Il SudEst

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May 22nd
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Caso malaria: ora siamo tutti medici

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di LAVINIA ORLANDO

La straordinaria cattiveria dei razzisti italioti non sembra avere freni.

 

Continua imperterrita a farsi strada, utilizzando qualsiasi fatto ed evenienza quale pretesto per incolpare lo straniero, dalle fattezze nere e di provenienza africana, di qualsivoglia problematica accada nel nostro Paese.

Più volte, viaggiando con la fantasia ed esasperando il sentimento di intolleranza che si sta facendo sempre più strada in Italia e con l’intento ultimo di contrastarlo, si era giunti ad immaginare che la foga razzista avrebbe condotto, in maniera del tutto paradossale, a considerare i migranti quali i reali artefici delle frequenti ondate di calore che hanno caratterizzato l’intero periodo estivo, di una futura invasione di cavallette, o della Brexit.

Mai e poi mai avremmo potuto pensare che dall’immaginazione saremmo giunti alla realtà, andando a scardinare principi medici e scientifici già più che consolidati nel tempo ed arrivando a rovesciare la logica, pur di sostenere la tesi per cui l’immigrato è un concentrato di negatività, fonte di patologie che, fino a questo momento erano solo economiche e lavorative, ma che, da qualche giorno, sono divenute anche fisiche.

La dipartita per malaria di una sventurata bambina di quattro anni ha aperto un nuovo fronte nel già vasto ambito del delirio razzista che miete, giorno dopo giorno, sempre più vittime. In origine, furono i politici autentico veicolo di pregiudizi della peggior specie, il tutto per racimolare consensi e voti, creando il nemico pubblico, così sviando l’attenzione e l’ira collettiva dalle reali problematiche, complice una certa stampa che si fece veicolo di insulti – in ottemperanza a ciò che chiamano dovere di cronaca. Poi giunsero i c.d. leoni da tastiera, difensori dell’italianità, ma scarsi conoscitori di grammatica e sintattica, subito pronti a postare in rete, con commenti scandalizzati, foto di presunti richiedenti asilo sorridenti (come se il buonumore fosse consentito solo agli italiani) o articoli aventi ad oggetto presunte violenze commesse da migranti (dimenticando le migliaia di violenze, domestiche e non, commesse dai connazionali purosangue). In misura direttamente proporzionale all’incremento dei tanti censori via web, anche politici e partiti inizialmente silenti sull’argomento, se non addirittura aperti all’accoglienza, sondaggi elettorali alla mano, si sono uniformati al pensiero dominante, esigendo restrizioni all’ingresso, controlli severi ed i c.d. aiuti a casa loro. I pochi politici rimasti umani sono ora destinati all’insulto perenne, che diviene di stampo sessista laddove a difesa dei migranti ci sia una donna. Il medesimo destino riguarda i cittadini dissenzienti, coloro che si permettono di fornire il proprio aiuto, coloro che si impegnano, a vario titolo, al fine di donare possibilità a donne e uomini provenienti da situazioni certamente molto problematiche, che vengono ricoperti con improperi della peggior specie (ed anche in questo caso rigorosamente fuori vocabolario).

Siamo così giunti all’ultimo step, ciò che ancora mancava, la ciliegina sulla torta di un’Italia un tempo Paese simbolo di cultura, ora tornato ad essere pieno di inconsapevoli fascisti. Dalla mera trasposizione di strampalati concetti altrui, la stampa si è convertita in artefice di falsità, in creatrice di nuove teorie scientifiche e di innovative leggi mediche, nonché in scardinatrice della logica.

Ed è stata appunto la morte per malaria avvenuta presso l'ospedale di Brescia di una bambina che non si era spostata dall'Italia, ma che era stata ricoverata in precedenza a Trento, per diabete infantile, nello stesso reparto (ma in stanze diverse) in cui venivano curati due giovani pazienti malati di malaria, probabilmente contratta in seguito ad un viaggio in Burkina Faso, a condurre alla pazzia giornalistica, seguita, a ruota, da quella generale: “Ecco la malaria degli immigrati”, è il titolo de “Il Tempo” del 6 settembre, per non parlare di Libero: ”Dopo la miseria, portano le malattie” ed ancora “Infettata dagli africani” e si potrebbe andare avanti, perché l'elenco di assurdità pronunciate e scritte in queste ore non ha davvero limiti, con a ruota il solito Salvini che, neanche fosse in lizza per il Premio Nobel per la Medicina, tuona: “E' innegabile che un certo tipo di malattie, scomparse da anni, sia legato all'attuale fenomeno migratorio”, seguito sulla stessa scia da tanti altri esponenti leghisti e forzisti.

In particolare, si riscontrano due livelli di ignoranza e malafede: il primo, proprio di coloro che sostengono che il semplice contatto con i migranti provenienti da Paesi in cui la malattia è presente ne determinerebbe lo sviluppo anche in Italia, ignorando tali individui che la malaria non si trasmette direttamente da uomo a uomo, potendo essere contratta esclusivamente attraverso la puntura di zanzare anofele, o attraverso siringhe infette o, ancora, attraverso, trasfusioni di sangue infetto. Il secondo colpisce coloro che, partendo dalla possibilità che la zanzara vettore della malattia sia stata inconsapevolmente trasportata in Italia in qualche bagaglio proveniente dall'Africa, ritengono che la colpa sia comunque dei migranti, poco importa se di vecchia o di nuova data, non tenendo conto dei tanti italiani che si recano in Africa, per vacanza o per lavoro, e non tenendo altresì conto di quanto affermato a più riprese dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, con riferimento ai rischi per la salute legati ai mutamenti climatici.

Quanto queste affermazioni siano gravi, soprattutto alle orecchie ed agli occhi di chi non ha strumenti per informarsi autonomamente, è circostanza più che chiara; dispiace anche constatare l'assenza di mezzi atti a contrastare la malafede e l'insulto alla deontologia proprie di giornalisti “solo sulla carta”, che sfruttano malamente, per finalità politiche o semplicemente per non perdere il posto, le posizioni di rilievo che ricoprono.

Ma duole, più di tutto, constatare quanto, giorno dopo giorno, si stia precipitando in basso, con l'ulteriore aggravante di non vedere, neanche in lontananza, alcuna possibilità di risalita.