltà in cui ci si sia imbattuti nel tentativo di applicare il principio sopra menzionato, con tutti i suoi annessi e connessi. Le tematiche relative al fine vita, all'interruzione volontaria di gravidanza, alle unioni civili, al matrimonio ed all'adozione tra e da parte di persone dello stesso sesso, all'insegnamento della religione nelle scuole, alla presenza del crocifisso nei pubblici uffici, alla procreazione medicalmente assistita continuano ad essere, a seconda dei casi, o chiaramente segnate sotto il profilo legislativo o del tutto monche a causa del mancato rispetto del principio di laicità dello Stato. La conseguenza di tale situazione, al di là delle questioni di principio, determina la sistematica violazione di diritti pure riconosciuti per legge – si veda l'annosa questione dell'assenza di medici non obiettori in numerosi ospedali, con l'impossibilità per le donne richiedenti di effettuare l'interruzione volontaria di gravidanza – o il mancato riconoscimento di ulteriori diritti, che all'estero risultano, al contrario, del tutto ordinari – si pensi alle limitazioni legate alla procreazione assistita, nonostante i numerosi interventi demolitori effettuati dalla Corte costituzionale nel corso degli anni rispetto ad una normativa, contenuta nella Legge n. 40 del 2004, assolutamente liberticida.

Non basti ciò, soprattutto negli ultimi mesi, come si è precisato in avvio, ed in particolar modo con la Lega al governo, si è assistito al proliferare di espressioni, provenienti dalle più alte cariche dello Stato in consessi ufficiali, che risultano essere quanto di più lontano rispetto al principio di laicità dello Stato. In tanti tra i principali attori della politica italiana, anche durante l'ultima fondamentale seduta in Senato, non hanno potuto fare a meno, nei rispettivi interventi, di citare Vangeli e Santi – si ascolti, al riguardo, il discorso del Primo Ministro Conte e dell'ex Premier Renzi.

Chi ha, tuttavia, innalzato l'oramai classico polverone è stato il leader della Lega Matteo Salvini, che ha ribadito, con profondo orgoglio, di non provare alcuna vergogna nel chiedere, “non per se stesso, ma per il popolo italiano, la protezione del cuore immacolato di Maria”. Si tratta di un'affermazione inaudita per il Parlamento italiano, sulla cui neutralità sotto il profilo religioso nessuno dovrebbe dubitare, soprattutto quando i dubbi scaturiscono da gesti o affermazioni di una delle massime cariche dello Stato.

L'invocazione salviniana è sorta in risposta a quanto affermato, nelle precedenti comunicazioni, dal Premier Conte, che è parso essersi finalmente svegliato da un lungo torpore, durato più di un anno, rimproverando il suo ex alleato di governo con riguardo al fatto che “chi ha compiti di responsabilità dovrebbe evitare durante i comizi di accostare agli slogan politici i simboli religiosi”, trattandosi di “comportamenti che non hanno nulla a che vedere col principio di libertà di coscienza religiosa”, qualificandoli, piuttosto, come “episodi di incoscienza religiosa che rischiano di offendere il sentimento dei credenti e, nello stesso tempo, di offuscare il principio di laicità, tratto fondamentale dello stato moderno”.

Si è trattato di affermazioni forti, alle quali Salvini ha immediatamente risposto, prima ancora che con le parole, con un altro tra i suoi classici: il bacio del rosario, ennesimo gesto tra il provocatorio, l'infantile ed il vergognoso, soprattutto per l'istituzione che in quel momento ancora rappresentava, oltre che per i cittadini, credenti o non credenti che siano, senza contare l'assoluto stridore di tali  invocazioni e citazioni con le politiche di chiusura poste in essere durante il suo Ministero e le affermazioni pregne di terrore che continuano a caratterizzare la sua propaganda.

Alla luce di quanto osservato ed ascoltato, un auspicio, tra i tanti possibili, non può che giungere forte: sia che si vada ad elezioni, sia che un nuovo esecutivo riceva la fiducia dell'attuale Parlamento, la laicità dello Stato deve iniziare a rappresentare uno dei punti cardini della nostra Repubblica, come principio di libertà e rivendicazione di supremazia a fronte dei tanti rigurgiti medievali e retrogradi da più parti riaffermati quali panacee di tutti i mali.