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“Repubblica”: era tutta una farsa

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di LAVINIA ORLANDO

C'è stata, nei giorni passati, un'esternazione, che ha sorpreso, in realtà, solo in pochi, lasciando i più del tutto indifferenti,

 

divisi tra rassegnazione e menefreghismo, entrambi frutto di quell'abitudine tutta italiana che spinge a non provare più indignazione per nulla, come se, col trascorrere degli anni, l'asticella del politicamente lecito si andasse via via sempre più alzando, andando ad inglobare fattispecie che solo qualche anno fa sarebbero state del tutto inammissibili.

È così che è stata accolta l'affermazione del fondatore di Repubblica, Eugenio Scalfari, che non ha avuto remore nel precisare che, dovendo scegliere se votare Silvio Berlusconi o Luigi Di Maio, non avrebbe dubbi nel propendere per l'ex Cavaliere.

Conoscendo i curricula di entrambi, avendo a riguardo le forze politiche di appartenenza, avendo a mente, anche in maniera estremamente superficiale, le storie, politiche e personali, dei due leader, tale esternazione avrebbe dovuto far saltare dalla sedia chiunque l'abbia ascoltata, soprattutto tenendo conto della formazione di Scalfari e delle origini del giornale da lui fondato.

Niente di tutto questo è, invece, accaduto nell'Italia della fine 2017, quella stessa Italia che proviene da anni ed anni di governi di larghe intese e che si appresta, nei prossimi mesi, ad andare alle urne per eleggere i nuovi Parlamentari. Parliamo dello stesso Paese in cui, per quanto assurdo possa sembrare, si parla ancora di un centrodestra a forte trazione berlusconiana ed in cui, per non farsi mancare nulla, si tende a spostare sempre più in là l'appuntamento elettorale, proprio per attendere il momento in cui il leader di Forza Italia possa tornare a candidarsi (la decisione verrà presa dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, sulla base del ricorso, presentato dai legali dell'ex Premier, contro la legge Severino che ha sancito la sua incandidabilità, in seguito alla condanna definitiva per evasione fiscale, che l'aveva altresì condotto alla decadenza dall'ufficio di Senatore della Repubblica).

L'endorsement del fondatore di Repubblica giunge, con straordinario tempismo, proprio qualche giorno prima rispetto alla notizia della richiesta di rinvio a giudizio (l'ennesimo) di Berlusconi giunto dalla Procura di Torino con l'accusa di aver corrotto una delle ragazze che partecipavano ai festini di Arcore. Tale accusa va a sommarsi ad una serie infinita di procedimenti penali di cui risultano piene le cronache politiche e giudiziarie degli ultimi venticinque anni della storia italiana. Se è vero che l'unica condanna penale in via definitiva che ha colpito il fondatore di Forza Italia è stata proprio quella che l'ha portato alla decadenza ai sensi della legge Severino, è anche vero che, a parte i processi ancora in essere, molti procedimenti a suo carico si sono chiusi con condanna in primo grado e successiva prescrizione e che “Repubblica”, fino a qualche anno fa, non ha limitato, con spirito giustamente e fortemente critico, le doverose attenzioni che tale sovrabbondanza penale richiedeva.

Da qualche tempo a questa parte, tuttavia, e precisamente da quando si è iniziato a parlare ed a praticare le c.d. larghe intese, ciò che veniva considerato un unicum tutto italiano, da abbattere (politicamente parlando), poiché svilente per il nostro Paese, è divenuto anche per la “Repubblica” di Scalfari un qualcosa di assolutamente normale, di cui non parlare più di tanto e su cui non costruire, in ogni caso, alcuna campagna elettorale (il che, per un giornale, da sempre vicino al Partito Democratico, teoricamente avversario della destra berlusconiana, è oggettivamente un curiosissimo atteggiamento).

In Italia non dobbiamo solo sopportare un aspirante alla Presidenza del Consiglio, già Premier e parlamentare e tuttora leader di uno dei più votati partiti italiani pregiudicato per evasione fiscale, nonché fondatore del principale operatore televisivo privato italiano, con tutte le note problematiche di conflitti di interesse che da ciò derivano, ma siamo ora (e da qualche anno oramai) costretti a vedere ridotti all'osso i mezzi di informazione pronti a denunciare tale condizione, che definire obbrobriosa è il minimo possibile.

Eugenio Scalfari entra a far parte, a maggior ragione dopo l'affermazione di cui sopra, della sempre maggiore schiera di coloro che spingono il nostro Paese verso un futuro sempre meno roseo. Ed a nulla vale la precisazione che lo stesso Scalfari ha successivamente diramato, a parziale correzione della precedente esternazione, per cui, partendo dal presupposto che tanto Berlusconi quanto il Movimento Cinque Stelle rappresenterebbero due forme di populismo,  la prima sarebbe, a suo dire, molto più pericolosa della seconda, ragion per cui l'ex Cavaliere sarebbe preferibile a Di Maio.

Ebbene, senza scendere nel merito delle proposte politiche, su cui pure ci sarebbe tanto da dire, dal momento che alcune delle idee grilline sono di fatto compatibili con politiche potenzialmente adottabili da una forza di sinistra, resta il confronto, impietoso, per Berlusconi e per Scalfari, tra un candidato Premier come Di Maio, sicuramente poco esperto, ma dalla fedina penale pulita, almeno per il momento, ed un candidato Premier come Berlusconi, per la narrazione delle cui vicende giudiziarie non basterebbe un libro.

Ebbene, da un soggetto dello spessore culturale come quello di Scalfari, ci si aspetterebbe un diniego totale, assoluto ed inequivocabile, rispetto alla presenza di candidati pregiudicati, indipendentemente dallo schieramento e dal maggiore o minore populismo dei partiti in campo e non, al contrario, una dichiarazione di voto a favore di un condannato in via definitiva.

Perché, al di là di qualsivoglia ideale o tessera di partito, su di punto non si può che concordare con uno degli slogan coniati dal Movimento Cinque Stelle e su cui i democratici, soprattutto in questi ultimi anni, utilizzando il mantra del “garantismo senza se e senza ma”, paiono alquanto tergiversare: la legalità viene prima di tutto!