Il SudEst

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Fausto Coppi, ancora un “uomo solo al comando”

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di MARIO GIANFRATE

Passano gli anni, l’usura del tempo incanutisce i capelli e affievolisce la memoria ma il ricordo di Fausto Coppi non si attenua, anzi,

 

come il buon vino rosso che, invecchiando, migliora, assume ancor più splendore nella mente intorpidita dall’età che, in quel ricordo, ritrova la malinconica nostalgia di un’epoca scomparsa.

Fausto Coppi resiste al tempo, lo batte sistematicamente in volata con un guizzo di reni, sulla linea del traguardo; la sua vicenda umana e sportiva, divenuta leggenda, sopravvive al tempo e resta nella memoria collettiva di una generazione sempre meno cospicua, per legge naturale. Quella che segue, conoscerà poco le imprese del Campionissimo, le vittorie solitarie sullo Stelvio, le fughe sui Pirenei, sull’Izoard, sulle montagne dove la storia del ciclismo indica come Cima Coppi la vetta più alta. Non conoscerà l’uomo che Coppi fu, l’uomo che, oltre la gloria delle sue affermazioni sportive conobbe l’umiliazione di essere perseguitato dalla “giustizia” per aver abbandonato la moglie per una donna maritata. Grave crimine nell’Italia bigotta e clericale del tempo che spargerà amarezza sulle stesse imprese sportive. Non conoscerà il “divo” che rifiutò di essere, poco curante dell’immagine e che decise di rimanere se stesso: un figlio di contadini che aveva conosciuto la passione per la bicicletta facendo le consegne a domicilio quale garzone di un salumiere. Non conoscerà il campione di razza che Mario Ferretti, commentando alla radio l’arrivo della tappa, faceva fremere gli ascoltatori con Al comando della corsa un uomo solo, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome Fausto Coppi. Non conoscerà. Ma sentirà ancora parlare di Fausto Coppi, distrattamente si soffermerà sugli articoli che su di lui saranno scritti anche in futuro, a rievocare quando al Tour de France del 1949, in ritardo di più di una mezz’ora in classifica generale meditava il ritiro e, invece, se lo aggiudicò con un vantaggio di ben dieci minuti sul secondo classificato.

I miti non crollano, non muoiono mai. E il mito di Fausto Coppi resterà vivo e palpitante nei cuori e nella memoria di un popolo che, nelle sue vittorie, trovò il riscatto dalle umiliazioni di una guerra perduta. Resterà lì, nella lapide affissa alle montagne che lo videro trionfare, né la grandine, né pioggia, né sole scalfiranno quel ricordo impresso sul marmo levigato per l’eternità.