Il SudEst

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“Se l’è andata a cercare”

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di LAVINIA ORLANDO

Lungi dal volersi aggiungere alla già folta schiera di giornalisti e commentatori più o meno qualificati, lungi dall’incrementare i già numerosi articoli di giornale prodotti in questi giorni ed i fiumi di parole,

 

talvolta davvero poco ragionate, che chiunque può leggere su facebook, sovente a corollario di video al limite della decenza pubblicati in rete, lungi dal banalizzare una vicenda che, indipendentemente da come si siano svolti realmente i fatti, ha condotto alla morte di un’adolescente minorenne ed alla distruzione della famiglia della giovane e di quella del reo confesso, anche lui minorenne, non è possibile sottrarsi ad una veloce considerazione sull’ennesimo omicidio perpetuato ai danni di una donna.

Le statistiche narrano di numeri elevati, senza contare il sommerso, caratterizzato da donne che, vuoi per paura, vuoi per convinzione di avere la forza di far cambiare il rispettivo carnefice, non denunciano. Se ne parla fin troppo, ma, dati alla mano, è evidente che i risultati non siano apprezzabili. Del resto, se è vero che sono le singole vicende ad incrementare l’attenzione intorno alla problematica, diventa davvero difficile riprendere il bandolo della matassa, se la cronaca si riduce alla mera narrazione, sovente macabra, delle uccisioni, ai primi piani dei carnefici, comprensivi di fermi immagine in caso di atteggiamenti fuori dalle righe (dimenticando che si tratta pur sempre persone che si sono macchiati del delitto più grave tra le fattispecie di reato previste dal codice penale e, dunque, chiaramente non ascrivibili all’ordinarietà degli individui), alla precisa cronaca dei commenti, spesso retorici, di chi è esterno alla vicenda o ai tentativi di linciaggio, fisico e mediatico, dell’artefice (o presunto tale), come se la legge del taglione non fosse stata abolita secoli or sono. A poco, dunque, servono le occasioni istituzionalizzate, finalizzate quantomeno ad accendere i riflettori, non sulle singole vicende, ma su prevenzione e rimedi, ma che si riducono inesorabilmente ad approfondimenti del tutto fini a se stessi.

Questo perché, finché si continuerà a viaggiare attraverso gli stereotipi, risulterà del tutto impossibile pensare ad un cambiamento. Come si può sperare di combattere la violenza, se nelle scuole si dialoga ancora attraverso gli stereotipi della bambina che gioca con le bambole o con le pentole ed il bambino che adopera solo pistole e macchinine – ed apriti cielo per chi si comporti diversamente? Con quale coraggio ci si adira, quando è ancora raro trovare donne in posizioni dirigenziali, considerando che la maggiore presenza femminile in politica, almeno con riferimento agli Enti locali, è stata possibile solo per il tramite di una legge che ha favorito la doppia preferenza di genere? Con quale forza si inonda il web con slogan basati sul contrasto alla violenza di genere, quando, le stesse persone (a maggior ragione se donne), forse anche in maniera inconsapevole, accusano la vittima di turno di essersela andata a cercare, perché avrebbe deciso di incontrare il proprio carnefice ad orari poco consoni o perché avrebbe optato per una minigonna o un paio di pantaloncini?

Ebbene, finché non si avrà la consapevolezza che la violenza è già insita in tali atteggiamenti ed affermazioni e finché non si avrà la forza, esclusivamente culturale, di contrastarli, una fine come quella patita dalla povera Noemi, diversa, ma nello stesso tempo, simile a quella capitata a tante altre, non sarà purtroppo mai l’ultima.