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Patrizia Prestipino e la gravità delle sue dichiarazioni sulla razza italiana

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di LAVINIA ORLANDO

È strano sentire parlare ancora di razze, ma tale vocabolo,

 

nonostante rimandi a terribili fasi di una abbastanza recente storia occidentale, continua ad essere utilizzato ed a mietere numerose vittime.

Ne sa qualcosa tale Patrizia Prestipino, sconosciuta ai più prima di aver impiegato, non più tardi di qualche giorno fa, il sostantivo di cui discorriamo in un contesto che ha generato in molti l'idea che a parlare fosse un'esponente leghista, essendo tutti oramai abituati all'uso ed all'abuso, da parte della Lega Nord, di un mix lessicale e concettuale votato all'odio ed all'intolleranza.

Ed invece le dichiarazioni incriminate provenivano niente di meno che da una componente della Direzione Nazionale del Pd, tra le altre cose responsabile per conto del partito del dipartimento per la difesa degli animali, diventata, si spera suo malgrado, persona nota a causa di dichiarazioni quantomeno superficiali – volendo concedere alla stessa il beneficio della buona fede.

La democratica, applaudendo ad un non ben definito “dipartimento sulle mamme” esistente in seno al Partito Democratico e riferendosi alla problematica del calo delle nascite nel nostro Paese, ha suggerito l'istituzione di un “sostegno concreto alle mamme ed alle famiglie”, onde consentire il protrarsi della “nostra razza”, così evitando “l'estinzione” del nostro Paese.

È evidente che la Prestipino, sul momento, non si sia minimamente resa conto della gravità delle sue affermazioni e che, solo dopo una valanga di critiche ed il coerente plauso dell'immancabile Matteo Salvini, abbia fatto mente locale circa quanto asserito, a tal punto da chiedere scusa, in un momento successivo, per l'utilizzo, a sproposito, dell'espressione di hitleriana memoria.

Rammarica, tuttavia, ancora una volta segnalare quanto ciò che si vorrebbe far passare come gaffe (lessicali e concettuali) porti a terribili conseguenze.

Sarà solo il tempo a farci comprendere (sempre che questo rilevi ad un qualche fine) se la Prestipino sia incorsa in una svista o pensi davvero quanto affermato, resta tuttavia una frase che, nonostante lo sforzo di tante e tanti, mostra una temibile regressione e che, quand'anche si tratti di un errore involontario, palesa chiaramente la circostanza che la classe dirigente nazionale del partito di maggioranza relativa non pare essere all'altezza dei ruoli ricoperti, in quanto chiunque abbia la possibilità di veicolare ad ampio spettro il messaggio del partito di governo non può per nessuna ragione scivolare su tali tematiche, soprattutto nel particolare momento storico che stiamo vivendo.

E difatti, il senso non così tanto nascosto che l'esponente del Pd voleva consegnare alle sue parole non può che essere il seguente: poiché gli italiani non fanno più figli, vanno aiutati affinché riprendano a procreare, quasi a sottolineare una superiorità degli italiani rispetto a tutti gli altri – e non è necessario essere laureati in storia per comprendere quanto affermazioni di questa sorta, complice il silenzio dei più, abbiano condotto, meno di un secolo fa, alla morte di milioni di esseri umani, colpevoli di non appartenere alla razza giudicata perfetta.

Ed, allora, piuttosto che sproloquiare intorno ad un'espressione che dovrebbe essere del tutto cancellata dai vocabolari di tutto il mondo, la dirigente democratica dovrebbe cercare di individuare le ragioni della decrescita del tasso di natalità nel nostro Paese, interrogarsi se non siano stati anche alcuni tra i provvedimenti varati dai governi sostenuti dal partito a cui è iscritta ad aver contribuito ad abbattere le nascite e spingere affinché la sua stessa forza politica, artefice della precarizzazione del lavoro e della vita (sancita da una serie di provvedimenti a tutti noti), prenda coscienza degli errori commessi e li corregga.

Il tutto, ovviamente, andrebbe a beneficio di chiunque si trovi in Italia, indipendentemente dal fatto che abbia genitori italiani da generazioni o che non abbia la nostra cittadinanza, trovandosi nel nostro Paese per scelta libera o per necessità.