Il SudEst

Friday
Jan 19th
Dimensione carattere
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Home Archivio articoli

La cementificazione all’assalto delle nostre coste

Email Stampa PDF

di NICO CATALANO

In questi ultimi cinque anni, oltre la metà delle coste italiane è stata letteralmente "mangiata" sia dal cemento così come dall'erosione  provocata dai cambiamenti climatici, è quanto emerge nell'ultimo rapporto 'Ambiente Italia'  pubblicato in questi giorni, uno studio effettuato da Legambiente sulla base dei dati raccolti in un vero e proprio viaggio lungo le coste del nostro Paese, un tour di rilevazione scientifica che ha preso in considerazione circa 6.500 km di costa, da Ventimiglia a Trieste comprese le due isole maggiori.

 


 

L'analisi ispettiva cominciata nel 2012 e terminata da qualche settimana, ha evidenziato come lo scenario delle coste Italiane è cambiato in questi ultimi decenni a causa sia dell'erosione ma anche principalmente per via del fatto che spesso la natura ha dovuto cedere il posto a cubature di cemento necessarie per edificare  ville, palazzi e alberghi il più delle volte conseguenza di un abusivismo selvaggio, una prassi malsana che oltre a sfregiare il paesaggio, alimenta una vera e propria filiera del cemento illegale: dalle cave, agli impianti di calcestruzzo, fino alle imprese edili, in molti casi arricchendo così le casse delle locali organizzazioni criminali.

Scopo del report redatto dall'associazione ambientalista è quello di registrare il consumo del suolo  legato alla  speculazione edilizia e alla conseguente urbanizzazione dei paesaggi costieri, difatti i dati contenuti nello studio evidenziano come dal 1985 ad oggi, anno di entrata in vigore della Legge Galasso, in Italia soltanto il 19% del litorale è sottoposto a vincoli di tutela, mentre sono stati cancellati dall'erosione attraverso il pericoloso ritmo di quasi 8 chilometri l'anno circa 222 chilometri di paesaggio costiero, a tutto questo si aggiungono i quasi 3.300 km di costa che sono stati trasformati in modo irreversibile, occupati da industrie, porti, villaggi vacanza, centri urbani e coltivazioni intensive,  un fenomeno inquietante che coinvolge oltre il  50 % delle nostre coste;

il record negativo del cemento spetta alla Calabria, dove le trasformazioni interessano più del 65% dei paesaggi costieri, seguita da Lazio, Abruzzo e Liguria con il 63% di coste consumate, in  tutti questi casi la cementificazione ha interessato soprattutto seconde case e centri turistici, spesso formando vere e proprie pericolose barriere artificiali create tra l'entroterra e il mare, la Sardegna è invece la regione più virtuosa, risultando la meno urbanizzata d'Italia a differenza della Puglia, regione dove ben 80 chilometri di costa sono stati cancellati in soli due decenni e addirittura quasi il 60% della costa pugliese, sia adriatica che ionica, è stata modificata con interventi antropici legali o abusivi .

L'erosione e la cementificazione sono purtroppo fenomeni destinati a crescere senza un concreto cambio delle politiche di tutela, a tal fine la riforma Madia non aiuta perché mentre il vecchio codice dei beni culturali e del paesaggio, prevedeva che per qualsiasi intervento edile nelle aree sottoposte a vincolo paesaggistico come quelle costiere, oltre all'autorizzazione edilizia, era necessario anche un parere paesaggistico espresso da un soprintendente con la riforma approvata in modo definitiva dal parlamento lo scorso 4 agosto, in caso di ritardo di oltre 90 giorni nella risposta da parte della soprintendenza i termini e le condizioni per l'acquisizione del parere potranno decadere,  determinando così un silenzio assenso che comporterebbe il via libera nel procedere, condizione che espone il nostro patrimonio costiero al cemento e al degrado.

La politica dovrebbe avere il coraggio di completare quella necessaria pianificazione paesaggistica del nostro Paese e nel contempo varare norme di tutela utili  a salvaguardare sul serio i paesaggi costieri dalla pressione antropica ed  edilizia, magari intensificando i controlli adeguati e mettendo in atto processi di condivisione delle informazioni tra i ministeri dei Beni culturali, dell'Ambiente, le Regioni, Soprintendenze, Enti locali e le varie forze di polizia, perché come recita quell'antico proverbio africano "il mondo non è un’eredità dei nostri padri ma un prestito dei nostri figli” teniamolo bene a mente.

Foto: estense.com