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8 settembre 1943: Tutti a casa!

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di MARIO GIANFRATE

8 settembre 1943, ore 20 circa: la radio trasmette l’annuncio dell’armistizio.

Mentre sfumano le note di Una strada nel bosco interpretata dalla voce del baritono Gino Bechi, lo speaker comunica che sta per andare in onda la lettura del Proclama di Badoglio:

“Il Governo italiano, riconosciuta la impossibilità di continuare l’impari lotta contro la soverchiante potenza avversaria, nell’intento di risparmiare ulteriori e più gravi sciagure alla Nazione, ha chiesto un armistizio al generale Eisenhower, comandante in capo delle forze alleate anglo-americane. La richiesta è stata accolta. Conseguentemente ogni atto di ostilità contro le forze anglo-americane deve cessare da parte delle forze italiane, in ogni luogo”.

Il messaggio scritto di suo pugno dal nuovo primo ministro finisce qui, ma Eisenhower lo costringe ad aggiungere altre righe più vincolanti: “Esse però reagiranno ad eventuali attacchi di qualsiasi altra provenienza”.

Chi dirigerà le azioni di difesa, come e con quali mezzi, nessuno lo dice, visto che il Comando Supremo e lo Stato Maggiore dell’Esercito – Badoglio in testa – si “trasferiranno” a Brindisi al seguito di Vittorio Emanuele, re d’Italia “per grazia di Dio”, ufficialmente per garantire la continuità dello Stato, in realtà per tutelare la loro incolumità.

L’armistizio è la logica conclusione di una situazione ormai insostenibile e alla quale si perviene a seguito di una serie di errori, di indecisioni e di una condotta oscillatoria e, per molti versi, contraddittoria, dei vertici politici e militari italiani.

La notizia è accolta dalla popolazione con comprensibile euforia; ci si illude che la guerra è finita, che, quello, sarà il giorno del “Tutti a casa”. E’, invece, l’inizio di una nuova catastrofe.

Il re e Badoglio scapperanno a Brindisi, abbandonando la difesa di Roma e le stesse  truppe italiane, rimaste prive di ordini, a un infausto e tragico destino.


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