Il SudEst

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Acqua, un bene comune non messo in comune

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di MARCO SPAGNUOLO

Dalla Lombardia alla Sicilia, passando per Roma e le zone terremotate, l’Italia è in piena crisi siccità, alla quale si accompagnano problemi di gestione (semi)pubblica dell’acqua e di tutela dell’ambiente.

 

 

Difatti, l’incalzare dell’afa che si è abbattuta sulla penisola è stato seguito a pieno ritmo dalle mani di piromani e criminali, che hanno terrorizzato intere zone del sud Italia. In particolare, il Gargano, la zona del Salernitano, la circumvesuviana e in Sicilia si sono registrati numerosi roghi per i quali le procure non hanno solo aperto inchieste per devastazione ambientale, ma anche per associazione a delinquere: dietro i fumi dei parchi naturali e zone boscose vi è la mano della camorra e dell’imprenditoria (settentrionale), secondo un paradigma che va a distruggere i territori del sud e a allargare i portafogli dei pochi del nord. A ciò, oltre le tremende conseguenze dell’abolizione del corpo forestale, si sono unite numerose conseguenze sulla vita degli abitanti delle zone circostanti, soprattutto per quanto riguarda Salerno. Infatti, i roghi hanno devastato piano turistici rovinando il patrimonio ambientale e paesaggistico della zona, hanno rovinato e distrutto le campagne e i relativi raccolti, hanno compromesso ancor più la situazione già critica della rete idrica della regione. Ma questo è un tema che accomuna gran parte dell’Italia.

Difatti, il problema della scarsità d’acqua, potabile e non solo, è un problema nazionale, che parte dalla manutenzione della rete idrica (si badi, si parla di mancate riqualificazioni e controlli falsificati sulla situazione delle tubature) ed approda alla gestione di quello che è stato definito bene comune dal referendum del 2011, sostenuto da oltre ventisei milioni di cittadini italiani: l’acqua. Dunque, non si è dinanzi ad una calamità naturale, come una tempesta improvvisa o un terremoto  non annunciato, bensì davanti alla tempesta della quale per anni si è seminato il vento e di cui ora si raccolgono i frutti. Dal referendum del 2011, associazioni di consumatori e di abitanti delle grandi città e non, si sono battuti costantemente perché la legge sull’acqua pubblica approvata si potesse realmente implementare, estendendo e migliorando la rete idrica, ristrutturando una rete nazionale di distribuzione e filtraggio per l’acqua potabile da gestire dalle istituzioni, eliminando passo dopo passo la presenza di privati. Così non è accaduto, anzi molte città (tra cui Roma) hanno demandato il proprio mandato a riguardo a molte municipalizzate (via via privatizzate e monopolizzate) o addirittura ad altri privati, che hanno ripreso il (quasi) totale controllo della gestione e della distribuzione dell’acqua pubblica. Il problema, si è detto,  nazionale, non riguarda certo una sola città o una sola regione;  tuttavia, il caso romano è troppo eclatante per passare su un piano di “come tutti gli altri”. L’eccezione presentata dalla Capitale è questa: accanto alla mala gestione e mancata riqualificazione, vi è un imponente e massiccio smantellamento della rete di distribuzione di acqua potabile pubblica e gratuita nei diversi punti della città (i nasoni). Delle fontanelle, come ce ne sono in tutte le città, che nel dopoguerra hanno lavato e dissetato una generazione intera nelle borgate, e che sono rimaste a disposizione dei molti che non possono neanche permettersi un bagno o una bottiglietta d’acqua (che l’acqua è pubblica, ma è venduta da aziende a minimo un euro a bottiglia). Tutto questo rientra in un piano di smantellamento, giustificato dalla mancata manutenzione degli anni precedenti: è proprio il caso di dire che si sta “buttando il nasone colle tubature rotte” invece di dire “buttando il bambino con l’acqua sporca”.