Il SudEst

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Una sfiducia alla legalità

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di LAVINIA ORLANDO

Un Sindaco sfiduciato dal suo stesso Consiglio Comunale, reo di aver semplicemente e banalmente realizzato quanto dovrebbe essere scontato per qualsivoglia amministratore comunale: assicurare il rispetto della legge.


Questo è quanto ancora accade in Italia, provocando sdegno collettivo e generalizzato, formalizzato dai fiumi di inchiostro e dalle migliaia di articoli e post sul web.

La storia vede per protagonista il Primo cittadino del Comune di Licata, Angelo Cambiano, eletto nel 2015 col sostegno di liste di centrodestra. Trascorso qualche mese, il Sindaco si attiva al fine di ottemperare alle demolizioni dei circa 200 immobili definiti abusivi con sentenza.

Il problema è che, proprio a partire da questo momento, la distruzione ha altresì riguardato il Primo cittadino, vittima di ripetuti episodi di intimidazione (dalle “semplici” telefonate, alle missive con proiettili, fino a veri e propri attentati che hanno colpito anche suoi famigliari), tanto da essere messo sotto scorta.

Fino a giungere all'atto di sfiducia, presentato da sedici consiglieri comunali, ma approvato da ben ventuno rappresentanti. Le motivazioni addotte a sostegno della mozione fanno riferimento alle motivazioni più disparate, le classiche e generiche ragioni poste a fondamento di una richiesta del genere, per nulla sviscerando la verità, ossia la volontà di fermare un Primo cittadino che non ha avuto timore di ruspe e demolizioni.

Callea, Federico, Cammilleri, Morello, Iacona sono solo alcuni dei cognomi di coloro che hanno sfiduciato Cambiano, cognomi e correlati volti che dovrebbero essere segnati indelebilmente nelle menti dei cittadini di Licata, laddove questi stessi soggetti dovessero decidere di ripresentarsi in corsa, in vista di nuove elezioni.

Allo stesso modo, in quest'Italia spesso capovolta nell'etica, il Movimento Cinque Stelle della “legalità e della pulizia a chiacchiere”, nella stessa Sicilia in cui un Sindaco sotto scorta viene sfiduciato da quei consiglieri comunali che dovrebbero essere baluardo, ancora più del Primo cittadino, del rispetto della legge, si  propone sotto una luce differente, di tutela dell'abusivismo di necessità.

Così si è espresso, per giunta quasi in contemporanea con le vicende accorse nel Comune di Licata, il Candidato governatore grillino, Giancarlo Cancelleri, il quale, durante un comizio, ha distinto tra “abusivismo non tollerabile” ed “abusivismo di necessità”, asserendo la necessità di colpire solo il primo e di tutelare, al contrario, il secondo.

Il dubbio che tale distinzione sia stata introdotta in sede di campagna elettorale, al fine di non fare arrabbiare gli elettori siciliani e di spingere al voto i molti proprietari di immobili a rischio di demolizione, non pare poi così lontano dalla verità dei fatti.

L'unica nota positiva di tutta la faccenda è l'importante clamore mediatico che si è sviluppato attorno alla vicenda e che ha condotto numerosi cittadini e personalità a stigmatizzare gli avvenimenti licatesi ed a esigere una legalità che non sia semplicemente urlata (come nel caso dei grillini) ma che risulti nei fatti e nelle decisioni.

L'esigenza di una politica, in primis locale ed a ruota regionale e nazionale, che non guardi in faccia a nessuno e che tuteli, in primis, il principio per cui la legge è uguale per tutti pare fortunatamente essere ancora un baluardo per molti.

C'è tuttavia ancora un gap da colmare: la scelta dei propri rappresentanti è in molti casi legata a logiche che con competenza ed onestà (checché ne dicano i grillini) poco hanno a che vedere. In luogo di lamentarsi ex post, a situazione oramai non più recuperabile, si dovrebbe imparare a scegliere ex ante, con la consapevolezza che il bravo amministratore - o politico – governa indipendentemente dagli interessi propri e della propria ristretta cerchia, anche a costo di mettere a rischio una futura rielezione.