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I dodici Cesari: Tiberio Giulio Cesare Augusto

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di MARIA PACE

Non è facile tracciare un quadro obiettivo di questo Princes , senza lasciarsi condizionare dal giudizio duramente critico di storici contemporanei come Tacito e Svetonio. Oggi, però, è in atto una riabilitazione che nega ogni accusa, tacciandola come malevolenza.

Ma chi era Tiberio Giulio Cesare Augusto?


Apparteneva alla Gens Claudia e il suo nome era Tiberio Claudio Nerone. Adottato da Augusto e da sua moglie, il suo nome  divenne Tiberio Giulio Cesare ed alla morte del padre adottivo, gli fu riconosciuto il nome di Tiberius Iulius Caesar Augustus.

Ebbe una educazione raffinata, seguito da illustri maestri, e divenne un uomo molto colto: Lettere Greche e Latine. A Rodi, inoltre, conobbe filosofi e retori che completarono la sua cultura. Abile nell'eloquenza e nella improvvisazione, fu anche scrittore; scrisse epigrammi, poesie in greco e un Poema lirico in latino.

Dotato di un grande talento militare, condusse brillantemente numerose campagne militari, prima di ritirarsi sull'isola di Rodi per un breve periodo di esilio volontario.

Rientrato a Roma, condusse altre spedizioni in Illirico e  soprattutto in Germania ed ancora una volta si mostrò valentissimo Generale senza sconfitte e con tutti i numeri per conquistare anche il potere.

In realtà, non si può dire che Tiberio... al contrario di Cesare e di Augusto... avesse una così gran sete di potere. Piuttosto, questa "sete" ce l'aveva avuta la sua madre adottiva, Livia.  Alla morte di Augusto, infatti, sorsero, immancabili, problemi di successione e l'impareggiabile Livia, quale novella Tanaquilla, pensò immediatamente  di presentato al Senato il figlio adottivo, Tiberio,  e proporlo come il più qualificato fra i candidati alla successione.

Tiberio, invece, tentennò, prima di accettare il Principato. Per ipocrisia e dissimulazione, furono le accuse di Tacito e Svetonio. Per "impudentissima commedia", spiegarono, avendo, egli, già in mano il  potere,  per avere, Augusto, già associato il suo nome al suo. Lo stesso disse anche Dione Cassio, ma non Velleio Patercolo, che parlò,  invece di  modestia e  nobiltà  di carattere, oltre che di devozione  ad Augusto, suo padre adottivo.  D'altra parte, il potere non era trasmissibile per legge e Tiberio poteva rifiutare una prima volta e farsi investire successivamente dal Senato, evitando, in tal modo, implicazioni di tipo "ereditario", così invise al Senato.

Salito al trono, mostrò di essere anche un ottimo governante, attuando importanti riforme in ambito economico e politico e ponendo fine alla politica di espansione militare, per limitarsi invece, al consolidamento  dei confini, con l'appoggio del nipote Germanico.

Dopo la morte di questi, Tiberio favorì l'ascesa di Seiano, Prefetto del Pretorio. Costui, però, che  conosceva assai bene il suo carattere paranoico e sospettoso,  scatenò in lui  sospetti di congiure, vere o presunte,  che provocarono  un'azione di repressione, con processi  e condanne capitali per Lesa Maestà, veramente eccessiva e  feroce.  Disgustato, infine, dal clima politico inasprito e corrotto che si era creato nella capitale, nel 26 d.C. si ritirò a Capri.  Misantropo e sospettoso... sospettoso proprio di tutti... perfino dei medici, per ben undici anni non mise piede a Roma.  Quella lontananza, però, favorì intrighi e congiure. Ne approfittò, infatti,  Seiano, per tentare di agguantare il potere. Non ci riuscì  e, accusato di cospirazione,  Tiberio lo fece giustiziare e con lui, tutti i partecipanti alla congiura e il Princes si riprese il potere.

Dai gusti semplici e moderati, tanto a tavola quanto nelle azioni quotidiane, dubbioso ed indeciso,  Tiberio non fu di certo, l'uomo dalle decisioni lampo che era Cesare; le sue decisioni erano ponderate e  soppesate, frutto di esitazioni derivanti dalle sue tante paure e diffidenze. Paure e diffidenze che furono, forse, all'origine della dissimulazione di cui fu accusato.

In realtà,  la tendenza a nascondere e mascherare i propri pensieri o  le intenzioni,  fu per lui un atteggiamento di difesa. Non si può parlare di vera dissimulazione, quanto, invece, di necessità.

A tacciarlo di dissimulazione, come sappiamo, furono soprattutto Tacito e Svetonio. Svetonio giunse a dire che la vera ragione di quel soggiorno a Capri era dovuta unicamente alla volontà di assecondare la propria natura viziosa e  dissoluta, lontano da Roma e da tutti.

Fu accusato anche di omosessualità... piuttosto dilagante nell'ambiente, ma che, probabilmente è da escludere nel caso di Tiberio, a causa della grande passione per la moglie, costretto a ripudiare.

Che cosa era successo?

Giovanissimo, Tiberio aveva sposato Vipsania Agrippa. Era stato un matrimonio d'amore... assai raro all'epoca. Per ragioni politiche, però, Augusto aveva costretto Tiberio a ripudiare Vipsania per sposare Giulia, sua figlia, donna dissoluta ed immorale, tale da meritarsi il biasimo generale. Vipsania, all'epoca, era incinta ed a causa dello shoch e del dolore, perse il figlio. Tiberio restò fu molto  turbato  da tutto questo  e non cessò mai di amare quella donna ed ogni volta che la incontrava, per strada o da amici, minacciava di volersela riprendere, tanto che si fece di tutto perchè non si incontrassero più.

La vita sentimentale di Tiberio, dunque, era inappagata ed infelice ed a  rendere ancora più  burrascosa la sua convivenza con Livia,  contribuì molto  il comportamento  di questa.  Oltre che licenziosa e dissoluta,  la figlia di Augusto era anche una donna dalla sfrenata ambizione ed era per il marito un vero tormento. Livia, infatti,  lo rimproverava di debolezza ed inettitudine  e  lo accusava di non essere capace di conquistarsi un posto ed  un ruolo importante nella scena politica.

Amarezza e rancore, dunque, fra le cause che lo spinsero al ritiro a Capri, dove, secondo i cronisti del tempo, ebbe inizio una nuova vita. Un vita di dissolutezze e  raffinate nefandezze, di cui i cronisti e storici furono prodighi nei particolari.  Venne accusato, oltre che di una tirannia sessuale nei confronti di tutti, anche di uno smodato trasporto per il vino, così in contraddizione con i modesti e semplici costumi di vita praticati fino a quel momento. Che conoscesse bene i vini e sapesse distinguerli e giudicarli, era una qualità acquisita durante la vita da campo, attraverso le "gare di bevute" in uso tra i legionari.

Se i rapporti con il Senato non erano idilliaci, quelli con il popolo furono davvero pessimi: non faceva nulla per entrare nelle grazie di alcuno e non si preoccupava delle altrui  opinioni. Niente donativi, dunque, e niente giochi pubblici, tanto amati dai romani. Non amava il popolo e il popolo non amava lui. Il popolo, però, apprezzò molto e lo elogiò assai, allorquando egli rifiutò gli onori.

Al contrario dei predecessori, infatti, Tiberio rifiutò sempre ogni processo di divinizzazione della sua persona; non volle che gli venissero dedicati Templi o innalzate statue senza il suo permesso e non gradiva, quando qualche cortigiano provava ad adularlo paragonandolo a qualche divinità: un servilismo ed un degrado politico che lo nauseava profondamente.

Di carattere fortemente superstizioso,  come ogni buon romano, anch'egli seguiva certe"regole" scaramantiche e non faceva un passo senza ascoltare prima il parere dell'astrologo... Trasillo, era il nome del suo astrologo personale e, quanto più aumentava in lui l'interesse per la divinazione, tanto più aumentava la sua paranoia: era ossessionato dalla paura di subire attentati,  una paura fobica che lo spinse ad atti di crudeltà, come, appunto, le condanne per Lesa Maestà e che,  dopo il tradimento di Seiano,  lo spinse a non uscire di casa per quasi un anno. Condanne e repressioni  segnarono anche gli ultimi anni di regno, poi la morte,  che arrivò il 16 marzo del 37. a.C.

Tanti i sospetti per quella morte: soffocamento, veleno... e tanti i nomi dei sospettati, ma si trattava proprio di morte naturale. Perché quei sospetti? Perché ancora una volta, per diffidenza o per altra ragione. egli dissimulò la propria malattia fino alla fine,  negandola o minimizzandola.

Svetonio racconta che per far credere ai cortigiani di aver recuperato la salute, dopo la malattia, egli si sia recato tranquillamente  ai giochi pubblici prima ed abbia  partecipato a banchetti, dopo.

Se alcuni particolari fossero veri, la  scena  sarebbe davvero macabra. Tacito dice che, creduto morto, ci  sia stata una prematura proclamazione del successore, Caligola, e che, forse, Macrone, avrebbe affrettato la morte del vecchio. Seneca, invece, riferisce di Tiberio, steso ed immobile sul letto, che di colpo si risolleva, ma che ricade morto.

Per davvero, questa volta.

Questa volta, però, non siamo più di fronte alla storia, bensì alla leggenda  e  al mito e il mito non prevede, per un uomo di potere  dalla così cattiva reputazione,  semplicemente una morte, ma una morte  circondata di un  fosco alone... La sua scomparsa fu salutata, a Roma, come una liberazione: e il Senato non volle riservargli  onori funebri.

Oggi è arrivata la riabilitazione anche per questo personaggio della nostra Storia; gli storici moderni negano ogni cosa, facendo presente che i grandi denigratori da cui sono giunte tutte le notizie, ossia Tacito e Svetonio,  non nutrivano per lui alcuna simpatia  e  tutto quanto da loro riportato, non è, come si è già detto, che malevolenza.