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Lo stato della lotta alla Mafia ventisette anni dopo Capaci

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di LAVINIA ORLANDO

In pieno clima da campagna elettorale - elezioni europee e, in molti casi, comunali - con uno scontro politico che raggiunge, giorno dopo giorno,

 

livelli sempre maggiori, un'altra ricorrenza istituzionale, dopo quanto già accaduto in occasione del 25 aprile, è stata sporcata a causa dell'alto livello di tossicità toccato dalla politica italiana.

Il 23 maggio del 1992, Cosa Nostra uccideva uno dei più importanti giudici antimafia, Giovanni Falcone, insieme alla moglie, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, ed ai componenti della scorta, i poliziotti Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, a tacere delle decine di feriti.

Per quanto fondamentale, non siamo qui ad analizzare la misura in cui tale avvenimento abbia segnato la storia nazionale – e questo con riferimento a qualsivoglia ambito si voglia prendere in considerazione.

Sta di fatto che il 23 maggio di ogni anno, da quel maledetto 1992, a Palermo ed a Capaci si vivono momenti istituzionali di alto respiro, alla presenza, non delle sole massime autorità civili e militari, ma soprattutto delle scuole, in particolare di quei ragazzi che sono oramai nati anni ed anni dopo rispetto a quella che può essere qualificata come una delle peggiori stragi mafiose che l'Italia ricordi e che giungono da ogni pare del Paese per non dimenticare o – meglio – per conoscere e combattere.

Si diceva, tuttavia, che quest'anno la ricorrenza del 23 maggio, in luogo del massimo rispetto che meriterebbe, ha rappresentato l'ennesima occasione di divisione e di basso scontro politico, che non ha fatto altro che deviare l'attenzione mediatica dalla tematica che realmente dovrebbe interessare: come lo Stato si adoperi, attualmente e con provvedimenti concreti, per lottare contro, non la sola Cosa Nostra, ma tutte le mafie presenti sul nostro territorio.

Ad ascoltare chi ci governa, in realtà, il problema nel nostro Paese non sarebbero queste ultime, sempre meno citate, soprattutto a fini elettorali – è di certo di maggiore appeal il braccio di ferro con qualche decina di migranti – nonostante report ufficiali, anche recenti, affermino l'esatto contrario: Cosa Nostra è ancora attiva in tutte le Province siciliane, con estorsioni, traffico di droghe, gioco e scommesse ed anche attività apparentemente lecite, come turismo, energie alternative e, dulcis in fundo, appalti pubblici. La 'ndrangheta, al momento l'organizzazione mafiosa più temibile, è capillarmente diffusa nei Comuni calabresi e fortemente incidente nelle Amministrazioni pubbliche, controlla tante società che operano in diversi ambiti, con la complicità di professionisti ed amministratori locali, riuscendo altresì ad infiltrarsi nel Nord Italia ed all'estero (in questo caso, soprattutto attraverso il traffico di stupefacenti). Idem dicasi rispetto alla Camorra, priva, al contrario delle altre mafie, di una struttura verticistica, ma anch'essa capillarmente presente in attività lecite ed illecite con una capacità di farsi strada soprattutto tra i ceti meno abbienti. C'è, poi, la pugliese Sacra Corona Unita, composta da differenti gruppi, tra loro scollegati, operanti soprattutto nel foggiano e nel Salento ed in grado di trarre beneficio e/o di controllare le attività più disparate (secondo i dati indicati dalla “Relazione conclusiva della Commissione di Inchiesta Antimafia” del 7 febbraio 2018).

Ancora, i numeri aventi ad oggetto i rapporti tra mafie ed enti locali narrano di 276 Comuni sciolti per mafia (dati che si riferiscono ad un arco di tempo compreso tra il 1991 ed il 21 maggio 2019, stando a quanto riportato sul sito www.avvisopubblico.it), con la Calabria in cima alla classifica ed alcuni Comuni che “possono vantare” addirittura più di uno scioglimento.

La mafia, dunque, è ben lungi dall'essere un remoto ricordo e continua a lottare insieme a noi: il fatto che adoperi un numero inferiore di pistole e bombe non significa che sia meno pericolosa, al contrario rendendo ancora più difficoltosa e capillare l'attività della magistratura.

Il Ministro dell'Interno, al riguardo, ha sviscerato cifre su cifre: “15000 immobili confiscati ai mafiosi e restituiti alle associazioni di volontariato, ai Sindaci ed agli italiani, 3000 aziende tolte ai mafiosi e gestite dallo Stato, 3000 poliziotti assunti negli ultimi mesi per contrastare la mafia, ulteriori provvedimenti contro i camorristi pronti ad essere approvati nel c.d. decreto sicurezza bis”.

I numeri elencati da Salvini, tuttavia, stridono con una realtà che, anche stando alle cronache politiche e giudiziarie degli ultimi mesi, continua a narrare, non solo dei già analizzati casi di scioglimento di Comuni per mafia, ma anche e soprattutto di uomini delle istituzioni indagati o rinviati a giudizio per rapporti con le mafie, di elezioni falsate a causa di pacchetti di voti comprati (ovviamente in favore di politici amici delle cosche), di influenze sulla gestione di appalti e via dicendo.

Sarebbe, dunque, auspicabile che tutte le istituzioni, ad iniziare dal Ministero dell'Interno, inizino a preoccuparsi maggiormente della tematica e che, oltre alle sparute occasioni istituzionali in cui sono quasi costretti a riferire della problematica, comincino a porla davvero come una priorità nelle rispettive agende.

Sarebbe solo questo l'unico vero e proprio metodo per dimostrare che l'Italia e le sue istituzioni riconoscono il maggiore tra i mali che riguardano il Paese e che sono seriamente al lavoro per sconfiggerlo.