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La tragedia del “Sirio”, dramma dell’emigrazione

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di MARIO GIANFRATE

Quando erano gli italiani, imbarcati sul “legno” a morire in mare

Genova, 2 agosto del 1906. Il “Sirio” lascia il porto ligure diretto in Argentina, E’ carico di emigranti italiani che abbandonano l’Italia alla ricerca di pane e lavoro. Sperano di trovare nell’America Latina quello che nella loro Patria gli è negata: un’esistenza meno grama e più degna di essere vissuta. Un viaggio della speranza, quindi.

E’ una nave passeggeri robusta, veloce, bello a vedersi il Sirio, appartenente alla flotta della società di Navigazione Generale Italiana, che da oltre vent’anni effettua viaggi transoceanici.

. Giorno 3, sulle acque dell’Oceano Atlantico.   Il piroscafo, dopo aver fatto scalo a Barcellona  dove a raccolto  a bordo una cinquantina di emigranti di nazionalità spagnola,  riprendere il mare diretto a Cadice.

Giorno 4, primo pomeriggio, a poche miglia a levante del porto di Cartagena. Un faro, situato su di un isoletta, il Bajo de Fuera, segnala ai naviganti quel tratto di mare pieno di insidie a causa della presenza di quegli isolotti rocciosi. L’equipaggio – 128 uomini – e il Comandante Giuseppe Piccone – con una lunga esperienza di vita marinara iniziata all’età di 17 anni -  non hanno motivo di particolare preoccupazioni; hanno percorso quel tratto di mare centinaia di volte e la nave procede spedita verso Cartagena.

La ghiglia della nave, improvvisamente, urta contro una secca sommersa. E’ questione di attimi: la nave, imbarca subito acqua e cola a picco. I marinai, scaraventati sul tavolato della nave e in mare, dopo un momento di sbandamento cercano di organizzare i soccorsi, ma sulla nave regna il caos. Sono scene, quelle a cui si assiste, di terrore e di disperazione: gente che si tuffa in acqua nella vana ricerca di raggiungere a nuoto la terraferma; madri che urlano i nomi dei loro bambini; uomini che, pur di garantirsi un posto nelle  scialuppe di salvataggio, minacciano con i coltelli…

I naufraghi vengono soccorsi dalle scialuppe calate in mare da due altri navi in transito: il piroscafo francese “Maria Louise” e il gargo croato “Buda” , a cui si aggiungono un paio di pescherecci e una goletta. Le operazioni di soccorso si protrarranno per ore ma riusciranno a salvare centinaia di emigranti e quasi tutti i membri dell’equipaggio.

I morti, però saranno tanti. Non esistono cifre ufficiali ma le stime parlano di 250, 300 emigranti italiani morti nel naufragio. Ma i dati non tengono conto dei moltissimi clandestini, soprattutto spagnoli, saliti sul piroscafo in scali non autorizzati.

trasbordo. Le operazioni di soccorso andarono avanti per alcune ore e permisero di salvare centinaia di emigranti e quasi tutti gli uomini dell'equipaggio. Le conseguenze del naufragio furono comunque terribili: le vittime furono sicuramente decine, ma il numero preciso non lo conosceremo mai. Nelle ore successive alla tragedia la stampa spagnola scrisse di circa 200 morti. Nei giorni seguenti si parlò di 250 dispersi, mentre la cifra ufficiale delle vittime, fornita dai Lloyds di Londra, si attestò sui 293 morti. Sul “Sirio, erano ufficialmente imbarcate 822 persone tra passeggeri e membri dell'equipaggio, ma, perché c'è un ma, il totale di oltre 800 persone non teneva conto di altre decine, forse più di un centinaio, di clandestini di nazionalità spagnola che erano saliti a bordo del piroscafo italiano in scali non autorizzati.

Fu, probabilmente, quest’ultima la causa dell’affondamento del Sirio, al di la delle polemiche che divamparono e additarono come responsabili il Comandante che avrebbe sbagliato i calcoli di rotta e la impreparazione dei marinai a fronteggiare la situazione.

Il numero altissimo dei passeggeri non registrati, imbarcatisi subito dopo la partenza da Barcellona durante scali non previsti e privi, quindi, della regolare autorizzazione – i motivi di tale condotta è facilmente immaginabile – determinarono senza dubbio la tragedia prevedibile ed evitabile.


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