Il SudEst

Friday
Jan 19th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Archivio articoli

Aiuto al suicidio: il processo contro Marco Cappato

Email Stampa PDF

di LAVINIA ORLANDO

Lo scorso 8 novembre ha preso avvio un processo atipico vista la modalità attraverso la quale si è aperto ed estremamente importante per le ripercussioni politiche ad esso connesse.


Di solito, le cause penali partono in seguito alla denuncia sporta dalla persona offesa, è invece davvero molto raro che sia chi ha commesso il reato ad autodenunciarsi, confessando la propria colpevolezza.

È proprio questa seconda possibilità ad aver dato l’avvio al processo contro Marco Cappato, esponente dei Radicali e membro dell'Associazione Luca Coscioni, reo confesso di aver accompagnato in Svizzera, a togliersi la vita in una clinica specializzata, Dj Fabo (al secolo, Fabiano Antoniani), tetraplegico e cieco dopo un grave incidente stradale.

La scelta di Cappato, che già in relazione ad un precedente e simile episodio si era autodenuciato (in quel caso il procedimento si chiudeva con un'archiviazione), è stata ragionata e calcolata ed ha due chiari obiettivi: comprendere, sotto il profilo giurisprudenziale, fino a che punto è possibile spingersi in casi uguali o simili alla fattispecie considerata e, soprattutto, dare un'ulteriore scossa al Parlamento italiano da sempre dormiente consapevole sulla questione “fine vita”.

In una realtà in cui sempre più difficilmente si è in grado di chiedere scusa in relazione ad atteggiamenti di scarso rilievo o in cui si è difficilmente capaci di ammettere le proprie colpe persino in questioni bagatellari, un gesto come quello di Cappato assume un rilievo ancora maggiore: sottoporsi a processo con il capo di imputazione di cui all'articolo 580 del codice penale (aiuto al suicidio), che prevede una pena sino ai dodici anni di reclusione, è scelta coraggiosa ma, allo stesso tempo, lucida.

È questo il chiaro esempio di un gesto di disobbedienza civile condotto fino alle estreme conseguenze, ma mai perdendo di vista il suo scopo ultimo, che è quello di fare in modo che lo Stato si assuma le proprie responsabilità.

Ed è a questo punto che si apre la voragine. Basti pensare al trattamento riservato a Cappato da un manipolo di clericali incalliti, i quali, evidentemente fulminati dalle eccessive immersioni nei testi sacri, non hanno trovato di meglio che accoglierlo, all'esterno del Tribunale di Milano nel giorno in cui si è tenuta udienza, con cartelli deliranti del tipo “morire non è mai un diritto” e “aiutare a morire è uccidere”. L'auspicio è che tali individui abbiano nel contempo colto l'occasione per ascoltare le straordinarie parole pronunciate dalla compagna e dalla madre di Dj Fabo, chiamate a testimoniare a processo, le quali entrambe hanno posto l'accento sulla consapevolezza della scelta del congiunto e sulla forte volontà di portare avanti, in forma pubblica, quella che l'uomo non esitava a definire un'autentica battaglia.

E, difatti, di questo si tratta: per quanto assurdo possa sembrare, nell'Italia del 2017, il riconoscimento del diritto a decidere del proprio fine vita rappresenta una vera e propria guerra, condotta dai Radicali in primis e dai pochi che, come Dj Fabo, hanno deciso di rendere pubblica la propria condizione di vita e la scelta di porvi fine.

Le cronache parlamentari riferiscono che giovedì 14 dicembre si giungerà finalmente al voto al Senato sulla legge sul testamento biologico, intitolata “Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento”, che dovrà, tuttavia, resistere a ben 3000 emendamenti, provenienti dai soliti Alternativa Popolare, Lega e Forza Italia.

Con questa legge donne e uomini sofferenti di malattie terminali potranno decidere di interrompere le cure senza che nessuno possa impedirlo. Per quanto strano possa sembrare, non c'è nulla di trascendentale ed innovativo in questo. Si tratta di un diritto già presente nella Costituzione – all’art. 32, secondo il quale “nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” - ma che, in assenza di una legge, può essere riconosciuto solo da un tribunale.

Se la legge dovesse essere approvata, nessuno potrà più imporre ad alcuno di restare attaccato ad una macchina, solo perché una parte dei politicanti di turno e la Chiesa non sarebbe d'accordo: ciascuno, sempre che le nuove disposizioni passino, sarà libero, finalmente, di scegliere della propria vita, che non può non essere considerata che in un'ottica di tutela della dignità umana.